Myth

Ultima notte di Navaratri

  

Oggi entriamo nell’ultimo giorno di Navaratri, dedicato a Sarasvati. Sarasvati è la dea della conoscenza e delle arti (letteratura, musica, pittura, poesia) ma anche della verità, del perdono e delle nascite.
Solo attraverso la conoscenza, infatti, è possibile giungere alla liberazione dal Samsara, il ciclo della morte e delle rinascite, e arrivare all’illuminazione. Nei Rig Veda Sarasvati è un possente fiume le cui acque sono ritenute creatrici, purificanti e nutrienti, proprio come la conoscenza.

Di solito è rappresentata vestita di bianco, colore della purezza della vera conoscenza, seduta su un loto (simbolo di umiltà ma anche di regalità nel senso più alto del termine) o su un’oca selvatica ( simbolo di discernimento tra bene e male e tra etrno ed effimero).

Ha 4 braccia, che rappresentano i 4 aspetti coinvolti nell’apprendimento:

1. La mente

2. L’intelletto

3. La coscienza

4. L’ego

Le mani reggono:

1. I Veda, ossia la conoscenza universale ed eterna

2. Una mala di perle bianche che reppresenta il potere della meditazione e della spiritualità

3. Un’ampolla piena di acqua purificatrice e creatrice

4. Una vina ( lo strumento musicale dal quale discende il sitar) che rappresenta le arti

Nel nono giorno di Navaratri tutti i libri e gli strumenti vengono deposti presso le statue di Sarasvati in modo da essere venerati.

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Navaratri

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Ieri, 29 settembre, ha avuto inizio per gli induisti, Navaratri, un festa nella quale si festeggia per 9 notti la Dea e il suo potere. In molte parti dell’India, in questi giorni, le donne vengono celebrate e invitate a sedersi per essere adorate come la Devi; viene loro offerto cibo e ricevono in dono vestiti. A seconda della zona dell’India cambiano le celebrazioni, ma in quella più diffusa si festeggia per i primi tre giorni Durgā, espressione divina di forza, energia potente capace di distruggere i demoni dell’egoismo e dell’adharma, ossia l’incapacità di agire secondo empatia nei confronti degli altri.

Durante i tre giorni successivi si festeggia Lakṣmī, dea della prosperità che porta la luce necessaria ad allontanare l’ignoranza, mentre gli utlimi tre giorni sono dedicati a Sarasvatī, espressione della conoscenza, del linguaggio e delle arti.

A Navaratri è legata anche l’idea di nuovo inizio, non a caso viene festeggiata all’inizio dell’autunno e all’inizio della primavera. E’ un momento nel quale ci si purifica dalle proprie colpe e si ricomincia con nuova energia. L’ultimo giorno viene chiamato anche giorno della vittoria e fa riferimento al mito di Durga nel quale si narra dell’asura Mahiṣā che, sottoponendosi a un duro periodo di ascesi, fu premiato da Śiva, ricevendo il potere di non essere sconfitto da nessuna divinità. L’asura, forte del proprio dono, cominciò a comportarsi in modo tracotante, sottoponendo tutti ad angherie e spargendo terrore nei tre mondi. Gli dei decisero così di intervenire, ma il dono di Śiva li rendeva impotenti: ogni volta che provavano ad uccidere Mahiṣā, questi rinasceva cambiando forma. Così gli dei decisero di rivolgersi a Śakti, la dea per chiedere aiuto. Le tre dee supreme, Lakṣmī, Sarasvatī e Pārvatī, unirono la propria energia creando una dea dall’aspetto temibile: Durgā. Le divinità maschili le donarono i loro poteri e le loro armi, per renderla invincibile:

Śiva le donò il Triśūla, o tridente, che rappresenta i tre guna, o qualità, dei quali è fatto il mondo.

Viṣṇu le donò il Sudarśana cakra, o disco, che rappresenta il centro della creazione.

Brahma le donò il loto, che rappresenta la purezza della saggezza e la liberazione attraverso la conoscenza.

Indra le donò il Vajra o fulmine, che rappresenta la fermezza di carattere e la determinazione.

Agni le donò una lancia, che rappresenta il potere puro.

Varuṇa le donò la conchiglia, che rappresenta il suono primordiale AUM.

Mossa da compassione per l’universo Durgā combatté per nove notti Mahiṣā. AL decimo giorno la dea trafisse l’asura con il Triśūla.

(Markandeya Purana)

 

 

Matsyendranath e lo Yoga

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Un tempo, una coppia che stava per avere un figlio scoprì che questi sarebbe nato in un periodo sfavorevole. Il bambino avrebbe portato sfortuna non solo a loro, ma anche a tutto il clan, per cui, per non rischiare, decisero di abbandonarlo gettandolo nel fiume. Il bambino fu inghiottito, intero,  da un grosso pesce e crebbe lì dentro.

Un giorno, Śiva e Pārvatī si trovavano accanto alle rive di un fiume. Śiva, dopo un lungo periodo di ritiro sul monte Kaliaśa, era tornato per insegnare alla moglie i segreti della pratica dello Yoga. In quel momento il pesce gigante si trovava a nuotare proprio in quella parte di fiume: attirato dalle voci si fermò ad ascoltare. Pārvatī se ne accorse e lo indicò a Śiva, che gli si rivolse per sapere chi fosse. Dal ventre del pesce uscì una voce: “Oh Śiva, la conoscenza che stai impartendo a Pārvatī mi affascina. Sono completamente rapito e incapace di allontanarmi dalle tue parole”.

Incapace di contenere il proprio stupore, Śiva chiese al proprietario della voce di rivelarsi e mostrarsi e Matsyendranath raccontò tutta la sua storia, fin da principio. “So che imiei genitori mi hanno considerato sfortunato, ma io credo di poter afre del bene”. Toccato dalle sue parole, Śiva lo scelse per diffondere tra gli uomini quello che aveva imparato ascoltandolo dal ventre del pesce e trasformò il pesce in uomo, dnadogli il nome di Matsyendranath, che significa Signore dei pesci.

Janaka e l’aratro

  
Re Janaka era un governante compassionevole e retto. Aveva profondamente a cuore il suo regno ed era amato e riverito da tutti i suoi sudditi. Tuttavia, una grande tristezza affliggeva il re e sua moglie. Erano senza figli e ne desideravano disperatamente uno. Per molti anni avevano cercato di rendere propizi gli dei, ma in vano. 

Vedendo regina e re così tristi, anche i sudditi soffrivano profondamente. La preoccupazione del re interferì anche sull’amministrazione del regno. Presto, i campi cominciarono a seccare e il regno, un po’ alla volta, cominciò a decadere. Quando giunse anche un’alluvione, Janaka capì di dover intervenire, per evitare che il suo regno scomparisse per sempre. Sentendosi colpevole delle condizioni nelle quali il regno versava, si buttò anima e corpo nell’impegno di controllare i danni e porre rimedio. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, le cose non sembravano migliorare, così Janaka decise di ripartire da zero, occupandosi di persona delle terre. Il re prese un aratro e decise di arare la terra, ormai arida, fino a quando gli dei non fossero stati soddisfatti, mandando l’acqua necessaria a farla rinascere. Il re era ignaro della sorpresa che lo attendeva, mentre lavorava sotto il sole cocente. Impegnato com’era dal lavoro e dai pensieri, Janaka quasi non si accorse del pianto di un neonato, proveniente dalla terra che stava arando. Il pianto divenne sempre più forte, fino a quando Janaka non lo sentì. Il re cominciò a cercare e trovò una bellissima bambina nascosta in uno dei solchi da lui arati. Il suo cuore esplose di gioia, mentre osservava i piedini e le manine della piccola. Prese allora la neonata tra le sue braccia e cercò di calmarla, confortandola e asciugando le sue lacrime. Decise di portarla a palazzo alla moglie. La bambina rimase con loro e fu chiamata Sita.

Hampi giorno 11

  
È arrivato il momento di partire. La mattina abbiamo la cerimonia di chiusura e la consegna dei diplomi per i partecipanti. Alla vigliacca Patil ci chiede di dire qualcosa sui giorni passati insieme. Ognuno dice la propria. Li guardo mentre parlano sorridenti. Un gruppo assortito, un misto particolare, di età, gusti, provenienze. Eppure, ognuno, con la propria diversità e le proprie peculiarità, si è amalgamato nel grande tutto che era il nostro gruppo. Ci siamo aiutati nelle difficoltà, abbiamo riso, ci siamo emozionati. L’India mette a nudo, ti mette in difficoltà, ti ribalta il corpo, il cuore, la mente. E loro ora sono lì, che parlano sereni e sorridenti di questi 10 giorni passati insieme, che potrebbero essere 30, 1 mese, 1 anno, tanto il tempo qui in India si dilata, perde di valore e si trasforma in esperienze, sguardi, emozioni, parole non dette per mancanza di parole, momenti sospesi all’alba, su un sasso, in silenzio, in mezzo al nulla, lo sguardo all’orizzonte. Ogni volta che vengo in India mi chiedo cosa sia la felicità. Qui in occidente è più facile per me descrivere e definire le emozioni. È tutto più netto, delineato, a fuoco. Quando vado di là, in India, ma mi è capitato anche in Vietnam, la mia certezza su cosa sia la felicità vacilla. In occidente potrei dire che la felicità è stare bene. In oriente il concetto stesso di stare bene si trasforma. Tutte le volte che ci vado cerco di osservarmi all’arrivo e alla partenza. Osservo il fastidio che mi danno certe cose all’inizio e il fatto che le stese cose alla fone siano diventate normalità del quotidiano. La doccia è un momento-soglia in questo senso. In India, negli alberghi per il turismo indiano, non internazionale, la doccia e composta da un rubinetto, un secchio grande e uno piu piccolo. Fai scendere l’acqua, che raccogli nel secchio grande per non sprecarla, e ti lavi gettandoti addosso l’acqua (spesso fredda) col secchio più piccolo. All’inizio e scomodo, è sicuramente più comodo il getto d’acqua che ti cade addosso a casa, ma dopo qualche giorno, dopo che il momento-soglia e passato, ecco che il piccolo secchiello diventa casa, quando torni in camera dopo una giornata in giro tra polvere e sudore. Sono sempre io, ePpure sono un’altra io, che ritrovo tutte le volte che vengo qui, da questa parte del mondo. E cosi anche il viaggio in mini-bus di 8 ore da Hampi a Bangalore diventa una benedizione. Tutti insieme. Chi dorme, chi chiacchiera, chi ascoltala musica, chi riguarda le foto di questi giorni. Grazie India, grazie anche a questo gruppo. Bello, tanto bello, che si è accettato cosi com’era, così com’è ora e che mi ha fatto commuovere quando ho dovuto parlare io davanti a tutti. Ecco, questo volevo dire quando mi sono fermata e non sono più riuscita ad andare avanti. Namaste, uno dei Namaste più sentiti di sempre, perché la luce, in ognuno di voi, l’ho vista davvero.

Hampi giorno 10

  
Ultimo giorno, gran finale. Questa mattina siamo finalmente andati a visitare il tempio che mi ha folgorata e per il quale ho voluto organizzare il viaggio qui ad Hampi. Vitthala Temple, il tempio dove si trova il famoso carro di pietra. Arriviamo lì molto presto, è domenica, ci sarà tanta gente. Entriamo, siamo da soli! Ma proprio soli soli. Silvestro comincia a raccontarci e a spiegare tutte le parti del tempio. Un tempietto riservato al canto dei mantra, uno più grande riservato ai balli e alle danze, uno per mangiare. In tutti i templi le colonne sono costruite in modo che ognuna, se percossa, suoni una nota differente. Nel tempio della danza ci sono numerose statue di suonatori con diversi strumenti. Il carro di pietra è semplicemente meraviglioso ed essere qui  da soli va oltre ad ogni mia aspettativa. Come sempre in questi giorni ci prendiamo tutto il tempo che ci serve. Ci sediamo tutti insieme nel tempietto dei mantra  al fresco, ci riposiamo, in silenzio. 

Usciamo dopo 1 ora, nel frattempo sono entrate 4 persone. Camminiamo in mezzo a questi massi immensi, accatastati uno sull’altro in posizioni improbabili che sembrano sfidare la gravità. Raccontano che la loro posizione sia il risultato della guerra tra le scimmie narrata nel Rāmāyana. A un certo punto notiamo una serie di piccole pile di sassi, anch’essi messi in bilico uno sull’altro. Silvestro ci racconta che i senza tetto usano creare queste piccole costruzioni come voto per richiedere alle divinità la grazia di ottenere una casa. Ce ne sono davvero tante. 

Tra le nostre mete c’è anche il luogo dove, nel palazzo del re, venivano tenuti gli elefanti. Una vera e propria scuderia, dove ogni elefante aveva il proprio “garage”, ampio e fresco. Edoardo decide di farci fare una visita guidata della struttura dove abitavano color che si occupavano degli elefanti. Statua per statua, ci racconta le caratteristiche di ognuna e, quando non sa bene chi o cosa si la statua improvvisa: “Ecco, qui vediamo una divinità metà uomo e metà pesce.” Dice osservando perplesso un bassorilievo che sembra ritrarre un busto di uomo con la coda da sirena. “La parte sopra è Shiva, quella sotto una sirena. Per questo si chiama Shivanetta”.

Dopo una lunga camminata sotto al sole che comincia a scaldare parecchio arriviamo la nostro pullman che ci porta a fare colazione. Comincio a distinguere i luoghi da cui siamo passati nelle gite precedenti. Dopo colazione continuiamo i nostri giri e, a un certo punto, capitiamo in un tempio sotto terra dedicato a Shiva. Silvestro ci porta verso la parte centrale dove si trovava un tempo, la statua del dio. Ormai il mio naso è diventato sensibile a certi odori e riconosco la presenza di pipistrelli. E infatti, entrando in un antro buio sento strani movimenti. Gli occhi ci impiegano un po’ ad abituarsi al buio, ma, quando lo fanno, sul basso soffitto scorgo un tappeto di animaletti pelosi. Alcuni si mettono a volare in tondo. Da una parte mi affascinano, ma ammetto che dall’altra mi fanno una certa impressione. Siamo stanchi e chiediamo di poter tornare in albergo a riposare un po’.

Hampi giorno 9

  
Oggi giornata di riposo. Abbiamo la nostra solita pratica alle 6, poi una lezione di Pranayama, colazione e una di Ayurveda (che io salto per stare con Lorenzo ed Edo, ci va Max questa volta). Noi decidiamo di fare un giretto appena fuori all’albergo e troviamo un posto dove vendono nientepopodimenoche le Lays! Le patatine preferite di Edo. Ne facciamo una piccola scorta per i momenti difficili. Il resto del giorno scorre pigramente fino alla sera quando arriva la pratica serale, che però fa Max perchè tocca a lui. Mentre tutti fanno Ashtanga sul prato sottostante noi ci mettiamo sul balconcino a guardare, bere una pepsi e mangiare patatine. Che meraviglia, piccoli momenti magici. Una giornata di completo riposo.

Il momento clou arriva dopo cena. Patil ci regala un sari a testa e ci viene spiegato come indossarlo. Ci chiudiamo in una stanza, ognuna con la propria striscia di tessuto colorato. Sono uno più bello dell’altro, luminosi e coloratissimi. Ci viene spiegato che la prima parte, che per tutti è diversa rispetto al motivo del resto del sari, serve a far fare la casacchina che si mette sotto al sari e che lascia la pancia scoperta. Il resto della stoffa serve a imbalsamarsi e arrotolarsi. Loro la fanno facile, con gesti sicuri e veloci fanno una serie di vestiti bellissimi, con pieghe perfette, io ci provo, ma sembro una appena scappata di casa. La parte di sorto ha una foggia che potremmo definire standard, favile da eicordare,ma difficle da eseguire, perchè la pieghe davanti non devono essere troppe, altrimenti invece di una bella indiana sembri Pattabhi Jois nel famoso video dei mutandoni. Esiste una versione un po’ più semplice nella quale fissi dei pinti di riferimento con le spillette e poi con calma fai le pieghe per poi fermare anche queste con una spilla da balia. In realtà alla seconda spilla da balia mi sono già persa e sembro San Sebastiano. Opto per la versione piu “difficile” ma sicura. Le pieghe vengono un po troppo gonfie e, effettivamente, sembro un signore con problemi di prostata, ma per essere la prima volta ci può stare, dai… vengo sistemata da due mani indiane sapienti, che si muovono con fare sicuro tra le pieghe del tessuto e mi appiattisxono un po’ l’enorme bozzo frontale. Ora possiamo passare alla parte superiore. Tira di qui, gira di là, plissetta  anche qui ed eccoci. Se respiro rimango in mutande. Mi sento come una statua greca. Mentre cerco una posizione che sembri disinvolta parte una nuova spiegazione. Attenzione! Non esiste mica un solo modo per sistemare il sari nella parte superiore. Ne esistono almeno almeno altre 6 o 7. La confusione aumenta, non so più dove mettere cosa e soprattutto come: variante con velo sulle spalle, davanti, sulla testa, alla ciato davanti come una cintura, da gran festa (dove probabilmente vieni servita, riverita e imboccata perché, dovendo tenere i lembi del sari nelle due mani, ogni azione ti viene preclusa), da lavoro (dove hai le mani libere e puoi fare anche i labori più impegnativi e pesanti senza rimanere nuda). Alla fine decidiamo che per quanto riguarda la parte superiore possiamo lavorare di fantasia e inventarci nuove fogge. È piu semplice…

E comunque jeans e t-shirt sono più facili da mettere.

Hampi giorno 8

  
Oggi siamo andati a visitare il tempio dedicato a Shiva. Virupaksha temple. Prima di entrare, ai due lati del viale, si trova il vecchio mercato, ormai in disuso, fatto tutto di pietra. Le piante si sono ormai in parte impossessate delle strutture, rendendo il posto ancora piu affascinante. Sembra di essere a metà tra il libro della jungla e Indiana Jones. L’ingresso pullula di tuc tuc, bus, gente che va e viene, bamcarelle di tutti i tipi, dal cocco alle borse, dai peluche ai dolci. Ci incamminiamo verso l’entrata. Bisogna lasciare giù le ciabatte all’ingresso. Mi piace. Amo camminare a piedi nudi sul granito caldo, morbido, modellato e ammorbidito dai passi di chi è già venuto qui, dal tempo, dall’acqua, dal sole, dalla terra e dalla sabbia. Non appena entrati, sulla sinistra vediamo un capannello di gente. Mi avvicino e vedo un elefantino cone le tre tipiche strisce bianche di Shiva sulla fronte. Sta mangiando delle foglie. Ogni tanto si ferma, si fa dare un’offerta e tocca, con la proboscide, la testa di chi compie l’offerta. Ovviamente Edo mi chiede di poterlo fare, così, soldini alla mano, si avvicina sorridente. L’elefenatino nel frattempo si è rimesso a mangiare. Edo sporge la manina coi soldini. L’elefantino lo guarda, sembra dirgli “un attimo”. Prende un ramo, ne strappa delle foglie e le impasta accuratamente con la proboscide, compattandole minuziosamente, per poi infilarsele in bocca. Solo allora, con la bocca ancora piena di foglie, accetta l’offerta di Edo, la da all’uomo che gli sta accanto e accarezza la testa di Edo che torna indietro con gli o chi spalancati e la manina sul cuore: mamma che emozione!

Continuiamo la nostra visita. In mezzo al cortile un enorme bue, o forse mucca, comunque un bovino con gobba, provvisto di enormi corna, mastica con aria oziosa, guardandosi intorno. Un gruppo colorato di donne ci si avvicina per chiedere un selfie, ma nessuna di loro tira fuori il telefono. Capisco che si aspettano che io faccia il selfie. Tutte in posa. Faccio una foto raccapricciante, tagliando la metà delle facce e delle teste, ma loro si rimirano contente e soddisfatte. Procediamo verso la nostra prima meta, il tempio dove si trova raffigurata la scena nella quale Parvati si ritura in meditazione per attirare l’attenzione di Shiva, a sua volta ritiratosi in meditazione per sfuggire al dolore della perdita di Sati, la precedente incarnazione di Parvati. Ho sempre pensato che tutto ciò fosse successo sul monte Kailash. Perchè così narrava, in effetti, la leggenda. Ed effettivamente avrebbe anche senso, ma parte dell’India in cui vai, variante di mito che trovi… qui ad Hampi, oltre a raccontare che le vocende tra Rama e Hanuman sono accadute qui, raccontano anche che è proprio in questo tempio che Parvati è riuscita a risvegliare Shiva dalla meditazione, non prima di aver incenerito con il suo terzo sguardo il povero Kama, che stava cercando di colpirlo con la sua freccia per farlo innamorare di Parvati. Sotto al porticato del tempio stanno dormendo due donne, con le loro borse accanto. Una scimmia si avvicina con aria furba e trafuga da una borsa una borraccia di plastica e comincia a cercare di svitare il tappo per bere. Si apre un siparietto strepitoso; un signore si avventa sulla scimmia per salcare la bottiglia, ma la scimmia con un balzo si arrampica su una solonna del tempio perdendo la bottiglia che vola rumorosamente a terra svegliando le due addormentate. Accanto al tempio finalmente troviamo le scimmie con la faccia nera che tanto ci avevano intenerito l’altro giorno. Mi sono attrezzata con biscotti e carote e questa colta non mi fregano, ne tiro fuori un pezzo alla volta, cosi non mi posso scippare. Le scimmie dagli occhioni dolci arrivano, con il loro fare gentile e orsacchiottoso e comiciano ad appoggiare le loro morbide anine sul mio braccio. E niente, io le amo. Stiamo ad amoreggiare per un po’. Spuntano fuori anche un bel numero di scimmie più piccole, quelle arroganti, con i loro piccoletti appesi alla pancia e le guance gonfie di cibo. Credo che non se la passimo male qui. Sono una delle attrazioni del tempio, mangiano e si vede. Ho letto che in origine in questa zona non c’erano tutte queste scimmie. Ne sono state loberate circa 300 in occasione della registrazione del film di Bollywood “Hanuman” e (che, a questo punto, dovrò guardare) per poi rimanere qui. Continuiamo il nostro giro, ma siamo continuamente distratti dagli animaletti che affollano questo singolare tempio, pieno di altari e idoli sparsi in ogni angolo e cunicolo. Porticine e scalette portano a piccoli spazi dove trovi un piccolo tesoro da ammirare. Uscendo dal tempio ci troviamo sul fiume e sul lungo fiume una serie di bancarelle. Ci beviamo un cocco e riprendiamo il nostro giro che ci porta verso l’uscita. 

La sera una pratica a tema di Shiva Flow, ancora dedicata al Rāmāyana: Sirsa Flow. E questa sera ho l’onore di avere a lezione Deepak, il nistro insegnante della mattina, e una ragazzina indiana che abbiamo conosciuto qui in albergo. 

Hampi giorno 7

  
Oggi si festeggiava il giorno dell’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna. È a che il giorno dei fratelli e delle sorelle. È anche il compleanno di Max. Per essere una giornata così piena di eventi, tutto sommato, è stata una giornata tranquilla. Ci siamo alzati presto per la solita pratica, oggi più intensa e un po’ più movimentata del solito. Il tempo di cambiarci e via verso la scuola vicino al nostro albergo. Siamo stati invitati a vedere come si festeggia questa giornata. I negozi oggi sono tutti chiusi, ma le scuole sono aperte. Non è giusto, un punto a sfavore dell’India.

Entriamo in cortile e troviamo tantissimi bambini schierati, in divisa scolastica, divisi per altezza e, ovviamente, sesso, sull’attenti. Un grande rettangolo centrale e un’altra fila dietro a questo rettangolo. Una bambina urla qualcosa, che io non comprendo, e parte l’alzabandiera. È pieno di persone adulte che identificheremo, poi, come direttori e responsabili di questa scuola che fa parte del Rotary Club. Dopo l’alzabandiera i bambini cominciano a cantare, con il saluto militare, quello che credo sia l’inno dell’India. Distinguo le parole Bharata (antico nome dell’India) e Ganga ( il fiume che noi chiamiamo Gange). Al termine, un bambino del gruppetto distaccato inizia a urlare comandi che il suo gruppo esegue muovendosi come un sol uomo e iniziano una marcia decisamente marziale per fare tutto il giro del campo, passando davanti alle autorità per salutarle, per poi sedersi tutti insieme a terra dopo essersi divisi in due grandi ali, a destra e sinistra. Da una parte i maschi, dall’altra le femmine. Un po’ mi fa impressione tutta questa marzialità in una scuola, ma capisco che sitratta di una festa per la liberazione da un nemico che li ha tenuti sotto giogo per più di 200 anni sfruttandoli con prepotenza. Gli europei sono riusciti a fare cose abominevoli. Quello che mi pare il presidente tiene un discorso, in inglese, dicendo che nella loro scuola le famiglie provengono dalla classe media. Non sono ricchi e molti faticano a pagare la retta, per cui hanno deciso che p,chi potrà permetterselo, pagherà parte della quota di chi non può. Inizia con un complicato (per me calcolo) sulla retta e su come saranno suddivise le rate che dovranno pagare i più benestanti per aiutare gli altri. Finisce. Crco di applaudire, ma i bambini battono le mani in modo strano, ritmato, militare. Non sembra neanche più un applauso. Comiciano a intervenire diverse altre persone, sempre in inglese, ringraziano tutti, anche il gruppo di italiani che praticano yoga che sono venuti in visita (applauso, questa volta normale). L’ultmo intervento è di una signora corpulenta che, mi dicono poi, è la direttrice di questa scuola. Parla in kannada, la lingua dela Karnataka, per cui non capisco nulla, ma intendo la parola Kashmir. Peccato, sarebbe stato interessante capire. Al termine dul suo intervento parte lo spettacolo dei bambini. Al centro del cortile, tra le due ali di bambini seduti a terra, un gruppo di 6 ragazzine ballano, vestite chi di bianco, chi di arancione, chi di verde, i colori della bandiera indiana. È un ballo moderno, mi sembra, stile Bollywood. Nel frattempo vedo un gruppo di bambini vestiti con tute mimetiche prepararsi per il prossimo numero. L’effetto che fa è un po’ strano. Cominciano a ballare  e ci accorgiamo che stanno mettendo in scena la guerra contro gli inglesi, che li ha portati all’indipendenza, con tanto di spari, mitra e morto portato via sulle spalle. Rimango scossa dalla scena, ma penso poi che è veramente quello che è successo. E come accade per la spazzatura sparsa per ogni angolo dell’India, anche questo episodio venga mostrato così com’e. Crudo. Mentre rifletto ecco che sulla mia kurta cade l’usuale cacca del viaggio. Chi segue i miei viaggi in India sa che ad ogni viaggio mi ticca una cacca di qualche tipo. Questa piomba dall’albero sotto cui siamo stati sistemati. Anche la tradizione è stata rispettata. 

Al termine della cerimonia distribuiamo ai bambini cioccolato e mele e veniamo invitati a rimanere per colazione. Ormai abbiamo suoerato la metà della vacanza e cominciamo a essere in salita col cibo. Qui si mangia veramente tanto, anche a colazione, ma non possiamo rifiutare. Fintio tutto salutiamo, rimgraziamo e torniamo in albergo per l’ultima lezione di Julio.

Eh sì, questa sera Julio purtroppo partirà. Ce lo dice un po’ triste. E siamo un po’ tristi anche noi. La lezione apre con la cerimonia per festeggiare il giorno dei fratelli e delle sorelle che prevede un breve rito con mantra. Chi lo officia ti allaccia un braccialetto e questa cosa ti unisce in “fratellanza”. Dunque adesso siamo tutti fratelli di Julio. Ricollego questa cerimonia al primo anno in cui sono venuta in India e, in un negozio di Mysore, ho trovato dei “braccialetti per sorelle”. Al momento non avevo capito di cosa si trattasse, ore, dopo quasi 4 anni, finalmente so. Inizia la lezione, non funziona il proiettore oggi. Julio, costretto a fare del suo meglio, fa la sua lezione migliore, nella quale ci spoega come suddividere la giornata in momenti proprizi e momenti meno propizi per poi poter decidere se fare una cosa o no. Un calcolo complicatissimo, per me, che mi renderebbe la vita un vero inferno, perchè lo sbaglierei di sicuro e mi troverei a fare le cose nei momenti sbagliati. Credo che rimarrò legata al caso.

Il pomeriggio passa pigramente. Decido di riposarmi in camera. Per fortuna. Arriva il monsone. Un  muro d’acqua impressionante che abbssa la temperatura in pochi secondi.

Hampi giorno 6

  
Giornatona. Oggi siamo andati di nuovo in gita al sito archeologico e abbiamo visitato il tempio dedicato a Visnu dove si trova inciso tutto il Rāmāyana. La guida, che parla come il gatto Silvestro, ci fa fare tutto il giro esterno raccontandoci la storia e spiegando le varie scene. Per me è la realizzazione di un sogno poter vedere inciso sulla pietra quello che sto studiando da anni. Hanuman con la coda arrotolata davanti a Ravana diventa un momento particolare perché, senza saperlo, nella pratica della sera prima, avevo raccontato la storia riferendomi a Utkatasana. Mi guardo intorno e vedo facce illuminate che seguono con interesse quello che sta raccontando Silvestro. Il giro di oggi è particolarmente lungo e intenso. La giornata si è aperta con un “viaggio” di circa 400 scalini per arrivare in cima a un cocuzzolo dove si trova un tempietto dedicato a, guarda un po’, Virabhadra, del quale avevo parlato, sempre casualmente, durante la pratica della sera prima facendo i Viarabhadrasana.

Purtroppo i non hindū non possono entrare, così ci godiamo il panorama mozzafiato a 360 gradi. Dicono che proprio in questo punto si siano incontrati Rama e Sugriva. Beh, un bel pinto per incontrarsi. Ci sediamo, insieme al cagnolino che ci ha seguito dal parcheggio, facendosi tutta la scalata con noi. Julio propone di cantare di un mantra. Accettiamo, ma, con orrore, ci accorgiamo che hanno deciso di registrare la cosa. Julio è melodioso e gorgheggia, manco fosse Cenerentola, noi beliamo penosamente e stanno registrando lo scempio. Mi sento profondamente in colpa. Sarebbe sicuramente più appropriato rimanere ad ascoltare e godere dei benefici del mantra in questo modo, piuttosto che mandare ai rovi una tradizione millenaria. A un certo punto sento una strana sensazione alle mani. Qualcosa di umido e molliccio. Ecco, la punizione divina. Socchiudo gli occhi ed ecco il nostro accompagnatore peloso che mi sta leccando una mano, prima di mettersi giù a dormire, non so se per la disperazione (a causa nostra) o per la delizia (per Julio).

Avevamo pensato di stare fuori anche nel pomeriggio, ma siamo stravolti e preferiamo tornare indietro. Nonostante le nuvole sparse ci siamo “brasati” per bene a macchie. Io per esempio ho sul collo la forma dello zaino. C’è chi ha la roga della maglietta sulle braccia, chi il naso che sembra una lampadina, come Rudy, la renna di Babbo Natale. La sera crollo alle 9.30, il giorno dopo ci saranno le lezioni e si festeggerà il giorno dell’indipendenza dell’India, dopo 200 anni di dominazione inglese. Finalmente potrò sfoggiare la mia fantastica maglietta con la bandiera.