Varaha, il cinghiale

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Varaha è un avatara o reincarnazione di Vishnu, apparso due volte per salvare Bhumi Devi, la Terra. La prima volta che si incarna è all’inizio della creazione, quando la dea giace nelle profondità dell’oceano Garbhodhaka (che riempie metà dell’universo); la seconda, quando l’opera del terribile asura Hiranyaksa ha sconvolto tanto il suo equilibrio da farla cadere di nuovo nell’oceano Garbhodhaka. Il cinghiale, arrivato sul fondo dell’oceano, solleva la Terra con le sue zanne e la riporta in superficie. Per evitare che la Terra possa scivolare via e cadere di nuovo durante la risalita, Varaha la stringe così forte da formare le pieghe che oggi sono i monti e le vallate. Per questa ragione Vishnu è celebrato anche come marito e protettore di Bhumi Devi ed insieme sono adorati come Bhumi-Varaha.

La nascita dell’arco

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In alcune scrittura hindū Viśvakarmā viene presentato come il creatore dell’universo, la personificazione della creazione. Un giorno, mentre lavorava alla creazione dell’universo, si rese conto di quanto complesso e imprevedibile fosse tale progetto. Per poter assicurare vita a tale creazione era necessario creare un sistema in equilibrio, affinché non si autodistruggesse. Così, con questa intenzione, decise di fornire uno strumento che potesse aiutare i guerrieri onesti e valorosi a proteggere la sua creatura. Creò due archi (dhanura in sanscrito) invincibili che avrebbero reso invincibili i possessori. Viśvakarmā decise di darne uno a Śiva e uno a Viṣṇu. L’arco del primo fu chiamato Pinaka, mentre l’altro Śaranga. Nel tempo questi due archi giocarono un ruolo fondamentale per far prevalere i giusti.

Patanjali

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Viṣṇu era sdraiato su Ādi Śeṣa, mentre guardava Śiva ballare. La danza era così bella che Viṣṇu era completamente assorbito. Il suo corpo cominciò a ondeggiare languidamente a ritmo. Non appena si rilassò e lasciò che i movimenti fagocitassero il suo corpo, cominciò a diventare sempre più pesante. Ādi Śeṣa trovò sempre più difficile sostenere il suo peso e fu sul punto di collassare. Proprio in quel momento, la danza di Śiva cessò e il corpo di Viṣṇu tornò a essere leggero.

Incuriosito, Ādi Śeṣa chiese il perché a Viṣṇu. “la grazia, la bellezza, la maestà e la grandezza della danza di Śiva sono così ipnotiche che chi la guarda ne rimane rapito. I corpi iniziano a rilassarsi e a ondeggiare automaticamente”.

Impressionato, Ādi Śeṣa decise di provare a danzare come Śiva e chiese a Viṣṇu come fare. Dopo lunga meditazione il dio trovò la soluzione: “Ādi Śeṣa sei destinato a scrivere un commentario sulla grammatica e Śiva stesso ti chiederà di farlo. Allora potrai dedicarti alla perfezione dell’arte della danza”. A queste parole Ādi Śeṣa cominciò a meditare su come fare a manifestarsi sulla terra. Gli apparve una yogini, Gonika, mentre pregava per avere un figlio meritevole al quale passare le sue conoscenze e la sua saggezza. Ādi Śeṣa realizzò che quella sarebbe stata la madre perfetta per lui. Gonika si riempì le mani d’acqua, mentre pregava, e chiuyse gli occhi per meditare su Surya il dio sole. Quando era sul punto di offrire l’acqua, aprì gli occhi e vide un piccolo serpente che, piano piano, si stava trasformando in umano. Il piccolo umano si prostrò davanti a Gonika e le chiese di accettarlo come figlio. Lo chiamò Patanjali (pata in sanscrito significa caduto, anjali, oblazione o mani unite in preghiera)

Padma, dal fango alla luce

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Si narra che Vishnu sedesse sull’oceano delle possibilità, luogo al di fuori delle dimensioni del tempo e dello spazio, che segue la distruzione e prelude alla rinascita.

Il suo giaciglio era il serpente Ananta, che lo sosteneva, copriva e teneva protetto con le sue numerose teste. Arrivato il momento in cui sarebbe ricominciato il ciclo della creazione, apparve un fiore di loto al centro dell’ombelico di Vishnu. Da questo fiore sbocciato apparvero le quattro facce di Brahma, ognuna puntata verso uno dei punti cardinali. Brahma pronunciò OM e questo fu la causa del movimento a spirale dell’oceano che diede origine all’universo così come lo conosciamo ora, con le sue diverse dimensioni. Quando questo tempo per la rinascita arriva, il mare calmo su cui eravamo soliti riposare si agita e diventa tumultuoso. Dall’agitazione caotica possiamo trovare la via per la risalita verso la luce, con pazienza e mantenendo il centro, osservandoci e testimoniando il nostro corpo e i nostri pensieri senza farci deviare da essi.

Vishnu e il quadrato

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Vishnu è la divinità blu, con 4 braccia, che riposa sulle spire di un serpente fino a quando le forze del disordine non lo risvegliano per portarlo in battaglia a cavallo della sua aquila, Garuda, per riportare l’ordine. Il serpente di Vishnu rappresenta una terra stabile, che segue il proprio ciclo di stagioni, rigenerandosi da sola. L’aquila è invece il vento del cambiamento, la rivoluzione che riporta speranza. Il serpente e l’aquila, dunque, non vanno d’accordo.

Vishnu è la divinità che organizza il mondo, portando un ritmo regolare e prevedibile nella natura; la sua compagna, la Dea, di presenta sotto due forma:

Lakshmi – l’onda fertile e favorevole della natura che si manifesta come il giorno, la luna crescente, l’alta marea, la primavera, le piogge e i raccolti.

Alakshmi – l’aridità, la notte, la luna calante, la bassa marea, il caldo, le estati torride e gli inverno rigidi.

Il simbolo del quadrato rappresenta la funzione di Vishnu di addomesticare la natura attraverso la cultura. Nella cultura l’uomo può sopravvivere ed esplorare il proprio potenziale, generando ricchezza e bellezza. La società nasce dalle regole, dai ruoli e dalle responsabilità che danno alla vita una direzione. In cima a questa società gerarchica c’è Lakhsmi, della della prosperità e del potere, che i più ammirano; alla base c’è Alakshmi, dea della povertà e della sfortuna.

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Il cerchio, il quadrato e il punto

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La mitologia indiana usa tre simboli geometrici per rappresentare le divinità della Trimurti e della Tridevi. Molto spesso il concetto di divino viene rappresentato da un simbolo, più che dalla forma “umana” della divinità, negli yantra.

Il primo simbolo è quello associato a Brahma e Saraswati: il cerchio. Il cerchio è la forma più spontanea e naturale della natura e rappresenta al meglio l’universo Hindu: senza inizio né fine, senza confini, ciclico e infinito. L’universo è il mezzo attraverso il quale il divino di presenta, dunque ogni elemento dell’universo può essere un mezzo di contatto tra umano e divino. Attraverso il cerchio di Brahma e Saraswati viene esplorata la natura dell’universo.

Il secondo simbolo è quello associato a Vishnu e Lakshmi: il quadrato. Il quadrato, con i suoi profili appuntiti, è la forma più artificiale. Quando viene disegnata all’interno del cerchio dell’universo rappresenta la meglio la cultura. Culture diverse hanno valori diversi, dunque il quadrato della cultura può essere orientato in diversi modi, ma sempre all’interno del cerchio poiché tutte le culture dipendono dalla natura per la propria sopravvivenza. Col quadrato distinguiamo il codice culturale dalle leggi naturali.

Il terzo simbolo è associato a Shiva e Shakti: il punto. Il punto è privo di dimensioni ed è la figura geometrica più elementare. Senza il punto non si potrebbero tracciare il cerchio e il quadrato. Il punto rappresenta al meglio il concetto di anima, la parte senza forma che abita nella nostra forma, il nostro corpo. Proprio come l’esistenza del cerchio presuppone l’esistenza di un punto centrale attorno al quale il cerchio si sviluppa, l’esistenza del mondo presuppone l’esistenza di un testimone del mondo. Nel punto l’anima si realizza e la materia trova una sua validazione.

 

Devduut Pattanaik – Myth=Mithya – Penguin Books

 

 

Swarga, Vaikunta e Kailash

  

Geograficamente lo Swarga si trova in cima al monte Meru, considerato l’ombelico del mondo e centro dell’universo. Nello Swarga si trova l’albero che dona tutto quello che si chiede, il Kalpataru. Da esso si ha un infinito ritorno senza alcun investimento. Indra, il re del cielo e delle piogge che portano prosperità alla vasta pianura del Gange, è ricco, ma lo Swarga è sempre sotto assedio e Indra è sempre preoccupato e insicuro della propria sorte. È qui che troviamo anche Kamadenhu, la mucca divina che esaudisce ogni desiderio. Il Vaikunta, dove regna Vishnu, è prospero e pacifico e Vishnu è partecipativo; coinvolge gli altri. In esso esiste l’oceano di latte da dove hanno origine tutte le creature. È considerato il fulcro di tutte le stelle e pianeti, è eterno e permanente ed è situato proprio al centro della Galassia, formata da un buco nero, una sorta di portale tra il regno fisico e quello spirituale. Il Kailash è la dimora di Shiva, quando si ritira in meditazione e si distacca dal mondo materiale. Qui il desiderio non esiste più, dunque decade ogni forma di conflitto.

È proprio il desiderio a creare il conflitto. Per la maggior parte delle persone l’impulso predominante è il proprio desiderio, che guida tutte le proprie azioni. Tale atteggiamento porta allo scontro, magari alla prosperità, ma senza pace. Il modello del Vaikunta, dove prevale il desiderio altrui, prevede ancora la presenza del desiderio e la sua soddisfazione. Il sentimento di fondo è ancora quello dell’insoddisfazione e del desiderio da appagare. L’assenza di desiderio è definito come lo stato di pace, quello in cui tutto è in equilibrio, la superficie dell’anima e della mente  non è increspata da nessuna onda. È questo lo stato definito come ideale, ma… siamo pronti e inclini ad accettare un stato del genere? Siamo pronti a liberarci dall’attacamenro ai nostri desideri?

Garuda, Vishnu e la compassione

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Gunakeshi, la figlia del cocchiere di Indra, Matali, si innamorò di Sumukha, un naga molto bello. Gli chiese così di sposarla, ma questi rispose di non poterlo fare perché destinato a morire il giorno dopo. Le spiegò di come, per prevenire una strage di naga da parte di Garuda, Vasuki, il re dei naga, aveva acconsentito a sacrificare ogni giorno un naga. Questo avrebbe permesso che ognuno potesse vivere libero dal terrore. Il giorno dopo sarebbe stato il turno di Sumukha, così, anche se lo desiderava tanto, non avrebbe potuto sposare Gunakeshi. Gunakeshi,devastata dal dolore, andò dal padre che, incapace di vederla in tale stato, supplicò Indra di aiutarlo. Indra allora si rivolse a Vishnu che perorò la causa di Sumukha presso Garuda.

“Ma lui è il mio cibo” rispose a Vishnu.
“E’ così, ma devi trovare nel tuo cuore la capacità di lasciar andare questo naga”. Garuda era inamovibile, così Vishnu appoggiò una delle sue mani sulle ali di Garuda. Tale era il peso della mano che questi non riusciva più a sbattere le ali. Si rese conto di essere in trappola. Cercò di liberarsi, ma senza riuscirci, non c’era via di scampo.
“Ti prego, liberami. Abbi un po’ di compassione”
“Solo se tu ne avrai con gli altri” rispose Vishnu.
Garuda realizzò che per ricevere compassione è necessario mostrare compassione. Decise così di non mangiare Sumukha il giorno seguente, che fu così in grado di sposare Gumakeshi.

Durga, tra Natura e Cultura

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Le offerte alle divinità maschili includono fiori, frutta, foglie, lampade e incenso. Quelle alle divinità femminili sono molto diverse: curcuma (polvere gialla), Kunku (polvere rossa), kajal (carbone nero) e pezzi di stoffa che servono a vestire, truccare e ornare la Dea.

Se associamo la divinità maschile alla parte razionale mentre la femminile a quella istintiva, questa differenza assume un significato particolare. Invocare solo la mente senza addolcire la natura è il tratto distintivo di Shiva, l’eremita. Addomesticare solo la natura senza invocare la parte razionale è tratto distintivo di Brahma, che si manifesta come Daksha, il sacerdote che vuole controllare tutto. Questa tensione tra mente e natura sono il tema fondamentale dei Purana e si manifesta bene nella figura di Durga, a cavallo del proprio leone. I suoi capelli sciolti rivelano che è ancora “selvaggia” come Kali, ma l’anello che adorna il suo naso indica che è già attenta a un certo tipo di cultura, come Gauri. Le armi che porta tra le mani rivelano un violenza differente da quella di Kali, che distrugge tutto senza criterio, una violenza che offre protezione, ma che viene usata anche per punire. E’ la figlia ribelle di Brahma, la sorella protetta e protettiva di Vishnu, l’adorata moglie di Shiva.

Un racconto del Sud dell’India narra di una giovane donna, Kanya-kumari, che prega per sposare Shiva. Questi accetta, ma i deva non sono d’accordo poiché Kanya ha il potere di uccidere i demoni e impedire che le maree inondino la terra e sposandosi potrebbe rivolgere la propria attenzione ad altro. I deva decidono di impedire il matrimonio: dicono a Kanya-kumari che il matrimonio si terrà il giorno successivo al sorgere del sole, affinché sia di buon auspicio. Nel frattempo Shiva parte per il Monte Kailash e riceve la notizia di dover tornare indietro, viaggiando di notte, per poter arrivare in tempo al matrimonio. Mentre Kanya passa tutta la notte e prepararsi per il matrimonio, triccendosi e vestendosi, i deva allora prendono la forma di un gallo e cantano, facendo credere a Shiva che l’alba sia giunta, che, credendo di essere in ritardo, comincia a vagare. Quando il sole sorge davvero non c’è più traccia di Shiva. Kanya, col cuore a pezzi, rompe tutte le brocche che contengono i colori per la festa: la polvere e i grani si spargono lungo le coste del Sud dell’India, per questo la punta estrema del continente ha spiagge colorate. Kanya si butta in mare per lavar via tutto il trucco che si è messa, per questo il mare a Sud dell’India è così colorato. Da allora se ne sta immobile sulla punta meridionale dell’India a uccidere demoni e a controllare che il mare non sommerga la terra, aiutando i marinai a tornare a casa sani e salvi dalle proprie mogli.

Le culture usano le leggi e i riti tradizionali per soffocare la libertà nel nome del bene comune. Ma questo può distruggere la creatività, l’innovazione e spesso l’introspezione. Può aumentare il nostro senso di intrappolamento, così è  importante mantenere anche una parte più selvaggia che ci offra la promessa di libertà.

Liberamente tradotto da 7 secrets of the goddess – D. Pattanaik