Myth

Viśvāmitra

Viśvāmitra e Vasiṣṭha

Viśvāmitra fu uno dei più grandi saggi in India. Nacque col nome di Kaushika, un grande re e guerriero. Questo re amava i propri sudditi e lavorava duramente per mantenere la pace e portare prosperità nel suo regno. Era amato e rispettato da tutti.

Un giorno re Kaushika si imbattè nell’eremo di Vasiṣṭha, un saggio. Come usanza, Kaushika e il suo esercito furono accolti dal saggio con ogni cortesia e il re rimase positivamente colpito.

“Come può un asceta avere a disposizione così tanta ricchezza?”. Uno dei suoi soldati rispose: “O grande re. il segreto della sua prosperità è la mucca Nandini”.

“Una mucca?” si stupì Kaushika.

“Sì, Nandini l’ha ricevuta in dono da Indra. E’ una mucca che esaudisce i desideri del suo proprietario”.

Re Kaushika chiese, allora, a Vasiṣṭha di regalargli la mucca, ma ovviamente questi rifiutò. Il re, non abituato ai rifiuti, decise di prendere la mucca con la forza dichiarando guerra al saggio, sicuro che non fosse attrezzato per competere col suo esercito.

Ma, grazie all’aiuto di Nandini, Vasiṣṭha creò un intero esercito di guerrieri che sconfisse quello di Kaushika. Il re rimase sconvolto e si rese conto di quanto i poteri spirituali fossero superiori a quelli fisici e decise di dedicare tutta la sua vita alla pratica e alla penitenza per arrivare a quel livello spirituale. Il suo scopo era quello di diventare ancora più grande e potente di Vasiṣṭha stesso.

Dopo diversi anni il suo duro lavoro portò i frutti e Vasiṣṭha stesso lo investì del titolo di brahmarṣi. Gli anni di pratica e meditazione gli valsero il nome di Viśvāmitra o amico del mondo.

Naga Bandha Mudrā

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Questa mudrā si esegue con entrambe le mani intrecciate all’altezza dei polsi e rappresenta l’intreccio creato tra idā e pingalā nel corpo astrale. Le nāḍī (significato dal sanscrito: tubo, canale) sono dei canali attraverso i quali passa il prana, inteso come energia vitale o respiro, per diffondersi poi in tutto il corpo. Le nāḍī principali sono 3: una centrale, suṣumnā, e due laterali: iḍā e piṅgalā. In alcune rappresentazioni le due laterali corrono parallele lungo la colonna vertebrale; in altre si intrecciano durante il loro percorso. L’energia che riposa alla base di queste 3 nāḍī, dormiente, ma pronta a risvegliarsi grazie alle pratiche yogiche, viene chiamata Kuṇḍalinī ed è rappresentata come un serpente. Naga (serpente) bandha (chiusura) mudrā rappresenta questo percorso.

Brahmā

Quando Brahmā emerse dal fior di loto decise di modellare 7 figli che osservarono il mondo, ne trassero un significato e trasmisero la propria conoscenza sotto forma di inni e canti. Questi furono raccolti sotto il nome di Veda. Questi 7 figli furono chiamati Sapta Rshi, o 7 saggi, e si possono vedere ancora oggi alzando gli occhi al cielo e cercando l’Orsa Maggiore. Una volta sposati furono chiamati Prajapati, o progenitori delle varie forme viventi. Marichi era uno di questi e suo figlio, Kashyapa, fu il padre di molte creature del cielo, inclusi gli uccelli, i rettili, i pesci, gli animali con gli zoccoli e gli artigli, le divinità che vivono oltre il cielo e gli asura che vivono sotto terra. Questo è il motivo per cui Brahmā è chiamato il grande nonno di tutte le creature viventi. Poiché tutti i mondi sono connessi tra di loro grazie ai suoi figli, il mondo è considerato una grande famiglia, anche se spesso infelice per via delle lotte e delle guerre.

Il vimāna

Nel Rāmāyana si racconta che, durante l’esilio, Rāma e Sitā si rifugiarono nella foresta a vivere. Un giorno Sitā vide un cervo d’oro e chiese a Rāma di catturarlo per lei. Rāma dapprima rifiutò. Non voleva lasciare la moglie da sola, temendo che potesse accaderle qualcosa, ma la sua insistenza lo spinse ad allontanarsi dal loro rifugio, a caccia del cervo. Purtroppo si trattava di una trappola e, non appena Rāma si allontanò, l’asura Rāvana rapì Sitā caricandola sul suo vimāna, il carro volante, con la quale la portò fino all’isola di Lankā.

Il vimāna più famoso si chiama Pushpaka (fiorito); fu costruito da Viśvakarman, l’architetto divino, per il dio della ricchezza, Kubera. Si dice che avesse due piani, che fosse elegante, spazioso, con sale finestrate dalle quali i viaggiatori potevano guardare comodamente fuori. Si dice che emettesse musica mentre passava nel cielo leggero come una nuvola e non importa quanti passeggeri ci fossero a bordo, c’era sempre un posto libero.

Ganga

Se guardiamo da vicino i capelli di Shiva, possiamo scorgere una piccola figura femminile con uno zampillo d’acqua che esce dalla sua bocca. E’ la dea Ganga, che oggi chiamiamo fiume Gange.

Molto tempo fa viveva un principe chiamato Bhagirata. Sagar, re di Ayodhya, era suo avo e padre di 60 mila figli. Era un grande re che desiderava essere ancora più grande. Per fare questo, praticava il rito chiamato Ashwamedha, che consisteva nel liberare un cavallo in modo che galoppasse il più lontano possibile; dove il cavallo si fermava, lì arrivava il regno. Per 99 volte Sagar eseguì questa cerimonia e per 99 volte il suo territorio si allargò. Al centesimo rito Indra cominciò ad allarmarsi, temendo che Sagar puntasse ad annettere al propio regno anche lo Svarga. Così il dio rubò il cavallo e lo nascose nel Patala, il regno sotterraneo, legandolo vicino a Kapila Muni, un saggio in meditazione proprio nel Patala. Tutti i figli di Sagar andarono a cercare il cavallo. Trovandolo vicino a Kapila Muni, trassero la conclusione che proprio lui fosse il ladro e cominciarono a picchiarlo. Può essere pericoloso anche solo toccare un saggio in meditazione. Quando i principi attaccarono Kapila Muni, il suo terzo occhio si aprì e li maledisse riducendoli in cenere. Il peso karmico dell’azione compiuta ricadde sugli eredi e Kapila, per mitigarne il peso, disse che i figli di Sagar sarebbero stati liberi nel momento in cui fossero stati lavati dalle acque del Gange. A quei tempi Ganga esisteva solo sotto forma celeste, visibile nel cielo come Via Lattea, ma la richiesta di Kapila Mundi la costringeva a manifestarsi sulla terra. Tuttavia, se fosse caduta direttamente sulla terra, senza nulla che potesse contenerla, avrebbe provocato disastri e distruzioni. Così Ganga chiese agli dei di prenderla durante la caduta, per ammorbidire l’impatto. L’unico dio abbastanza forte per questo compito era Shiva, che si offrì di accoglierla tra i suoi capelli.

Indra e il Vajra

Indra, il re dei pianeti celesti, era diventato molto orgoglioso della propria immensa ricchezza e gloria. Un giorno, seduto sul suo trono, circondato dai più alti essere celesti, vide entrare nella sala Brihaspati, sacerdote e maestro spirituale dei Deva. Indra era così pieno di sé che non reputo necessario alzarsi e inchinarsi al proprio precettore. Brihaspati semplicemente lo guardò e se ne andò. Indra si rese conto del proprio errore: senza l’aiuto del maestro non sarebbe mai stato in grado di sconfiggere l’esercito dei demoni. Decise così di cercare il proprio Maestro per chiedere scusa, ma non lo trovò poiché Brihaspati si era reso invisibile.

Indra, in cerca di un nuovo precettore, si rivolse allora a Vishvarupa, ma, dopo un buon inizio, la spocchia di Indra porto disaccordo tra i due e questi uccise il nuovo maestro.
Il padre di Vishvarupa allora decise di vendicare la morte del figlio e, attraverso un potente rito, creò un demone di nome Vritra, che fece tremare il mondo.

Il mostro, dietro ordine del suo creatore, radunò un esercito enorme di spaventosi demoni col quale sconfisse i Deva capeggiati da Indra.
Indra decise allora di chiedere aiuto a Brahma che gli disse che l’unica arma in grado di distruggere Vritra era quella creata dalle ossa adamantine del Rishi Dadichi. I Deva andarono presso il suo ashram e trovarono un posto dove gatti e topi, tigri ed elefanti, manguste e serpenti giocavano in pace. Nessuno aveva intenzione di far male all’altro grazie alla vicinanza del grande saggio.

Dadichi li accolse: “Qualunque sia il motivo per cui siete giunti, sarete accontentati”. I Deva raccontarono tutto e chiesero al saggio di rinunciare al suo corpo per il bene del mondo. Dadichi non esitò. Entrò in samadhi, abbandonò il proprio corpo e raggiunse Brahman.

I Deva allora poterono costruire diverse armi, tra le quali il vajira, che fu ricavato dalla colonna vertebrale del saggio.
Il combattimento tra Indra e Vritra fu feroce e di grande insegnamento per Indra. Vritra, nonostante le numerose ferite, combattè fino all’ultimo accettando con totale abbandono e fiducia l’esito finale della battaglia.

Sethu Bandha Sarvangasana

Durante il quattordicesimo anno di esilio di Rama, sua moglie Sita fu rapita da Ravana, che la portò sulla sua isola, Lanka. Hanuman aiutò Rama a cercarla e, una volta trovata, tornò da lui; insieme organizzarono un esercito di scimmie per andare a prenderla. Giunti sulla costa indiana si pose loro il problema di come attraversare l’oceano per arrivare sull’isola. Costruire un ponte era impensabile. Hanuman, allora ebbe un’idea; prese dei massi, vi incise sopra il nome Rama e li lanciò nell’acqua. Incredibilmente i massi non colarono a picco sul fondo dell’oceano, ma, grazie all’incisione, galleggiarono formando uno stabile ponte che permise loro di arrivare sull’isola e liberare Sita.

Conmukha mukha mudrā

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Questa mudrā viene utilizzata per bilanciare l’energia solare con quella lunare nel nostro corpo, così come il maschile e il femminile, lo yang e lo yin. Lavora, inoltre, sull’armonizzazione di prana e apana, i due processi che sottendono all’immissione di energia e all’espulsione degli scarti dal nostro corpo.

Per eseguirla occorre unire la punta delle dita di ciascuna mano in modo che il polpastrello del pollice tocchi contemporaneamente tutti gli altri. Girare la sinistra verso il basso, mentre la destra verso l’alto per unire le punte delle dita tra di loro. Mantenere per 5/10 minuti per poi ruotare e portare in alto la destra e in basso la sinistra e mantenere per altri 5/10 minuti.

Questa mudrā calma la mente e porta un naturale bilanciamento tra energie ascendenti e discendenti del corpo.

La manifestazione dell’universo

Vac , la dea della parola, del discorso e del suono

Nella Brihad aranyaka Upaniśad si parla della manifestazione dell’universo.

” Il Brahman è infinito ed è infinita anche la manifestazione universale: ciò che è infinito ha origine dall’infinito. Anche traendo l’infinito dall’inifinito, l’infinito resta infinito.”

Il Prajapati, il primo uomo, ebbe due gruppi di figli: i Deva e gli Asura. I Deva chiesero la facoltà della parola, Vac (Chiamata anche Sarasvatī) e venne data loro la facoltà della recitazione. Gli Asura si resero conto che in questo modo i Deva li avrebbero superati, perciò lanciarono un maleficio sulla parola e crearono così gli insulti. Nei versi successivi il procedimento si ripete con l’odorato, l’udito e la mente. L’influsso degli Asura creai i cattivi odori, i rumori molesti e i pensieri negativi. Quando però fu la volta dell’energia vitale, che risiede nella bocca, il maleficio degli Asura fallì: si ritorse contro di loro, li schiacciò e li disperse in ogni direzione.

Brihad aranyaka Upaniśad 1.3.2 – 1.3.7

Varaha, il cinghiale

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Varaha è un avatara o reincarnazione di Vishnu, apparso due volte per salvare Bhumi Devi, la Terra. La prima volta che si incarna è all’inizio della creazione, quando la dea giace nelle profondità dell’oceano Garbhodhaka (che riempie metà dell’universo); la seconda, quando l’opera del terribile asura Hiranyaksa ha sconvolto tanto il suo equilibrio da farla cadere di nuovo nell’oceano Garbhodhaka. Il cinghiale, arrivato sul fondo dell’oceano, solleva la Terra con le sue zanne e la riporta in superficie. Per evitare che la Terra possa scivolare via e cadere di nuovo durante la risalita, Varaha la stringe così forte da formare le pieghe che oggi sono i monti e le vallate. Per questa ragione Vishnu è celebrato anche come marito e protettore di Bhumi Devi ed insieme sono adorati come Bhumi-Varaha.