Myth

La nascita dell’arco

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In alcune scrittura hindū Viśvakarmā viene presentato come il creatore dell’universo, la personificazione della creazione. Un giorno, mentre lavorava alla creazione dell’universo, si rese conto di quanto complesso e imprevedibile fosse tale progetto. Per poter assicurare vita a tale creazione era necessario creare un sistema in equilibrio, affinché non si autodistruggesse. Così, con questa intenzione, decise di fornire uno strumento che potesse aiutare i guerrieri onesti e valorosi a proteggere la sua creatura. Creò due archi (dhanura in sanscrito) invincibili che avrebbero reso invincibili i possessori. Viśvakarmā decise di darne uno a Śiva e uno a Viṣṇu. L’arco del primo fu chiamato Pinaka, mentre l’altro Śaranga. Nel tempo questi due archi giocarono un ruolo fondamentale per far prevalere i giusti.

Tripura

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Esisteva una città chiamata Tripura, formata da 3 città. La parte più bassa, con i muri di ferri, si trovava sulla terra; la seconda parte, con i muri d’argento, si trovava in cielo; la terza parte, con i muri d’oro, si trovava in paradiso. Queste 3 città erano mobili e si allineavano solo 1 volta ogni 100 anni, momento in cui diventavano vulnerabili alla freccia di Śiva che, colpendole tutte e tre in un colpo solo, aveva il potere di distruggerle.

Tripura era abitata dagli Asura che, dopo un primo momento di pace e tranquillità, cominciarono a manifestare le loro tendenze maligne, attaccando saggi e demoni. Indra e gli altri Deva decisero di rivolgersi prima a Brahma poi a Śiva. Quest’ultimo decise di aiutarli e i Deva tornarono per combattere gli Asura in una feroce e terribile guerra.

Un giorno le 3 città si allinearono. Prithvi allora si fece carro con Surya e Chandra come ruote. Brahma teneva le redini del carro mentre il Monte Meru si fece arco e il serpente Śeśnag corda. Vishnu si fece freccia, Agni la sua punta e Vayu fu il vento delle piume. Tutti gli altri Deva avevano il proprio posto nel carro. Non appena le 3 città si allinearono Shiva fece per scoccare la freccia. I Deva gioirono, ma il Dio si fermò e sorrise. Le città presero improvvisamente fuoco e solo allora Śiva scoccò la freccia sulle città fiammeggianti. Una volta distrutta Tripura Śiva cominciò a danzare la tandava.

Storia tratta dal Mahābhārata

Uṣṭrasana

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Un giorno, Parvātī e Śiva stavano parlando tra di loro mentre la dea giocherellava con un pezzo di argilla. A un certo punto si rese conto di aver dato forma a un animale con un lungo collo e grandi occhi, la coda e delle gambe lunghe. L’animale aveva 5 zampe, ma a Parvātī piacque comunque. Più lo guardava, più desiderava che l’animale prendesse vita.

“Śiva, guarda che bello. Mi sento come se avessi creato un altro figlio. Puoi fare qualcosa per portarlo in vita?”

“Parvātī, la tua creazione è davvero bellissima, ma temo che avrà problemi a muoversi con quelle 5 zampe. Osserva tutte le creature intorno a te, nessuna di loro ha 5 zampe, e per una ragione ben precisa; è quasi impossibile camminare su un numero dispari di zampe.” Rispose Śiva.

“Per favore infondi vita in questa creatura, sono sicura che sarà in grado di camminare e sarà in grado di portare pesi ed essere utile”

Śiva era ancora dubbioso, ma decise di assecondare la moglie. L’animale era bellissimo, forte e aggraziato, ma non poteva muoversi; ondeggiava avanti e indietro, a destra e sinistra. Il dio realizzò che sarebbe stato crudele lasciar vivere un animale del genere, poiché aveva delle possibilità davvero limitate di sopravvivenza: non avrebbe potuto scappare dai pericoli o procurarsi del cibo.

“Parvātī, credo che dovremo intervenire sulla creatura per renderla autosufficiente”

Dopo qualche riflessione Śiva ebbe l’idea di spingere la gamba in più verso il corpo e così fecero, ma sul dorso dell’animale comparvero due protuberanze. Le due divinità erano sconcertate, ma si accorsero che queste due protuberanze sarebbero servite all’animale per raccogliere e trasportare acqua e cibo, potendo camminare per giorni interi senza soffrire di fame e sete.

Gaṇeśa – superare gli ostacoli

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Il saggio Vyasa fu testimone degli eventi contenuti nell’epica conosciuta come Mahābhārata, tuttavia i suoi ricordi erano mescolati e confusi nella sua mente. In profonda meditazione ricevette da Brahma il suggerimento di chiedere a Gaṇeśa di fare da scrivano del poema. Così decise di invocare il dio dalla testa di elefante affinché questi lo aiutasse a fare chiarezza, dipanando i nodi dei suoi ricordi, organizzando i suoi pensieri e, infine, mettendoli nero su bianco. Gaṇeśa si prestò, dunque, a fare da scriba a Vyasa, impegnandosi a riportare, sotto dettatura e senza interruzioni, la grande opera epica che contiene ogni conoscenza.

Durante la dettatura, tuttavia, la penna con la quale stava scrivendo Gaṇeśa si ruppe improvvisamente. Il dio, non avendone un’altra a portata di mano e avendo promesso di non interrompersi, decise di sacrificare una propria zanna. Senza pensarci due volte ne spezzò una e la intinse nell’inchiostro per portare avanti il proprio compito, anteponendo la conoscenza e la saggezza alla bellezza.

Si dice che questo episodio sia accaduto nel giorno conosciuto come Akshayya Tritiya, ossia il terzo giorno di luna calante del mese conosciuto come Vaishaka.

Il saggio Vasistha

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Brahma fu creato all’inizio del tempo ed ebbe il compito di creare il resto dell’universo. Davanti all’enormità di tale compito decise di chiedere aiuto. Creò, così, qualcuno su cui poter fare affidamento.  Iniziò da quattro figli e, attraverso fatica e lavoro, e qualche sofferenza, Brahma riuscì a portare a termine il proprio compito e creare l’universo.

Il saggio Vasistha era uno dei saptariśi, i 7 saggi, che aiutarono. Era molto saggio e Brahma decise di rivelargli il grande segreto della vita mortale. Sperava che Vasistha potesse comprendere il dolore umano e le emozioni poiché questo gli avrebbe donato empatia e saggezza. “Vasistha, ti manderò sulla terra in un corpo malato. Solo allora capirai il dolore e dunque sarai in grado di trascenderlo per raggiungere la vera saggezza. Vasistha acconsentì immediatamente, senza immaginare cosa potesse significare una cosa del genere.

Il dolore si impadronì di lui progressivamente e il saggio cercò di sopportarlo il più possibile, ma, alla fine, il dolore divenne intollerabile. Vasistha giunse a desiderare di liberarsene, ma non sapeva come. Pensò che attraverso il tapas e la pratica austera Brahma avrebbe potuto mostrargli la via e così fece, sperando che il dio lo notasse e lo liberasse.

Alla fine Brahma lo notò e decise che Vasistha era pronto per imparare il grande segreto della vita mortale. “Vasistha, il segreto per sopportare il ciclo di nascita e morte è la tua relazione col dolore. Più lo combatti, più ti piega. Accettare il dolore e vivere con esso ti aiuterà a tollerarlo. Allora imparerai dal dolore, lo trascenderai e raggiungerai l’illuminazione”

Nella posizione dedicata a questo saggio dobbiamo trovare il nostro equilibrio attraverso il corpo, ma anche grazie alla mente, unendoli in un’unica essenza.

Hridaya Mudrā

 

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Hridaya in sanscrito significa cuore, centro, essenza e Hridaya mudrā è la mudrā del cuore, il suo sigillo, il sigillo energetico dell’amore incondizionato e della compassione. Si dice che aumenti la nostra capacità di entrare in empatia con gli altri e sblocchi l’energia del cuore.

In questa mudrā, l’indice si appoggia alla base del pollice, mentre medio e anulare si appoggiano sulla punta del pollice. Il pollice è il dito di Agni, il fuoco, che aiuta ad “aumentare” o “diminuire” gli altri elementi. Con questa mudrā, poiché sulla punta del pollice sono appoggiati il medio, che è il dito di Ākāśa, lo spazio, e l’anulare, che è il dito di Prithvi, la terra, portiamo equilibrio tra la pesantezza della nostra parte più fisica e l’impalpabile leggerezza della nostra parte più sottile. L’indice è il dito di Vayu, il vento o aria, la parte più instabile e in movimento del nostro essere che cerchiamo di calmare e placare abbassando il dito alla base del pollice. L’indice alla base del pollice rappresenta anche la nostra capacità di “sacrificare” il nostro ego a quanto di più grande ci sia intorno a noi.

Skanda, il dio della guerra

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L’asura Taraka minacciava il mondo e gli dei non era nella posizione di poterlo difendere. L’asura, infatti aveva ricevuto un favore, secondo il quale sarebbe stato ucciso solo e unicamente da un bambino di 6 giorni, condizione impossibile che gli assicurava invincibilità. Gli dei decisero che l’unica divinità in grado di dare vita a un tale bambino fosse Śiva, grazie alla sua pratica austera. Così chiesero a Śakti di convincerlo a fare un figlio. La cosa non fu facile, poiché Śiva era così intento nella sua meditazione che non era interessato. Intervenne allora Kama, il dio dell’amore. Le cose non andarono proprio come avrebbero dovuto, e il seme del dio cadde a terra. Agni, il dio del fuoco, intervenne, allora, ma il seme era così caldo che nessuno, neanche il dio del fuoco, poteva tenerlo, così Agni lo passò a Vayu, il dio del vento, ma anche lui non riuscì a raffreddarlo. Così fu gettato in un fiume, che iniziò a bollire, incendiando le rive. Quando il fuoco fu estinto rivelò 6 bambini, sotto forma di fiori di loto. Essi furono nutriti e curati dalle 6 stelle delle divinità delle Pleiadi, conosciute anche come Krittika.

Śakti abbracciò i 6 bambini così forte da unirli in un unico bambino, chiamato Skanda. Skanda è una divinità con una lancia e cavalca un pavone. Il dio affrontò Taraka e, naturalmente, lo sconfisse salvando il mondo. E’ legato a Mangala, Marte, il pianeta legato alla guerra.

Satyavati e Vyasa

 

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Una pescatrice di nome Satyavati, una volta, diede un passaggio in barca a un saggio di nome Parasara, attraverso il fiume Yamuna, fiume sacro per gli Hindū. Il saggio, durante il viaggio, si innamorò della donna e i due ebbero un figlio.A causa dei poteri acquisiti tramite le sue pratiche, il saggio aveva dei poteri che potremmo definire “magici”. Il bambino fu così concepito e partorito durante la traversata, prima che la barca potesse raggiungere l’altra sponda del fiume. Una volta nato il bambino crebbe all’istante, diventando ragazzo, e fu portato a vivere su un’isola che si trovava proprio al centro del fiume.

Questo bambino fu poi conosciuto negli anni a venire col nome di Vyasa, il grande compilatore dei Veda.

Patanjali

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Viṣṇu era sdraiato su Ādi Śeṣa, mentre guardava Śiva ballare. La danza era così bella che Viṣṇu era completamente assorbito. Il suo corpo cominciò a ondeggiare languidamente a ritmo. Non appena si rilassò e lasciò che i movimenti fagocitassero il suo corpo, cominciò a diventare sempre più pesante. Ādi Śeṣa trovò sempre più difficile sostenere il suo peso e fu sul punto di collassare. Proprio in quel momento, la danza di Śiva cessò e il corpo di Viṣṇu tornò a essere leggero.

Incuriosito, Ādi Śeṣa chiese il perché a Viṣṇu. “la grazia, la bellezza, la maestà e la grandezza della danza di Śiva sono così ipnotiche che chi la guarda ne rimane rapito. I corpi iniziano a rilassarsi e a ondeggiare automaticamente”.

Impressionato, Ādi Śeṣa decise di provare a danzare come Śiva e chiese a Viṣṇu come fare. Dopo lunga meditazione il dio trovò la soluzione: “Ādi Śeṣa sei destinato a scrivere un commentario sulla grammatica e Śiva stesso ti chiederà di farlo. Allora potrai dedicarti alla perfezione dell’arte della danza”. A queste parole Ādi Śeṣa cominciò a meditare su come fare a manifestarsi sulla terra. Gli apparve una yogini, Gonika, mentre pregava per avere un figlio meritevole al quale passare le sue conoscenze e la sua saggezza. Ādi Śeṣa realizzò che quella sarebbe stata la madre perfetta per lui. Gonika si riempì le mani d’acqua, mentre pregava, e chiuyse gli occhi per meditare su Surya il dio sole. Quando era sul punto di offrire l’acqua, aprì gli occhi e vide un piccolo serpente che, piano piano, si stava trasformando in umano. Il piccolo umano si prostrò davanti a Gonika e le chiese di accettarlo come figlio. Lo chiamò Patanjali (pata in sanscrito significa caduto, anjali, oblazione o mani unite in preghiera)

Om e Aum

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Nella tradizione dello Yoga OM ॐ è il mantra più sacro e rappresentativo. E’ il suono primordiale che ha dato origine alla creazione e racchiude in sé i tre aspetti divini: la creazione (Brahma), la conservazione (Vishnu) e la trasformazione (Shiva).
OM deriva dal mantra induista AUM (in sanscrito la lettera O è formata dai suoni A+U): che rappresenta la sintesi e l’essenza di ogni mantra e, proprio per questo, AUM viene recitato in apertura di altri mantra. Nella Māṇḍūkya Upaniṣad si parla di questa sillaba e vengono dati i significati più profondi:

 A è la vita della coscienza che si muove verso l’esterno nello stato di veglia, comune a tutti gli uomini. E’ la nostra coscienza mentre siamo svegli e interagiamo col mondo che ci circonda.

U è la vita della coscienza che si muove all’interno nello stato di sogno . Colui che conosce questo ottiene equilibrio.           

M è la vita della coscienza silenziosa nello stato di sonno,  dove la persona non ha né desideri né sogni, né tantomeno coscienza. Questa è la condizione di unità.
OM come suono unico è lo stato della coscienza suprema e la sua vibrazione permette di trascendere i tre stati ordinari precedenti e di sperimentare essere, coscienza e beatitudine.

Durante il periodo Vedico, più antico rispetto a quello delle Upaniṣad, il mantra OM aveva, tuttavia, un valore differente. Il sacerdote, che doveva controllare la correttezza dell’esecuzione del rito vedico, ripeteva incessantemente il mantra OM per dare il proprio consenso. L’OM del periodo vedico aveva il valore che oggi ha il nostro ok.