Myth

Il vimāna

Nel Rāmāyana si racconta che, durante l’esilio, Rāma e Sitā si rifugiarono nella foresta a vivere. Un giorno Sitā vide un cervo d’oro e chiese a Rāma di catturarlo per lei. Rāma dapprima rifiutò. Non voleva lasciare la moglie da sola, temendo che potesse accaderle qualcosa, ma la sua insistenza lo spinse ad allontanarsi dal loro rifugio, a caccia del cervo. Purtroppo si trattava di una trappola e, non appena Rāma si allontanò, l’asura Rāvana rapì Sitā caricandola sul suo vimāna, il carro volante, con la quale la portò fino all’isola di Lankā.

Il vimāna più famoso si chiama Pushpaka (fiorito); fu costruito da Viśvakarman, l’architetto divino, per il dio della ricchezza, Kubera. Si dice che avesse due piani, che fosse elegante, spazioso, con sale finestrate dalle quali i viaggiatori potevano guardare comodamente fuori. Si dice che emettesse musica mentre passava nel cielo leggero come una nuvola e non importa quanti passeggeri ci fossero a bordo, c’era sempre un posto libero.

Ganga

Se guardiamo da vicino i capelli di Shiva, possiamo scorgere una piccola figura femminile con uno zampillo d’acqua che esce dalla sua bocca. E’ la dea Ganga, che oggi chiamiamo fiume Gange.

Molto tempo fa viveva un principe chiamato Bhagirata. Sagar, re di Ayodhya, era suo avo e padre di 60 mila figli. Era un grande re che desiderava essere ancora più grande. Per fare questo, praticava il rito chiamato Ashwamedha, che consisteva nel liberare un cavallo in modo che galoppasse il più lontano possibile; dove il cavallo si fermava, lì arrivava il regno. Per 99 volte Sagar eseguì questa cerimonia e per 99 volte il suo territorio si allargò. Al centesimo rito Indra cominciò ad allarmarsi, temendo che Sagar puntasse ad annettere al propio regno anche lo Svarga. Così il dio rubò il cavallo e lo nascose nel Patala, il regno sotterraneo, legandolo vicino a Kapila Muni, un saggio in meditazione proprio nel Patala. Tutti i figli di Sagar andarono a cercare il cavallo. Trovandolo vicino a Kapila Muni, trassero la conclusione che proprio lui fosse il ladro e cominciarono a picchiarlo. Può essere pericoloso anche solo toccare un saggio in meditazione. Quando i principi attaccarono Kapila Muni, il suo terzo occhio si aprì e li maledisse riducendoli in cenere. Il peso karmico dell’azione compiuta ricadde sugli eredi e Kapila, per mitigarne il peso, disse che i figli di Sagar sarebbero stati liberi nel momento in cui fossero stati lavati dalle acque del Gange. A quei tempi Ganga esisteva solo sotto forma celeste, visibile nel cielo come Via Lattea, ma la richiesta di Kapila Mundi la costringeva a manifestarsi sulla terra. Tuttavia, se fosse caduta direttamente sulla terra, senza nulla che potesse contenerla, avrebbe provocato disastri e distruzioni. Così Ganga chiese agli dei di prenderla durante la caduta, per ammorbidire l’impatto. L’unico dio abbastanza forte per questo compito era Shiva, che si offrì di accoglierla tra i suoi capelli.

Indra e il Vajra

Indra, il re dei pianeti celesti, era diventato molto orgoglioso della propria immensa ricchezza e gloria. Un giorno, seduto sul suo trono, circondato dai più alti essere celesti, vide entrare nella sala Brihaspati, sacerdote e maestro spirituale dei Deva. Indra era così pieno di sé che non reputo necessario alzarsi e inchinarsi al proprio precettore. Brihaspati semplicemente lo guardò e se ne andò. Indra si rese conto del proprio errore: senza l’aiuto del maestro non sarebbe mai stato in grado di sconfiggere l’esercito dei demoni. Decise così di cercare il proprio Maestro per chiedere scusa, ma non lo trovò poiché Brihaspati si era reso invisibile.

Indra, in cerca di un nuovo precettore, si rivolse allora a Vishvarupa, ma, dopo un buon inizio, la spocchia di Indra porto disaccordo tra i due e questi uccise il nuovo maestro.
Il padre di Vishvarupa allora decise di vendicare la morte del figlio e, attraverso un potente rito, creò un demone di nome Vritra, che fece tremare il mondo.

Il mostro, dietro ordine del suo creatore, radunò un esercito enorme di spaventosi demoni col quale sconfisse i Deva capeggiati da Indra.
Indra decise allora di chiedere aiuto a Brahma che gli disse che l’unica arma in grado di distruggere Vritra era quella creata dalle ossa adamantine del Rishi Dadichi. I Deva andarono presso il suo ashram e trovarono un posto dove gatti e topi, tigri ed elefanti, manguste e serpenti giocavano in pace. Nessuno aveva intenzione di far male all’altro grazie alla vicinanza del grande saggio.

Dadichi li accolse: “Qualunque sia il motivo per cui siete giunti, sarete accontentati”. I Deva raccontarono tutto e chiesero al saggio di rinunciare al suo corpo per il bene del mondo. Dadichi non esitò. Entrò in samadhi, abbandonò il proprio corpo e raggiunse Brahman.

I Deva allora poterono costruire diverse armi, tra le quali il vajira, che fu ricavato dalla colonna vertebrale del saggio.
Il combattimento tra Indra e Vritra fu feroce e di grande insegnamento per Indra. Vritra, nonostante le numerose ferite, combattè fino all’ultimo accettando con totale abbandono e fiducia l’esito finale della battaglia.

Sethu Bandha Sarvangasana

Durante il quattordicesimo anno di esilio di Rama, sua moglie Sita fu rapita da Ravana, che la portò sulla sua isola, Lanka. Hanuman aiutò Rama a cercarla e, una volta trovata, tornò da lui; insieme organizzarono un esercito di scimmie per andare a prenderla. Giunti sulla costa indiana si pose loro il problema di come attraversare l’oceano per arrivare sull’isola. Costruire un ponte era impensabile. Hanuman, allora ebbe un’idea; prese dei massi, vi incise sopra il nome Rama e li lanciò nell’acqua. Incredibilmente i massi non colarono a picco sul fondo dell’oceano, ma, grazie all’incisione, galleggiarono formando uno stabile ponte che permise loro di arrivare sull’isola e liberare Sita.

Conmukha mukha mudrā

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Questa mudrā viene utilizzata per bilanciare l’energia solare con quella lunare nel nostro corpo, così come il maschile e il femminile, lo yang e lo yin. Lavora, inoltre, sull’armonizzazione di prana e apana, i due processi che sottendono all’immissione di energia e all’espulsione degli scarti dal nostro corpo.

Per eseguirla occorre unire la punta delle dita di ciascuna mano in modo che il polpastrello del pollice tocchi contemporaneamente tutti gli altri. Girare la sinistra verso il basso, mentre la destra verso l’alto per unire le punte delle dita tra di loro. Mantenere per 5/10 minuti per poi ruotare e portare in alto la destra e in basso la sinistra e mantenere per altri 5/10 minuti.

Questa mudrā calma la mente e porta un naturale bilanciamento tra energie ascendenti e discendenti del corpo.

La manifestazione dell’universo

Vac , la dea della parola, del discorso e del suono

Nella Brihad aranyaka Upaniśad si parla della manifestazione dell’universo.

” Il Brahman è infinito ed è infinita anche la manifestazione universale: ciò che è infinito ha origine dall’infinito. Anche traendo l’infinito dall’inifinito, l’infinito resta infinito.”

Il Prajapati, il primo uomo, ebbe due gruppi di figli: i Deva e gli Asura. I Deva chiesero la facoltà della parola, Vac (Chiamata anche Sarasvatī) e venne data loro la facoltà della recitazione. Gli Asura si resero conto che in questo modo i Deva li avrebbero superati, perciò lanciarono un maleficio sulla parola e crearono così gli insulti. Nei versi successivi il procedimento si ripete con l’odorato, l’udito e la mente. L’influsso degli Asura creai i cattivi odori, i rumori molesti e i pensieri negativi. Quando però fu la volta dell’energia vitale, che risiede nella bocca, il maleficio degli Asura fallì: si ritorse contro di loro, li schiacciò e li disperse in ogni direzione.

Brihad aranyaka Upaniśad 1.3.2 – 1.3.7

Varaha, il cinghiale

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Varaha è un avatara o reincarnazione di Vishnu, apparso due volte per salvare Bhumi Devi, la Terra. La prima volta che si incarna è all’inizio della creazione, quando la dea giace nelle profondità dell’oceano Garbhodhaka (che riempie metà dell’universo); la seconda, quando l’opera del terribile asura Hiranyaksa ha sconvolto tanto il suo equilibrio da farla cadere di nuovo nell’oceano Garbhodhaka. Il cinghiale, arrivato sul fondo dell’oceano, solleva la Terra con le sue zanne e la riporta in superficie. Per evitare che la Terra possa scivolare via e cadere di nuovo durante la risalita, Varaha la stringe così forte da formare le pieghe che oggi sono i monti e le vallate. Per questa ragione Vishnu è celebrato anche come marito e protettore di Bhumi Devi ed insieme sono adorati come Bhumi-Varaha.

Kraunca, l’airone

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Nel Ramayana, quando Rama torna dopo una caccia al cervo non trova più Sita, sua moglie. Un airone gli dice di sapere dove si trovi, ma si rifiuta di dirglielo. Arrabbiato Rama lo afferra per il collo e con forza lo piega. Questo è il motivo per cui l’airone ha il collo piegato. In un secondo momento l’airone chiede scusa a Rama e gli rivela che Sita è stata rapita dall’asura Ravana. Mentre viene portata via Sita, le sue lacrime cadono sul corpo dell’airone. Questo è il motivo per cui oggi questo uccello ha le piume bianche.

Ahaya Hridaya Mudrā

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Abhaya in sanscrito significa senza paura. Hridaya significa radice, essenza, ma anche cuore. Questo è il gesto del cuore senza paura. Lavora rinforzando gli elementi “leggeri” di aria e etere e fluidi e dinamici di aria e acqua, portando equilibrio e radicamento attraverso il contatto di fuoco e terra.

Questa mudrā ci riporta in contatto con il nostro cuore e la sua verità, la verità del nostro sentito. Rappresenta la nostra capacità di rimanere saldi nell’occhio del ciclone, in mezzo ai cambiamenti.

Matangi, la dea della trasformazione

  

Matangi mudrā è il gesto dedicato a una divinità femminile poco conosciuta, ma molto affascinante. Potremmo definirla come l’alter ego di Saraswatī, che viene definita come la protettrice delle arti e della parola. Si dice che Matangi sia la protettrice di chi ragioni e pensi fuori dagli schemi e rappresenta le 64 arti. Si racconta che fosse la sorella di Śiva, una sorella un po’ fissata con le buone maniere e la casta dei brahmini, che mal sopportava le abitudini del fratello. Śiva non faceva caso alle critiche della sorella, ma Pārvatī ne era talmente infastidita che un giorno decise di maledirla e condannarla a rinascere nella casta degli intoccabili, a Varanasī. Da allora Matangi viene associata agli outsider ed è legata al potere dell’ascolto e della capacità di cogliere il significato e convertirlo in coscienza e pensiero. La parola etichetta e stereotipa i concetti, ostacolando, spesso, il contatto diretto dello spirito con gli oggetti nominati. Il potere di Matangi è quello di utilizzare in modo corretto le parole per andare oltre e trovare il significato profondo che si trova al di fuori dei limiti demarcati dalla tradizione e dall’abitudine.