Varkala – giorno 4

  
Oggi abbiamo scoperto il vero nome di Tricky. Si chiama Vijit, ma noi continueremo a chiamarlo Tricky, ovviamente. Stamattina era su di giri e, dopo il solito riscaldamento con frullio di caviglie, spalle e polsi e addominali camuffati in ogni movimento, ci ha fatto fare i saluti al sole come se ne andasse della nostra vita. Nonostante alle 5.30 la temperatura non sia alta, dopo due saluti ero già in un bagno di sudore. Mentre pratichiamo noto che la sequenza sta assumendo aspetti più complessi. Compaiono asana un po’  più difficili, ma mai mi sarei aspettata di dover fare tutto d’un fiato ashtavakrasana, parsva bakasana, mayurasana, sirsasana e pincha mayurasana tutte di fila, a quest’ora, senza un preavviso congruo. Lui si è divertito parecchio, comunque. Alla fine della lezione facciamo una foto tutti insieme, un selfie da campus californiano, più che una foto di un corso di yoga. A seguire torna Kavita per finire la descrizione del metodo di meditazione con istalinga. Finalmente, in serata, faremo la meditazione completa. Durante la lezione della mattina ci spiega come nel dodicesimo secolo, in India, i brahmini avessero preso così tanto potere, mantenendo segreta tutta la conoscenza che si tramandavano solo di padre in figlio, da diventare la casta più presuntuosa e prepotente. In cima al sistema delle caste c’erano loro, mantenuti dalla  casta dei guerrieri, tra i quali c’era anche il re. Sorto i guerrieri c’erano i commercianti che, attraverso il pagamento delle tasse, manteneva brahmini e guerrieri. Sotto ancora c’era la casta del popolo, che sosteneva sulle proprie spalle tutto il sistema, senza avere però nessun diritto. Solo gli uomini potevano fare i brahmini. Le donne erano escluse e non poteva neanche entrare nei templi. E proprio in questo panorama si inserisce la storia di Basaveswar, destinato a diventare brahmino, che per protesta rifiuta di diventarlo perché la sorella maggiore viene esclusa. Basaveswar crea cosi un sistema fondato sull’idea che il divino si trovi ovunque e che non occorra entrare per forza in un tempio per trovarlo.

Finite le lezioni della mattina decidiamo, al volo, di andare a visitare la città di Varkala (noi siamo al mare). Lorenzo fa il suo primo giro su un rikshaw indiano. Impazzisce di gioia. Siamo in 7 cosi decidiamo di prenderne tre. Il nostro è il più comodo ed elegante, con una seduta super-imbottita, ricoperta di velluto, dal gusto ovviamente raccapricciante. Quello di Elisa, Valentina e Marianna è invece il più tamarro: dotato di casse da discoteca, viaggiano con la musica techno a palla. Credo le abbiano sentite fino a Dheli. Partiamo e i tre rikshaw cominciano a fare la gara, andando a 30 all’ora, incuranti di macchine e motorini sull’altra corsia. Lorenzo è sempre più esaltato. Arriviamo finalmente a Varkala, tutti interi, a parte le orecchie di chi è capitato sul mezzo techno. Varkala è un paese che si arrotola su se stesso, senza mucche, senza cacche di mucca, senza mercato puzzolente, insomma, una delusione. Per fortuna troviamo un localino inaffrontabile dove entriamo a provare pakora, banane fritte e masala chai. Come sempre il localino inaffrontabile non delude, offrendoci delle delizie e lo show del “barista” che si esibisce in evoluzioni spettacolari mentre prepara il chai. Mai viste tante piroette per una tazza di te. A pranzo mangiucchiamo qualcosa e poi via affare un bagno nell’oceano. In spiaggia, al posto dei classici gabbiani, in Italia un must, qui ci sono le aquile, che pescano direttamente dall’oceano. La sabbia e morbidissima, quasi vellutata e glitterata.

Torniamo indietro di corsa per le lezioni del pomeriggio. Ci troviamo davanti un insegnante di meditazione (purtroppo non il guru del primo giorno) che ci fa fare una meditazione nella qualeperdo completamento    l’uso delle gambe (a un certo punto sembravo il sindachì di ortone, quando gli fanno l’anestesia al braccio e lo trascina a destra e a manca) e una sessione di yoga nidra nella quale perdo completamente i sensi. Mentre galleggio non so bene dove mi sento afferrare per un pollice e mi ritrovo in mezzo a tutti i miei compagni seduti . Più tardi scoprirò che l’insegnante di meditazione ha dovuto rianimare praticamente tutta la classe.

Segue la lezione dell’insegnante di mudra che mi ricorda la lorenzin, quindi non particolarmente simpatica. Parte subito con un’interrogazione, ma con mossa scaltra mi arrampico sugli specchi facendole credere che la sera prima abbiamo parlato della sua lezione per tutta la sera. La cosa la ben dispone e parte con un monologo, interrotto ogni tanto da un: come on explain rivolto a me. Arranco per tradurre i paragoni assurdi e per niente calzanti che riesce a tirare fuori ogni volta. Mi viene anche un po’ da ridere, ma ce la facciamo a tirare fino alla fine della lezione senza altre figuracce.

E poi arriva il momento della meditazione con Kavita. Patil ha fatto pulire uno dei cottage per fare la meditazione al buio con la candela. Ci ritroviamo tutti seduti a terra, vicini in questo momento magico. Ne esco rigenerata e lei ci saluta dicendo che le mancheremo e chiedendo una foto tutti insieme. Ci salutiamo un po’ malinconicamente, ma in serata riesco a convincere il mitico Patil a farci fare qualche altra lezione con lei. Olè! Domani asana, ayurveda, pranayama e… mah. Sicuramente festeggeremo il compleanno di Lorenzo!

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