Myth

Il sanscrito

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Questo fine settimana ho iniziato il corso di Lingua sanscrita con Diego Manzi. Erano anni che desideravo fare un corso del genere, ma non ero mai riuscita a organizzarmi con i vari impegni. Forse dovevo aspettare per poterlo fare con lui. Ho sempre considerato il sanscrito una lingua inavvicinabile e difficilissima. Ho anche comprato un libro per iniziare almeno a vedere l’alfabeto, mi sono poi iscritta a un corso on line per capire i suoni e cominciare a pronunciare correttamente almeno il nome degli asana, ma più cercavo di capire qualcosa e meno mi sentivo adatta a studiare questa lingua. Il corso Diego rappresentava per me, da un certo punto di vista, l’ultimo tentativo che mi davo.

Com’è andata? Oltre le mie aspettative. Il sanscrito è stato una vera e propria rivelazione. Innanzitutto ho scoperto che non si tratta di una lingua morta. Certo possiamo considerarla morta perché antica e parlata da poche persone (24.821 dice Wikipedia, ma tra poco saranno 24.835 perché siamo in 12 al corso 😀 ), ma esiste una comunità che la parla e che ha creato e sta creando le parole che man a mano servono (computer, bicicletta… per esempio).

Non si tratta di una lingua naturale, ma artificiale, ossia “costruita” a tavolino, e l’alfabeto, che segue la colonna d’aria a partire dalla parte più interna della gola  per arrivare alla parte più esterna nella sequenza dei suoni, ne è una manifestazione. Diego ci ha presi per mano e guidato attraverso i suoni, le sillabe e persino i meravigliosi segni che compongono l’alfabeto devanāgarī (ossia la grafia della città degli dei) facendoci compiere i primi passi nel mondo del sanscrito con una semplicità e una gioia entusiasmanti.

A proposito, sapete cosa significa varnamālā, termine col quale si indica l’alfabeto in sanscrito? Ghirlada dei suoni 🙂

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Riflessioni sul dove e sul come

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Durante questo fine settimana, al Teacher Training di Shiva Flow, abbiamo trattato anche l’argomento della motivazione che ci spinge a fare determinate cose o altre. Nella Bhagavad Gita Krishna invita Arjuna ad agire senza pensare al risultato finale. Com’è possibile agire in questa maniera, invitati come siamo, costantemente, a puntare in alto e a raggiungere il nostro scopo per essere vincenti? (e poi cosa diamine significa essere vincenti?).

La meta che ci prefiggiamo di raggiungere è importante, importantissima, perché è la prima molla che ci spinge a muoverci e a entrare in azione, ma se rimarremo legati solo a quello, per tutto il percorso, ne rimarremo intrappolati, fino a perdere il senso di ciò che stiamo facendo, fino a rischiare di arrivare, talvolta, a seguire il tremendo motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”.

E’ l’intenzione a dare il colore e la sfumatura delle nostre azioni, non il risultato, non la meta finale che si desidera raggiungere. Il risultato finale, in fase di partenza, può accendere il nostro Tapas, il nostro fuoco interiore e guidarci fino a un certo punto, ma, come ci avvisa Patanjali negli Yoga Sutra, se rimarrà la nostra unica guida e il nostro unico scopo, con il tempo si trasformerà in ostacolo, allontanandoci proprio dalla meta. Non esiste solo il dove, è importante anche il come. Anzi, è più importante il come e, spesso, procedendo lungo la strada che abbiamo scelto, ci rendiamo conto che, seguendo il nostro come, il dove ha perso di importanza.

Varun Mudra

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Varuna è una delle divinità più antiche e importanti del periodo vedico ed è il dio delle piogge, del cielo e degli elementi celesti. E’ considerato onnisciente e onnipotente nelle questioni umane, punitore dei bugiardi: le stelle sono i suoi mille occhi, che osservano l’uomo.

Varun Mudra è la mudra dell’acqua ed è conosciuta anche come il gesto della chiarezza mentale. Per eseguirlo occorre appoggiare il pollice al mignolo o il pollice sul dorso del mignolo. Il pollice rappresenta il fuoco, Agni, mentre il mignolo rappresenta l’acqua, Jala o Apas. Unendo il fuoco al dito legato all’acqua aumentiamo le caratteristiche di quell’elemento: fluidità, movimento. Varun Mudra incoraggia e rappresenta apertura mentale, chiarezza nei pensieri e capacità comunicativa fluida.

Da un punto di vista fisico attiva le ghiandole salivari, idrata la pelle e gli occhi poiché attiva la circolazione dei fluidi.

Parole e silenzio

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Gli Indu credono fermamente che ognuno possa creare il proprio tempio nella propria mente usando parole e versi come fossero mattoni, legno e pietra. Il mondo interiore esiste in parallelo a quello fisico; sono i due mondi abitati da tutte le creature viventi (chiamate jiva in sanscrito), secondo le scritture induiste. Le entità non-viventi (ajiva) esistono solo nel mondo fisico. Materia e mente sono viste come interdipendenti e il valore dato alla dimensione spirituale è la ragione per cui gli scritti sacri induisti sono pieni di simboli e metafore. La versione letterale è destinata a coloro che non sono in grado di comprendere quella psicologica e preferiscono vedere la parte fisica come la realtà. Questo attaccamento alla realtà è, per gli induisti, indice di insicurezza, poiché la mente insicura trova più semplice controllare la materia che è misurabile al contrario della mente.

La Hanuman Chalisa, un poema religioso dedicato al dio Hanuman, inizia definendo la mente come uno specchio che riflette il mondo reale. Noi siamo convinti di interagire con il mondo reale mentre, in realtà, ci raffrontiamo con il mondo riflesso dalla mente-specchio. Uno specchio sporco distorcerà la nostra visuale sul mondo, così abbiamo bisogno di pulirlo.

Ogni singola cosa è distinta da qualsiasi altra grazie al potere della parola che la nomina. La parola esercita un enorme potere su tutte le cose del mondo riportandole alla luce. Tuttavia il silenzio è in grado di rendere più sensibili all’altro, affinando le nostre capacità di sentire non solo i suoni reali e materiali, ma anche le vibrazioni più sottili e profonde delle anime, spesso inascoltate.

Guardarsi da fuori

 

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Uno dei regali più belli che mi fa ogni volta l’India è la possibilità di guardarmi da fuori, di osservarmi come se fossi un’altra persona. Mi è successo la prima volta, quando un bel giorno, durante la sfiancante pratica di Ramesh Ji, mi sono ritrovata a non sentire più il caldo, la fatica e lo sforzo. Il mio corpo andava e si muoveva seguendo le indicazioni, mentre io mi trovavo al di fuori di esso. Non è una sensazione facile da descrivere senza rischiare di passare per pazza o esaltata, ma l’unico modo che trovo per descriverla è questo: avete presente quando nei fumetti di paperino compare sulla sua spalla il paperino-mini diavoletto o angelo? Ecco, tralasciando la questione diavolo/santo, la sensazione è stata proprio quella. Era come se mi osservassi dalla spalla destra, senza partecipare a fatica, dolore, caldo, stanchezza.

L’anno seguente, sempre a Mysore, sempre con Ramesh Ji, mi ero leggermente abituata alla sua guida per cui questa sensazione non mi si è più presentata durante la pratica, ma qualcosa ha iniziato a lavorare in maniera più profonda. L’occasione mi è arrivata dalle dinamiche che si erano create nel gruppo col quale ero andata. L’India non è un posto qualunque e per molti non è facile adattarsi al loro modo di concepire la vita, di tutti i giorni e in generale.  Più resistenze si hanno più è difficile adattarsi. Credo che sia per questo che sia così importante il concetto di “lasciar andare” nella filosofia indiana. Se non lasci andare, se non accetti quel che ti trovi davanti come un dato di fatto, spogliandoti dai tuoi giudizi e pregiudizi, rischi di impazzire. Non è possibile, credo, vivere in modo equilibrato e serena l’esperienza indiana se applichi i filtri occidentali a quello che vedi.

Quest’anno, a Varkala, ho avuto la fortuna di compiere un altro passettino in avanti lungo questo percorso. Varkala è un posto più facile da vivere rispetto a Mysore, che già come India non è assolutamente delle più estreme. E’ un posto di vacanza, dove i ritmi rilassati sono giustificati anche dall’occidentale grazie alla presenza dell’oceano che ricorda, appunto, una vacanza al mare. A Mysore c’è sempre comunque il demone della città, che risveglia il milanese imbruttito dentro di noi e che ci irrita se qualcuno ci fa perder tempo con ritardi o cambi repentini di programma (aspetto tipico indiano). A Varkala ti senti già in ciabatte e costume non appena arrivi. Non c’è fretta, sei in vacanza sembrano dire le palme da cocco che ondeggiano al vento e il suono dell’oceano indiano.

Eppure questa esperienza mi è entrata dentro, tanto. La pratica è stata piuttosto blanda, nulla di trascendentale, mentre il pranayama e la meditazione questa volta sono stati più “impegnativi”, importanti e profondi. Questa volta siamo andati al di là della tecnica, del come si fa, dando per scontate alcune cose, e abbiamo “semplicemente” fatto. Facendo mi è comparso ancora più chiaro e lampante quello che Patanjali intende negli Yoga Sutra. Siamo andati oltre la pratica fisica e, attraverso il respiro, siamo arrivati alla mente. Quello che poi trovi nella mente è tutta un’altra questione, ovviamente, ed è proprio qui che, secondo me, inizia il vero viaggio. Se riesci a rimanere a osservare quello che salta fuori, come se stessi aprendo una scatola per scoprirne il contenuto, tirando fuori un oggetto alla volta, un pensiero alla volta, un’emozione alla volta potrai scoprire cose incredibili. Potresti scoprire di non essere quello che pensavi di essere. Né meglio, né peggio, attenzione. La parte interessante è quella che ci permette di osservare quello che salta fuori come se non ci riguardasse, come se non fosse una nostra parte che ci definisce, ma come se fosse un accessorio o un vestito che possiamo decidere di mettere, ma anche di togliere, possiamo decidere che sia parte fondamentale del nostro “outfit” mentale o inutile e superfluo, addirittura fastidioso.

L’ultimo giorno Deepa ci ha fatto fare una pratica molto bella. Una meditazione dopo la quale ci ha fatto scrivere su un foglietto, che avremmo tenuto solo noi e che non avrebbe letto nessuno, tutto quello di cui vorremmo liberarci nella nostra vita. Non solo le cose che ci danno fastidio del mondo esterno, ma soprattutto quello che vorremmo cambiare di noi stessi e dei nostri atteggiamenti. Ci ha fatto stracciare questo foglietto e lo abbiamo bruciato in un piccolo braciere. So che per molti potrebbe essere solo un rito sciocco, magari anche ridicolo, ma trovarsi a mettere nero su bianco quello che non piace di se stessi prendendo l’impegno di cambiarlo trovo che sia un gesto molto forte, che ci permetta di cambiare prospettiva. Un sankalpa, un buon proposito per il nuovo anno, amplificato all’ennesima potenza.

Non so bene cosa mi abbia portato a questo punto; se il tempo, la pratica, l’età, il luogo, le persone, ma so che è uno stato di costante beatitudine, che continua ad accompagnarmi. Paperino è sempre seduto sulla mia spalla destra, pronto a farmi notare quello che sta accadendo dentro di me per darmi la possibilità di scegliere cosa fare.

Varkala – giorno 9

  
L’ultimo giorno è sempre triste. Sapere che stai partendo, senza sapere se e quando potrai tornare ti lascia una sensazione di sospensione che cerchi di colmare facendo un’abboffata di immagini, odori, sensazioni e suoni che ti porterai dietro. Abbiamo deciso di dividerci in due gruppi. Uno partirà dopo pranzo per andare a visitare Trivandrum prima di andare all’aeroporto, l’altro si godrà l’ultima giornata a Varkala.  Patil mi annuncia che a mezzogiorno  ci sarà una cerimonia di chiusura per salutarci. Sarà tenuta da nientepopodimenoche Adolf! Mentre vado avanti e indietro per sistemare tutto e preparare la valigia compare Prana ji. Ha l’aria piuttosto confusa. Forse è venuto a salutarci, che carino. Invece no, scopro da Patil che Parana ji si è appena svegliato ed è corso da noi convinto di dovere tenere una lezione, peraltro a un’orario nel quale non ne abbiamo mai fatte. Comincio a valutare la possibilità che il pranayama possa danneggiare alcuni funzioni.

La cerimonia è molto bella. Adolf è andato a prendere delle collane di fiori freschi e profumatissimi e tra un om e un gorgheggio ci inghirlanda con aria solenne. Momento selfie, con coreografie varie e ultimo pranzo in giardino. Dopo esserci salutati tutti ed esserci scambiati inviti sparsi tra Italia, Varkala, Kashmir e Karnataka partiamo. Il viaggio è come sempre pittoresco, tra contromano, sorpassi improbabili, strombazzamenti e telefonate varie che fanno sembrare la macchina un all center. Adolf passa da momenti di narcolessia profonda a momenti iperattività molesta, in cui parla velocissimo ciondolando con la testa. È gasatissimo e ci propone di andare alla spiaggia di Kovalam. Decliniamo gentilmente, dicendo che vorremmo andare a vedere Trivandrum, magari un mercato tipico. Ci guarda, ciondola la testa e decide di portarci alla scuola di yoga dove ha iniziato prima a praticare, poi a insegnare. Ci porta nella sala dedicata a Shiva, dove fa un paio di gorgheggi. Come al solito parte intenzionato a farci ripetere il mantra. Ne canta un pezzetto, ripetiamo, un altro pezzetto, ripetiamo poi parte in tromba, velocissimo e finisce a razzo. Niente, non ce la fa. Dopo un po’ si annoia. L’unica che e riuscita a tirar fuori qualcosa di buono dalle nostre ugole è Deepa, l’insegnante della mattina che ci ha fatto fare una meditazione molto bella, chiusa dal mantra Lokha Samastha Sukino Bhavantu, che augura a tutte le creature sulla terra di poter vivere in pace e armonia. 

Ci muoviamo alla volta del mercato, ma invece di andare al mercato tipico  ci troviamo in un suoermercato. Comincio a pensare che oltre al pranayama anche la pratica degli asana non faccia proprio benissimo. Tra l’altro Adof di Calcutta ci dice che Prana ji è stato il suo guru. Tutto prende un significato. Adolf ci ripropone di andare alla spiaggia di Kovalam. Capiamo che, finchè non riuscirà a portarci là, non riusciremo a fare altro. Cosi accettiamo. Io li adoro gli indiani. Hanno questa resistenza passiva per cui non esiste il no. Quando decidono che devi fare o vedere qualcosa stai sicuro che lo farai ed è inutile opporsi. La loro capacità di sagomarsi e far rimbalzare ogni diniego è unica al mondo. Non resta che lasciarsi trasportare e vedere cosa succede. Ci ritroviamo cosi catapultati ad Alassio. Sì, perchè Kovalam sembra una località ligure. C’è persino il budello, lungo il quale seguiamo, anzi rincorriamo Adolf. Ci porta a mangiare la ristorante di un suo amico che sembra Cocciante. Ci dice che la sua shala si trova propio di fianco al ristorante e ci indica un punto dove si trova una specie di serra. Mentre mangiamo Adolf sparisce. Lo vediamo sfrecciare avavnti e indietro, saluta tutti ed entra nella serra. Ecco, quella strana serra che assomiglia alla gabbia del full contact è la sua shala e dopo mangiato ce la mostra con un orgoglio quasi commovente. È un uomo tronfio.

È giunta l’ora di andare in aeroporto per ritrovare gli altri e terminare il nostro viaggio. Ci regaliamo un piccolo diversivo visitando Dubai, visto lo scalo di 9 ore, ma lo scarto tra l’India e Dubai e quasi scioccante.

Alla prossima, India. Per ora ,pmi accontento di godere di quello che ho raccolto e imparato questa volta. 

Varkala – giorni 7 e 8

  
Ieri sera sono crollata. Non sono riuscita a scrivere il post, o meglio, l’ho scritto, ma poi per sbaglio l’ho anche cancellato, per sbaglio ovviamente. Ieri mattina e questa mattina abbiamo praticato con il nostro Adolf di Calcutta e ci è venuto un po’ di rimorso per averlo richiesto per la pratica della mattina. Era un uomo a pezzi, uno sbadiglio ambulante. La pratica é durata poco (è stata comunque intensa e costallata di addominali e saluti al sole) poichè Adolf ha deciso di lasciare un bel po’ di spazio a savasana. I suoi savasana sono particolari. Si muove tra i tappetini gorgheggiando come Cenerentola quando pulisce i pavimenti nel film della Disney, mentre i corvi, le falene e ogni tipo di insetto gli svolazzano attorno poeticamente. Il momento più bello, però, lo tocchiamo quando tira fuori il cellulare e mette la versione brutta del gayatri mantra, che spesso stoppa improvvisamente, senza un perchè. Dopo aver passato il resto della mattinata a mangiare, alle 12 Adolf viene a prenderci per andare a visitare l’ashram di Sri Narayana Guru e, a seguire, il tempio di Shiva. All’ashram siamo gli unici occidentali e suscitiamo molta curiosità. Selfie e foto come se piovesse. Adolf vuole farci provare l’esperienza di mangiare il prasad, il cibo preparato nell’ashram, così ci mettiamo in coda. Lorenzo si guarda attorno incuriosito. Le finestre hanno le sbarre, come le prigioni, nello stanzone dove si mangia, tavolacci in fila con panche si susseguono, dando alla sala l’aspetto di una mensa. Entriamo e ci sediamo in fila, uno accanto all’altro. Gli inservienti passano e ci portano foglie di banano come piatti su cui gettano letteralmente il cibo. Lorenzo impazzisce di gioia e si mangia due foglie complete, con le mani, come un vero indiano. Intanto si guarda intorno: sembra una prigione. Guarda quello dell’ergastolo! Mangia come se non dovesse uscire mai più di qui! Terminato il prasad, una bella sciacquata ai rubinetti fuori e via, alla prossima tappa.

Al tempio si accede da una scalinata bella lunga che passa attraverso un arco dove si trova una statua di Vishnu seduto sotto Sesa, il serpente. Entrati, a destra, l’albero delle offerte per avere un figlio, pieno di bamboline appese (a dir la verità un po’ macabro, le bamboline sembrano impiccate). Purtroppo il tempio è chiuso, apre la sera, così ci accontentiamo di guardare la parte esterna, mentre Adolf riprende a gorgheggiare senza posa, fermandosi solo quando vede un punto favorevole per una bella foto di gruppo, l’ennesima.

Torniamo a casa e decidiamodi passare il resto del pomeriggio alla spiaggia nera. Lorenzo giocatutto il pomeriggio a calcio e a cricket con un gruppo di indiani (adulti) mentre noi ci dedichiamo a fare video al tramonto.

Questa mattina avevamo ancora Adolf e, a seguire, Parana ji, che però non si presenta. Ci troviamo comunque qualcosa da fare in attesa della colazione: compiliamo il test sui dosha che ci ha lasciato Anu per vedere se siamo Vata, Pitta o Kapha. L’operazione è più complicata del previsto. Dopo colazione vengo rapita da Patil per parlare di progetti futuri. Patil parla di progetti grandiosi, a lungo e breve termine mentre mi sento sopraffatta dall’idea di dover programmare qualcosa. Soprattutto nello stati in cui mi trovo ora, comatoso. In un momento di lucidità gli chiedo se possiamo avere un’ultima lezione con Tricky e patil acconsente per una pratica nel pomeriggio. Lorenzo è curioso di vede come insegni Tricky, così viene a praticare anche lui un tour de force che si snoda tra addominali, saluti al sole frenetici, inversioni e inarcamenti folli. A un certo punto mi ritrovo chiusa (o aperta, dipende dal punto di vistaj in Natarajasana, con la lianta del piede sinistro appoggiata alla nuca, alla mia nuca! Ma allora si può fare! Un bel Pincha per compensare e divertirsi e…. ciao! É tardi devo andare, fate coi savasana!

Ci riprendiamo mentre aspettiamo l’arrivo di Prana ji, che si oresenta con 1 ora di ritardo, sembra persino scocciato. Ci fa fare un quarto dkora di kapalabhati (voglio morire) e poi un po’ di nadi sodana e via! Finita anche questa lezione. Mi sento ubriaca e defo ancora seguire l’ultima lezione di Anu, dove la interroghiamo sulle rispoet del test per capire che tipi siamo. Sono ancora confusa 😑

Varkala – giorno 6

  
La giornata è iniziata nel peggiore dei modi, che si sappia. Convinti di praticare con il nostro nuovo mito, Adolfo di Calcutta, ci ritroviamo davanti all’insegnante della mattina precedente, quello che ha fatto la lezione più lenta dell’universo. Non che non ami la lentezza, adoro lo yin yoga per esempio, ma alcune sequenze o le fai a ritmo sostenuto o diventano insostenibili. La temperatura alle 5 di mattina si è leggermente abbassata, per cui bradipo decide di farci fare Ashtanga per scaldarci. Allo shock per la mancanza di Adolf di Calcutta si aggiunge il trauma di un’ora e mezza si Ashtanga, per di più con lui.

Iniziamo la pratica, io sono veramente di pessimo umore a questo punto. Cerco di accettare quello che viene, appoggio le ginocchia a ogni chaturanga per evitare di infiammare la mia spalla sifüla. Bradipo descrive minuziosamente ogni parte del corpo in ogni singola posizione. Non mi sto scaldando, ma in compenso sono ancora più nervosa di prima. Penso alla durata della prima serie e vengo presa dallo sconforto più nero. Non c’è verso che aumenti il ritmo, ad ogni ripetizione dice le stesse cose. Il malumore serpeggia, forse lui se ne accorge, o forse no; a un certo punto salta a piè pari un pezzo delle standing postures, ci fa andare a terra e chiude la sequenza con qualche compensazione. Siamo salvi! 

La lezione di ayurveda è una vera delizia. Anu è fantastica e super paziente con noi. Oggi abbiamo trattato pitta e ovviamente, mentre ieri ci sentivamo un po’ tutti vata, oggi eravamo davvero pitta. Suppongo che domani ci sentire kapha al 100%

La giornata passa pigramente tra spiaggia, cibo, cocco e un po’ di shopping. Le lezioni della sera prevedono una sessione di pranayama e meditazione e la lezione col nostro uomo. Prana ji arriva con un nuovo tovagliolone al collo, quello di ieri, che usava durante il pranayama per pulirsi il naso, doveva essere devastato. Anche oggi lavoriamo con kapalabhati e bhastrika. Ho perso il conto di quanti ne abbiamo fatti, oltre che l’orientamento, ma la meditazione finale e come un giro su marte. La mente è leggerissima, il corpo praticamente inesistente. È come se avessi perso completamente i confini del mio corpo. Purtroppo, non so bene dopo quanto, Prana ji ci richiama al presente. Cerco di riavermi per scoprire che ci aspetta savasana, un altro viaggio, questa volta nel pavimento. La parte posteriore del mio corpo sembra squagliarsi sul tappetino.la terra sembra aprirsi per accogliermi e mi viene in mente l’immagine di Sita che viene trovata nel solco di terra di un campo da Janaka. Gli chiedo che spiegazione abbia lui sul fatto che, al termine del pranayma, io quasi sempre non abbia mai il bisogno reale  di respirare. Si illumina entusiasta: è lo stato meditativo più puro! No breath, no thoughts!

Carichi come delle molle dal pranayama ci prepariamo per la lezione di Adolf di Calcutta che è assolutamente fantastica. Ci spara una serie infinita di saluti al sole A modificati che ci scaldano e sciolgono così tanto che quando ci propone kurmasana ci scivolo dentro senza alcuna difficoltà. Arriva come al solito il momento del suo concertino durante la lezione. Gli piace un sacco cantare. Oggi ci mette in samasthiti e canta in “inglese” un mantra che mixa Shiva, Krishna e Vishnu ad Ave Maria. Mi sorprendo al primo momento, ma poi rifletto su quanto sia profondamente induista questo atteggiamento di inclusione degli altri riti. Il clima è divertente, ma lavoriamo parecchio e con impegno e lui è soddisfattissimo. Anche oggi si è portato Lorenzo sul suo tappetino e se lo è coccolato tutto. Alla fine facciamo la foto di gruppo, o meglio, ne scattiamo quattro perché c’è sempre qualcosa che non va bene, ma lui è al settimo cielo, non sa più cosa fare per dimostrarlo. Ci spiega dei trucchetti per trattare i punti riflessi nel caso di dolori e ci racconta che ha studiato hatha, ashtanga, Iyengar e Krishnamacharya yoga. Un pozzo di scienze.

La giornata si chiude con un altro colpo di Patil. Un paio di giorni fa gli avevo chiesto di terminare alle 18 le lezioni per andare a vedere uno spettacolo di Kathakali e, dopo qualche ora, mi era ricomparso davanti con un volantino dicendo di aver scoperto che non si trattava di uno spettacolo, ma di un film. Cosi ha organizzato la rappresentazione da noi, dopo cena. Onestamente non sapevo neanche cosa fosse il kathakali, ma ogni volta che c’è qualcosa di nuovo da vedere io ci sono. La trama era tratta da un racconto di mitologia induista, e già la cosa mi ha entusiasmato. Erano tutti uomini, ma due erano truccati da donna. Un demone, brutto, ma brutto, così brutto da diventare bello. La faccia nera con i contorni degli occhi gialli e rossi, dei capelli finti lunghissimi, artigli argentati e una mimica facciale impressionante. Il demone trasformatosi in bella ragazza, invece, sembra Platinette mora. Ogni movimento e sottolineato dal suono martellante di un tamburo e dei cimbali.

Questa sera Lorenzo e io ce ne stiamo in camera tranquilli, magari riesco ad andare a letto prima di mezzanotte… chissà 

Varkala – giorno 5

  
Oggi è il compleanno di Lorenzo. Compie 12 anni. Fatico a trovare le parole per descrivere le emozioni di questi giorni e la gratitudine infinita che sto provando per quello che sta succedendo. Ho deciso di portare lorenzo con me in India perchè stava passando un periodo difficile e tempestoso fatto di insicurezze, piccoli e grandi drammi, spaesamento per il futuro e insoddisfazione per il presente. Speravo che la magia dell’India potesse aiutarci in questo percorso in salita, ma non mi sarei mai aspettata di vedere quello a cui sto assistendo in questi giorni. Guardo questo ometto passeggiare per la via dello shopping di Varkala, salutando tutti, in inglese. Si ferma a chiacchierare, in inglese, va e viene come se abitasse qui da sempre. Oggi gli facevano gli auguri per strada persone che non avevo neanche l’idea di chi fossero. Patil lo coccola portandolo a fare merenda, a giocare a pallone, portandogli la torta del compleanno con su il disegno di un pallone da calcio. E a questo incredibile gruppo di persone che hanno creato un’armonia e una leggerezza che lo ha nutrito, rassicurato e fatto crescere saremo sempre riconoscenti per la magia a cui ho assistito. A loro va la mia eterne gratitudine.

Oggi ci sono state anche altre magie. Il corso con la dottiressa di ayurveda, per esempio, ci ha folgorati. Il guru, Prana Ji, che sembra il nome di un dj di Ibiza, che con kapalabhati e bhastrika ci ha mandati in orbita. Ma il vero colpo della giornata è stato lui, il nostro Adolf. Entrato come riserva in sostituzione di una classe di mudra saltata all’ultimo momento, il nostro Adolf ci ha sorpresi e stregati. Lorenzo ci aveva visto lungo e stasera ha deciso di partecipare alla lezione perchè invitato da lui in persona. Adolf se lo a caparra subito e lo piazza sul suo tappetino. Mantra di apertura che ormai sa di dover cantare da solo quando tiene lezione da noi, e poi via con una serie si saluti al sole che Flash spostati. Arrivati a meta dei 12 saluti ci muoviamo tutti come fossimo posseduti; i nostri corpi sembrano di gomma, scivolando avanti e indietro al ritmo scandito dal nostro uomo. Finita la serie Adolf opera una trasformazione che ha dell’incredibile e da carnefice si trasforma in taumaturgico davanti alle nostre facce sbigottite. Elisa avanza l’ipotesi che in realtà si tratti di Madre Teresa. Lo osserviamo mentre, tra uno scricchiolio e l’altro, agisce sulla schiena di Anny per farle passare il torcicollo. Le monovre sono inquietanti, ma l’effetto è sorprendente. Nel frattempo è calato il sole e le zanzare ci aggrediscono. Mi sento un puntaspilli. Madre sembra agitarsi e comincia a fare cose strane che culminano in un sirsasana lampo di mezzo respiro prima di ordinarci con cipiglio uno savasana durante il quale prima ci fa ascoltare la versione più improbabile del Gayatri Mantra mai sentita e poi un suo assolo composto da una selezione di pezzetti di mantra stile dj che manco Al Bano. Ci ordina di alzarci, si scusa per le zanzare e ci dice che gli farebbe piacere venire a insegnare ancora da noi. È amore ormai. Chiedo a Patil di assegnarcelo anche domani mattina.

Varkala – giorno 4

  
Oggi abbiamo scoperto il vero nome di Tricky. Si chiama Vijit, ma noi continueremo a chiamarlo Tricky, ovviamente. Stamattina era su di giri e, dopo il solito riscaldamento con frullio di caviglie, spalle e polsi e addominali camuffati in ogni movimento, ci ha fatto fare i saluti al sole come se ne andasse della nostra vita. Nonostante alle 5.30 la temperatura non sia alta, dopo due saluti ero già in un bagno di sudore. Mentre pratichiamo noto che la sequenza sta assumendo aspetti più complessi. Compaiono asana un po’  più difficili, ma mai mi sarei aspettata di dover fare tutto d’un fiato ashtavakrasana, parsva bakasana, mayurasana, sirsasana e pincha mayurasana tutte di fila, a quest’ora, senza un preavviso congruo. Lui si è divertito parecchio, comunque. Alla fine della lezione facciamo una foto tutti insieme, un selfie da campus californiano, più che una foto di un corso di yoga. A seguire torna Kavita per finire la descrizione del metodo di meditazione con istalinga. Finalmente, in serata, faremo la meditazione completa. Durante la lezione della mattina ci spiega come nel dodicesimo secolo, in India, i brahmini avessero preso così tanto potere, mantenendo segreta tutta la conoscenza che si tramandavano solo di padre in figlio, da diventare la casta più presuntuosa e prepotente. In cima al sistema delle caste c’erano loro, mantenuti dalla  casta dei guerrieri, tra i quali c’era anche il re. Sorto i guerrieri c’erano i commercianti che, attraverso il pagamento delle tasse, manteneva brahmini e guerrieri. Sotto ancora c’era la casta del popolo, che sosteneva sulle proprie spalle tutto il sistema, senza avere però nessun diritto. Solo gli uomini potevano fare i brahmini. Le donne erano escluse e non poteva neanche entrare nei templi. E proprio in questo panorama si inserisce la storia di Basaveswar, destinato a diventare brahmino, che per protesta rifiuta di diventarlo perché la sorella maggiore viene esclusa. Basaveswar crea cosi un sistema fondato sull’idea che il divino si trovi ovunque e che non occorra entrare per forza in un tempio per trovarlo.

Finite le lezioni della mattina decidiamo, al volo, di andare a visitare la città di Varkala (noi siamo al mare). Lorenzo fa il suo primo giro su un rikshaw indiano. Impazzisce di gioia. Siamo in 7 cosi decidiamo di prenderne tre. Il nostro è il più comodo ed elegante, con una seduta super-imbottita, ricoperta di velluto, dal gusto ovviamente raccapricciante. Quello di Elisa, Valentina e Marianna è invece il più tamarro: dotato di casse da discoteca, viaggiano con la musica techno a palla. Credo le abbiano sentite fino a Dheli. Partiamo e i tre rikshaw cominciano a fare la gara, andando a 30 all’ora, incuranti di macchine e motorini sull’altra corsia. Lorenzo è sempre più esaltato. Arriviamo finalmente a Varkala, tutti interi, a parte le orecchie di chi è capitato sul mezzo techno. Varkala è un paese che si arrotola su se stesso, senza mucche, senza cacche di mucca, senza mercato puzzolente, insomma, una delusione. Per fortuna troviamo un localino inaffrontabile dove entriamo a provare pakora, banane fritte e masala chai. Come sempre il localino inaffrontabile non delude, offrendoci delle delizie e lo show del “barista” che si esibisce in evoluzioni spettacolari mentre prepara il chai. Mai viste tante piroette per una tazza di te. A pranzo mangiucchiamo qualcosa e poi via affare un bagno nell’oceano. In spiaggia, al posto dei classici gabbiani, in Italia un must, qui ci sono le aquile, che pescano direttamente dall’oceano. La sabbia e morbidissima, quasi vellutata e glitterata.

Torniamo indietro di corsa per le lezioni del pomeriggio. Ci troviamo davanti un insegnante di meditazione (purtroppo non il guru del primo giorno) che ci fa fare una meditazione nella qualeperdo completamento    l’uso delle gambe (a un certo punto sembravo il sindachì di ortone, quando gli fanno l’anestesia al braccio e lo trascina a destra e a manca) e una sessione di yoga nidra nella quale perdo completamente i sensi. Mentre galleggio non so bene dove mi sento afferrare per un pollice e mi ritrovo in mezzo a tutti i miei compagni seduti . Più tardi scoprirò che l’insegnante di meditazione ha dovuto rianimare praticamente tutta la classe.

Segue la lezione dell’insegnante di mudra che mi ricorda la lorenzin, quindi non particolarmente simpatica. Parte subito con un’interrogazione, ma con mossa scaltra mi arrampico sugli specchi facendole credere che la sera prima abbiamo parlato della sua lezione per tutta la sera. La cosa la ben dispone e parte con un monologo, interrotto ogni tanto da un: come on explain rivolto a me. Arranco per tradurre i paragoni assurdi e per niente calzanti che riesce a tirare fuori ogni volta. Mi viene anche un po’ da ridere, ma ce la facciamo a tirare fino alla fine della lezione senza altre figuracce.

E poi arriva il momento della meditazione con Kavita. Patil ha fatto pulire uno dei cottage per fare la meditazione al buio con la candela. Ci ritroviamo tutti seduti a terra, vicini in questo momento magico. Ne esco rigenerata e lei ci saluta dicendo che le mancheremo e chiedendo una foto tutti insieme. Ci salutiamo un po’ malinconicamente, ma in serata riesco a convincere il mitico Patil a farci fare qualche altra lezione con lei. Olè! Domani asana, ayurveda, pranayama e… mah. Sicuramente festeggeremo il compleanno di Lorenzo!