Myth

Mangiare con le mani

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Gli occidentali considerano mangiare con le mani non- igienico, maleducato e primitivo. Tuttavia, sin dai tempi antichi, gli indiani pensano che mangiare con le mani non solo nutre il corpo ma anche la mente e l’anima.

L’origine di questa credenza risale al periodo Vedico, quando la gente mangiava con le mani. Questa pratica è legata agli insegnamenti ayurvedici che portano grande attenzione all’energia presente nelle mani. Le nostre mani e i nostri piedi sono conduttori del 5 elementi della natura (o pancha butha), che costituiscono il nostro corpo, e ogni dito della mano è un’estensione dei 5 elementi.

Il pollice corrisponde ad Agni, il fuoco, che aiuta la digestione; l’indice è collagato a Vayu, o aria; il medio è akasha, o il vuoto, lo spazio tra le cellule del corpo umano; l’anulare è legato a prithvi, la terra e il mignolo a jala o acqua.

Ogni dito partecipa al processo di trasformazione del cibo prima che questi passi alla digestione interna. Unire le dita, in particolare mentre si mangia il riso, quando si tocca il cibo, stimola i 5 elementi e invita il fuoco digestivo presente nel nostro stomaco a produrre succhi gastrici. La persona diventa più sensibile al gusto, alla consistenza e all’aroma del cibo, aggiungendo piacere al mangiare.

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Padma, dal fango alla luce

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Si narra che Vishnu sedesse sull’oceano delle possibilità, luogo al di fuori delle dimensioni del tempo e dello spazio, che segue la distruzione e prelude alla rinascita.

Il suo giaciglio era il serpente Ananta, che lo sosteneva, copriva e teneva protetto con le sue numerose teste. Arrivato il momento in cui sarebbe ricominciato il ciclo della creazione, apparve un fiore di loto al centro dell’ombelico di Vishnu. Da questo fiore sbocciato apparvero le quattro facce di Brahma, ognuna puntata verso uno dei punti cardinali. Brahma pronunciò OM e questo fu la causa del movimento a spirale dell’oceano che diede origine all’universo così come lo conosciamo ora, con le sue diverse dimensioni. Quando questo tempo per la rinascita arriva, il mare calmo su cui eravamo soliti riposare si agita e diventa tumultuoso. Dall’agitazione caotica possiamo trovare la via per la risalita verso la luce, con pazienza e mantenendo il centro, osservandoci e testimoniando il nostro corpo e i nostri pensieri senza farci deviare da essi.

Chandra Darshan

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Oggi cade il Chandra Darshan di maggio. Ogni mese, il giorno dopo Amavasya, ossia il giorno senza luna, gli Induisti contemplano Chandra, la luna appunto. Questo mese il rito è particolarmente propizio in quanto cade proprio di lunedì, il giorno dedicato proprio a Chandra, la luna.

Chandra fa parte dei Navagraha, i 9 (nava) pianeti (graha) che influenzano maggiormente la Terra e la vita su di essa con le proprie energie. La luna, che per gli induisti è una divinità maschile, è associata alla saggezza, alla purezza e alle buone intenzioni. In natura si occupa di nutrire le piante e gli animali. E’ sposato alle 27 Nakshatra, figlie del Prajapati Daksha ed è il padre del pianeta Budha, Mercurio. Puoi trovare le storie di Chandra qui, qui e qui.

Cosa fare per Chandra Darshan? Innanzitutto è previsto un giorni di digiuno fino al tramonto, momento più propizio per contemplare la luna, non appena spunta. Darshan in sanscrito indica l’atto di osservare e contemplare, significa “vedere, guardare, osservare, contemplare”. Il Darshan permette di vedere la verità degli altri ed è legato alla fase dell’acquisizione delle informazioni. Esso si completa con il Dhyana che ci permette di digerire questa verità nella nostra mente e a rielaborarle. Entrambi sono necessari. Il Darshan si ferma all’involucro mentre il Dhyana ci permette di andare in profondità a partire dall’esterno, per arrivare sempre più in profondità.

Mayuresha, il signore dei pavoni

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Deva e Asura erano in guerra tra di loro per ottenere Amrita, il nettare dell’immortalità. Per porre fine alla guerra Vishnu propose loro di unire le forze e collaborare per estrarre il nettare dall’oceano cosmico. Avrebbero dovuto mescolare l’oceano con il monte Mandara. 

Deva e Asura cominciarono a mescolare. Il monte iniziò ad affondare e apparve Kurma, la tartaruga che sostiene la montagna sul suo enorme e solido guscio. 

Tutti attendevano la comparsa del nettare, ma, al suo posto, comparve un terribile veleno, Halahal, che minacciava di distruggere l’intero universo.

Deva e Asura chiesero allora aiuto a Shiva che, per salvare tutti gli esseri viventi, raccolse tutto il veleno nel palmo della mano e lo bevve. Shiva si rese conto di essersi messo in pericolo, ma quello era l’unico modo per salvare l’universo.

Parvati, che si trovava di fianco a lui, rimase impietrita dal terrore: “No! Cos’hai fatto?!” urlò. Realizzando di avere solo pochi minuti per agire, immediatamente afferrò la gola di Shiva e blocco il veleno nella gola, bloccandolo lì, in modo che non potesse uscire, ma neanche scendere e avere un effetto negativo in qualche modo sul dio. La gola si colorò di blu, come la gola del pavone, mayura in sanscrito, e Shiva fu chiamato anche Mayuresha o Signore dei Pavoni.

Perché si canta Śanti 3 volte?

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Śanti (Shanti) in sanscrito significa pace, armonia. Dove troviamo pace e armonia troviamo, indiscutibilmente, felicità. Avere la fortuna di vivere in un tempo e in un luogo di pace, tuttavia, non è sinonimo di felicità. Già, perché la pace può essere esteriore o interiore. Nonostante possa condurre una vita apparentemente pacifica e piena di agi, una persona può non essere in pace con se stessa. La pace interiore può essere turbata da paure e preoccupazioni. I rishi dell’antica India analizzarono i motivi che disturbano l’equilibrio mentale dell’uomo e giunsero alla conclusione che tutti i turbamenti e le sofferenze provengono da 3 origini.

La prima comprende le forze della natura sulle quali l’uomo non può nulla, come terremoti, allagamenti, uragani, eruzioni vulcaniche etc.

La seconda comprende fattori come gli incidenti, i crimini, le relazioni umane “malate”, la gelosia.

La terza comprende le azioni passate che non sono state ripagate dall’uomo nelle sue vite precedenti.

Nella loro ricerca della pace i rishi scoprirono il principio di trivaram satyam, ossia “ciò che viene ripetuto sinceramente per tre volte si realizza”. Così, quando si canta 3 volte Śanti, la pace prevale sulle tre fonti di disequilibrio nella nostra vita. Il primo Śanti viene cantato in tono più alto, verso le forze della natura. Il secondo, un po’ più basso, è diretto a ciò che ci circonda. L’ultimo, il più basso, è rivolto a se stessi.

Pace in cielo, in terra e dentro di noi.

La storia di Matsya, il pesce

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Tanto tempo fa Brahma, il creatore, si addormentò causando un periodo di dissoluzione. La pioggia cominciò a scendere e l’acqua a salire pericolosamente. Un demone di nome Hayagreeva approfittò della situazione e rubò i 4 Veda, che contenevano tutta la saggezza.

Ogni volta che il dharma è minacciato, Vishnu interviene incarnandosi. La forma che prese in questo frangente fu quella di un pesce, matsya.

Un giorno il saggio re Satyavrat stava facendo un bagno quando un piccolo pesce nuotò tra le sua mani e gridò “Maestà proteggimi!” 

Il re mise il pesciolino in una ciotola fatta di guscio di noce di cocco e lo portò a casa. La mattina dopo lo trovò cresciuto, così prese una ciotola più grande ma il pesciolino continuava a crescere giorno dopo giorno. Crebbe così tanto che il re dovette portarlo al mare. Il pesce chiese di non essere buttato nel mare per paura dei mostri che lo popolavano. Al re, allora,  fu chiaro che non si trattava di un normale pesce. Satyavrat chiese allora al pesce di mostrare le sue vere sembianze e si trovò davanti Vishnu. Questi gli disse che in 7 giorni il mondo intero sarebbe stato sommerso e promise di mandargli una barca dove il re avrebbe dovuto raccogliere tutti i semi, le piante e i corpi sottili di tutti gli animali presenti sulla terra per aiutarlo poi a ricreare il mondo. Una volta pronta la barca Vishnu si sarebbe presentato sotto forma di pesce; il re avrebbe dovuto legare la barca sul dorso del pesce in modo che questo potesse trasportarla in salvo. Nel frattempo Matsyavatar/Vishnu avrebbe recuperato i 4 Veda: il dio si immerse fino a raggiungere il grande mostro marino, creatura antica quanto la creazione, che aveva rubato dalla terra i Sacri Veda e si era poi rifugiato in una conchiglia nelle profondità dell’Oceano; Vishnu ne aprì la pancia, da cui uscirono quattro creature che simboleggiavano i quattro Veda. Durante il viaggio Mastyavatar raccontò a Satyavrat dello yoga e delle sue forme. Il suo discorso oggi è conosciuto come Matsya Purana. I due navigarono per molto tempo, attraverso ere, finché Brahma non si svegliò e un nuovo mondo scintillante emerse dall’oceano. Satyavrat divenne Manu, la guida, il padre, di tutte le creature.

I Kosha e lo Yoga

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Nella filosofia Vedanta il corpo è visto come una serie di contenitori o strati. La carne è il contenitore o strato più esterno ed è composto dai sensi. E’ fatto di cibo e serve da cibo e si chiama Annamaya Kosha. Questo primo kosha è animato dal secondo, quello del respiro o Prana, che si chiama Pranamaya Kosha. Al suo interno ci sono i pensieri, o Manomaya Kosha, le credneze, o Vigyanamaya Kosha e, al centro, le emozioni, o Chittamaya Kosha. Questi 3 Kosha creano 3 realtà: quella sensoriale, che dipende dalla carne, quella emotiva, che dipende dal cuore, e quella concettuale, che dipende dall’immaginazione e dall’intelligenza.

Lo Yoga è il processo che ci permette di scoprire la fonte della nostra disconnessione dall’energia universale e, spesso, da noi stessi e coinvolge la capacità di muoversi attraverso i 5 Kosha che compongono il nostro corpo, o Deha, per scoprire Dehi, la nostra essenza. Ci muoviamo dal mondo esterno sociale a quello interiore, dal Karma Yoga, o yoga del comportamento, al Bhakti Yoga, o yoga delle emozioni.

La natura è piena di unità (pianeti, stelle, rocce, fiumi, piante ed esseri umani). Queste unità sono riunite o separate da forze di attrazione o repulsione. Nel mondo fisico questo accade a livello inter-planetario come a livello sub-atomico. Nel mondo biologico si manifesta attraverso i comportamenti. Queste due forze sono Raga, o attrazione, e Dvesa, o repulsione, e fanno parte della vita. Lo Yoga ci mette nella condizione di divenire consapevoli di queste due forze che fanno parte della vita.

Il potere del suono e della parola

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Sono sempre stata convinta che attraverso le parole la nostra mente riesca a chiarirsi maggiormente le idee. Quando racconto a qualcuno qualcosa o comunque parlo ad alta voce, i concetti si mettono in ordine, le idee prendono una forma più concreta, come se tutte le componenti dell’idea, fino ad allora rimasta fumosa e non ancora ben definita, andassero a posto e il puzzle si ricomponesse formando e mostrando la figura finale. Per questo non amo molto le “trasformazioni” linguistiche a causa delle quali vengono accettate brutture come “a me mi” o “ma però” semplicemente in virtù del fatto che sono diventate di uso comune nella parlata. Parlare bene ordina le idee, ordina i concetti e crea chiarezza mentale, secondo me.

Reduce da un altro meraviglioso incontro di Sanscrito, mi trovo a riflettere. In particolar modo quest riflessione è nata dallo studio dei pronomi personali e dei verbi in Sanscrito, perché questa volta ho scoperto che in questa lingua, ma anche nelle moderne lingue indiane l’ordine non è prima, seconda e terza persona singolare e plurale, terza, seconda e prima persona, singolare e plurale. La cosa potrebbe sembrare di poco conto, effettivamente è solo una convenzione. Che importanza può avere l’ordine col quale enuncio un verbo? Tuttavia dietro a questo “ordine al contrario” si nasconde un concetto che io trovo affascinante e molto vero: la nostra conoscenza parte dal mondo che ci circonda, col quale entriamo in contatto attraverso i sensi e dalla periferia, piano piano, ci muoviamo verso il centro. Dalla terza persona passiamo alla seconda per poi approdare alla prima, noi stessi. Capisco che possa apparire un concetto un po’ da “nerd della linguistica”, ma questa scoperta è stata, per me , illuminante. Per la filosofia indiana (e non solo) l’origine di tutto è il suono primordiale om (aum). Il suono crea, il suono illumina.

Śivaratri

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Oggi è Śivaratri (Shivaratri), il giorno nel quale Śiva (Shiva) incontri Śakti (Shakti), il giorno che rappresenta per gli induisti la luce nelle tenebre più profonde. Śiva e Śakti rappresentano l’unione dello spirito con la mente. Lo spirito è coscienza di sé, la mente è materia, incarnazione della coscienza. Śiva  è spirito (Nirgun Brahman, spirito senza materia, senza corpo), Śakti è materia.  Senza Śakti Śiva non potrebbe manifestarsi, senza Śiva Śakti sarebbe solo materia inerte.

Sati amava profondamente Śiva e diventare sua moglie divenne il suo motto. Abbandonò la vita agiata del palazzo di famiglia e si ritirò nella foresta per onorare con rigore Śiva. Nonostante suo padre lo definisse incivile e distruttore, Sati sposò Śiva, ma, a causa del padre, finì per immolarsi nel fuoco. Śiva allora, disperato per la perdita, si ritirò in meditazione sul monte Kailasha, rifiutando il mondo. Attraverso la sua pratica Śiva produsse grande energia e calore, la sua mente si riempì di una vastissima conoscenza e il suo corpo cominciò a risplendere, ma energia e conoscenza rimanevano chiuse in lui, completamente inutili. Śakti decise così di intervenire per il bene del mondo e diffondere energia e conoscenza. Rinacque così come Parvati, determinata a sposare Śiva e a riportarlo nel mondo: ” Questo cuore indomabile non conosce altro sentimento che l’amore. Coloro le cui intenzioni sono stabilite e decise non si occupano delle critiche”. Fu solo dopo un lungo periodo di pratica ce Parvati vinse il cuore di Śiva e riuscì a sposarlo. Per questo Parvati è simbolo di amore e devozione e il loro amore, essendo onesto e uguale, bilancia il femminile e il maschile, la materia e lo spirito. Senza Śakti Śiva non è in grado di manifestarsi

Śivaratri segna il giorno del matrimonio tra Śiva e Parvati. Tuttavia, in alcuni Purana, Śivaratri è anche la notte in cui Śiva balla la Tandava, la danza della creazione e della distruzione. Secondo una leggenda, durante Samudra Manthan, il mescolamento dell’oceano di latte, emerse del veleno capace di distruggere l’intero mondo, in creazione in quel momento. Deva e Asura corsero, allora, da Śiva in cerca di aiuto. Questi, per proteggere il mondo, bevve il veleno e Parvati intervenne per impedire che lo inghiotisse. Così Śiva e Śakti salvarono il mondo.

Per i devoti a Śiva Śivaratri è la festa più importante. Se il devoto la osserva con sincerità, devozione e amore ottiene la grazia divina di Śiva. Osservare questa festa permette al devoto di controllare  le due forze naturali che muovono l’uomo: rajas guna (ossia la qualità di un’attività appassionata) e tamas guna ( ossia la qualità dell’inerzia). Quando un devoto onora Śivaratri durante la giornata sarà in grado di gestire e padroneggiare rajas guna, mentre se lo osserva per tutta la  notte sarà in grado di padroneggiare tamas guna.

Abhaya Mudra

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Nelle rappresentazioni di Nataraja, Śiva danzante, la mano destra è sollevata e girata avanti nel gesto che libera dalla paura, Abhaya Mudra. Si tratta di un gesto che compare in moltissime immagini delle divinità Hindu (e non solo). Mostrare il palmo a un’altra persona è un gesto che da una parte crea uno stop e blocca, spesso lo utilizziamo per fermare qualcuno, ma è anche un gesto che accoglie e rassicura. Quando salutiamo qualcuno mostriamo il palmo della nostra mano; quando vogliamo dare una carezza la diamo col palmo della mano, non con il dorso. In molte tecniche di guarigione è proprio dal palmo della mano a curare. Attraverso il palmo trasmettiamo energia e calore, quella stessa energia che permette di affrontare e superare le proprie paure, di andare oltre, dove è possibile scoprire che ciò che più si teme, alla fine,  non è così terribile; dove è possibile affrontare le proprie ombre, i propri lati oscuri per imparare a conoscerli e conoscersi meglio.

C’è qualcosa di più grande della paura da guadagnare: noi stessi.