Durga, tra Natura e Cultura

durga-1

Le offerte alle divinità maschili includono fiori, frutta, foglie, lampade e incenso. Quelle alle divinità femminili sono molto diverse: curcuma (polvere gialla), Kunku (polvere rossa), kajal (carbone nero) e pezzi di stoffa che servono a vestire, truccare e ornare la Dea.

Se associamo la divinità maschile alla parte razionale mentre la femminile a quella istintiva, questa differenza assume un significato particolare. Invocare solo la mente senza addolcire la natura è il tratto distintivo di Shiva, l’eremita. Addomesticare solo la natura senza invocare la parte razionale è tratto distintivo di Brahma, che si manifesta come Daksha, il sacerdote che vuole controllare tutto. Questa tensione tra mente e natura sono il tema fondamentale dei Purana e si manifesta bene nella figura di Durga, a cavallo del proprio leone. I suoi capelli sciolti rivelano che è ancora “selvaggia” come Kali, ma l’anello che adorna il suo naso indica che è già attenta a un certo tipo di cultura, come Gauri. Le armi che porta tra le mani rivelano un violenza differente da quella di Kali, che distrugge tutto senza criterio, una violenza che offre protezione, ma che viene usata anche per punire. E’ la figlia ribelle di Brahma, la sorella protetta e protettiva di Vishnu, l’adorata moglie di Shiva.

Un racconto del Sud dell’India narra di una giovane donna, Kanya-kumari, che prega per sposare Shiva. Questi accetta, ma i deva non sono d’accordo poiché Kanya ha il potere di uccidere i demoni e impedire che le maree inondino la terra e sposandosi potrebbe rivolgere la propria attenzione ad altro. I deva decidono di impedire il matrimonio: dicono a Kanya-kumari che il matrimonio si terrà il giorno successivo al sorgere del sole, affinché sia di buon auspicio. Nel frattempo Shiva parte per il Monte Kailash e riceve la notizia di dover tornare indietro, viaggiando di notte, per poter arrivare in tempo al matrimonio. Mentre Kanya passa tutta la notte e prepararsi per il matrimonio, triccendosi e vestendosi, i deva allora prendono la forma di un gallo e cantano, facendo credere a Shiva che l’alba sia giunta, che, credendo di essere in ritardo, comincia a vagare. Quando il sole sorge davvero non c’è più traccia di Shiva. Kanya, col cuore a pezzi, rompe tutte le brocche che contengono i colori per la festa: la polvere e i grani si spargono lungo le coste del Sud dell’India, per questo la punta estrema del continente ha spiagge colorate. Kanya si butta in mare per lavar via tutto il trucco che si è messa, per questo il mare a Sud dell’India è così colorato. Da allora se ne sta immobile sulla punta meridionale dell’India a uccidere demoni e a controllare che il mare non sommerga la terra, aiutando i marinai a tornare a casa sani e salvi dalle proprie mogli.

Le culture usano le leggi e i riti tradizionali per soffocare la libertà nel nome del bene comune. Ma questo può distruggere la creatività, l’innovazione e spesso l’introspezione. Può aumentare il nostro senso di intrappolamento, così è  importante mantenere anche una parte più selvaggia che ci offra la promessa di libertà.

Liberamente tradotto da 7 secrets of the goddess – D. Pattanaik

Lakshmi, Kubera e Ganesha

4c5ec2a264d1251b90cbcc8f9d8f5520

 

Durante l’ultimo periodo vedico la ricchezza è vista molto negativamente, portatrice di sofferenza: invidia dei vicini, perdita degli amici, litigi in famiglia. Questa trasformazione si riflette nella figura di Indra; nella prima parte dei Veda Indra è un eroico re guerriero, mentre nei Purana è una figura insicura e quasi indifesa, sempre alla ricerca dell’aiuto di Brahma Vishnu e Shiva.

Ci corre in aiuto il Vedanta, la filosofia ricavata dai Veda, comunicata all’uomo comune attraverso le storie dei Purana, dove si esplora anche la relazione tra mente e possesso. Proprio nei Purana compare la sorella maggiore di Lakshmi, che si accompagna sempre a lei e che si chiama A-Lakshmi. Le due sorelle sono sempre in lotta, per questo si dice che la ricchezza porti litigio e sfortuna, ma se Lakshmi si accompagna a Vishnu o Shiva, allora la ricchezza non porta dolore. Perché?

Shiva è un eremita e non si cura della ricchezza, ma quando si sposa con Parvati si rende conto, grazie alla sua presenza, che chi lo circonda(fedeli e devoti) non è un eremita come lui; le persone hanno fame e desideri che vanno soddisfatti. Hanno bisogno di cibo e Shiva soddisfa le loro esigenze attraverso i propri figli: Skanda, che provvede alla sicurezza, e Ganesha, che provvede alla prosperità.

In particolare, la forma di Ganesha evoca Lakshmi e Kubera. La sua testa è quella di un elefante bianco, come quelle che compaiono nelle raffigurazioni di Lakshmi, mentre le spruzzano addosso l’acqua. Il suo corpo massiccio ricorda quello di Kubera. Insieme Lakshmi, Kubera e Ganesha evocano abbondanza.

Una volta Kubera, il dio della ricchezza, cercò di portare dalla propria parte Ganesha in modo da riceverne la protezione. Per questo lo invitò a palazzo e gli offrì da mangiare tutto quello che voleva. Ganesha continuava a mangiare, Kubera continuava a fargli portare del cibo. Più Ganesha mangiava, più aveva fame. Quando fu evidente che non ci sarebbe stata fine alle richieste di Ganesha, questi disse: “Ora capisci perché ho scelto di stare con Shiva e non con te? Tu cerchi di soddisfare la mia fame, ma Shiva mi aiuta a superarla. Più cibo mi porti, più alimenti la mia fame; così la mia fame rimane insaziabile. L’unica soluzione allora è crescere oltre la mia fame, per questo ho bisogno di Shiva”

Liberamente tratto da 7 secrets of the Goddess – D. Pattanaik

Nataraja, la Danza e la Creazione

22852035_650593475328978_5010532011837043107_n

 

Vishnu era abbandonato in un sonno profondo sul grande serpente Sesa, mentre galleggiava sulle acque della materia indifferenziata tra la distruzione e la creazione dell’universo.

Il Dio si svegliò e cominciò a raccontare a Sesa il suo sogno su Shiva. Un gruppo di 10mila rishi si era inorgoglito a tal punto della propria santità da ritenerla proprio merito più che un dono degli dei. Shiva decise allora di andare a visitarli insieme a Vishnu.

Vishnu prese le sembianze di Mohini, una splendida incantatrice, mentre Shiva si trasformò in Bhiksatana, uno yogin bello e affascinante.

Non appena i due arrivarono a Tillai i rishi si innamorarono di Mohini, mentre le loro mogli persero la testa per Shiva. I rishi furono disturbati da questa improvvisa piega degli eventi e dal caos che aveva travolto il loro ordinato e pacifico mondo. Cominciarono allora a reagire in maniera violenta, lanciando maledizioni allo yogi e alla moglie, ma ben presto si resero conto che queste non avrebbero sortito alcun effetto.

Prepararono allora un fuoco magico dal quale liberarono una feroce tigre. Rimasero però sconvolti quando videro Shiva sollevare l’animale con una mano e col mignolo dell’altra togliere la pelliccia per indossarla. I rishi fecero uscire dal fuoco un gigantesco serpente che puntò i velenosissimi denti su Shiva.

Ancora una volta, con orrore, lo videro inchinarsi, raccogliere il serpente e avvolgerselo al collo come ornamento.

I rishi fecero allora un ultimo disperato tentativo facendo uscire dal fuoco un nano orribile che si scagliò contro lo yogi solo per ritrovarsi in terra sotto il piede della figura sempre più risplendente del Dio.

Da qualche parte nell’anima del Dio nacque un suono lontano. Con il tamburo che aveva in mano Shiva cominciò a seguire il ritmo lento e cadenzato, simile al battito del cuore. Quindi, ancora bilanciandosi sul nano, cominciò a ballare la sua grande danza della creazione e della distruzione.

Smesse le spoglie del nomade yogi si mostrò come il Dio luminoso, mentre le sue braccia e gambe dardeggiavano e risplendevano come raggi al sole.

Man a mano che il ritmo del tamburo aumentava tutto quello che non era Shiva si disintegrava evaporando nel nulla fino a quando, giunti al culmine del nulla, rimasero solo gli dei.

Shiva allora si fermò e, riprendendo di nuovo un ritmo lento e cadenzato, così come aveva eliminato il mondo, lo ricreò, lanciando stelle nel cielo, evocando la vita sulla terra, compiendo un’armoniosa danza di grazia e amore.

Foto di Catia D’Ambrosio

Ancora Chandra

1200px-Chandra,_The_Moon_God;_Folio_from_a_Book_of_Dreams_LACMA_M.83.219.2_(2_of_3)

Chandra, il dio della luna, di cui abbiamo già parlato qui,  a causa della maledizione lanciatagli da Daksa, il suocero, cresce man a mano che si muove verso la sua moglie favorita e rimpicciolisce man a mano che si allontana da lei. Il 28esimo giorno, quando nessuna moglie è vicina a Chandra, il cielo è scuro, senza alcuna traccia della luna. In questo giorno la luna si trova sulla testa di Shiva. Quando guardiamo in cielo e vediamo la Luna piena, Chandra e Rohini sono di nuovo insieme.

Holi

 

Colorful-Happy-Holi-pictures

Oggi e domani gli induisti festeggiano Holi, la festa dell’inizio della primavera. Come già detto in qualche vecchio post, il calendario induista segue l’andamento della luna, per cui le feste non hanno una data fissa, come invece nel caso del nostro calendario dove l’unica festività che cambia data è Pasqua. Le festività induiste hanno un periodo entro il quale ricadono, che dipende dalla luna nuova o dalla luna piena, a seconda dei casi. Nel caso di Holi si tratta di stabilire la data nella quale ricade l’ultima luna nuova invernale, occasione nella quale si festeggia Maha Shivaratri, e la relativa luna piena, momento nel quale si festeggia, appunto, Holi (15 giorni dopo). I festeggiamenti coinvolgono falò, polveri colorate che vengono lanciate nell’aria, canti e balli e rappresentano spesso Krishna mentre flirta con le pastorelle.

Come sempre a seconda della regione che prendiamo in considerazione possiamo trovare diversi episodi e racconti legati a questa festività, ma la radice comune è la fertilità. Holi è il momento in cui lasciamo i rigori dell’inverno per entrare nel tepore primaverile, momento in cui tutto sboccia e l’energia che è stata creata, incamerata e preparata durante tutto l’inverno, ha la possibilità di esprimersi appieno nei boccioli dei fiori, nelle tenere foglie che cominciano a fare capolino dai rami secchi che sembravano ormai morti, nei germogli che produrranno i frutti.

Ho scelto una delle tante storie che ho trovato legate a Holi, da raccontare qui. Avendo un debole per Shiva quest’anno racconterò il suo ruolo in questa festa, lasciando per gli anni successivi altri racconti. Durante la vigilia di Holi vengono accesi falò in onore di Holika (da cui il nome della festa), una donna che, si dice, potesse rimanere nel fuoco senza esserne bruciata. Nel Sud dell’India questo falò è chiamato anche Kama Dahan. Kama è il dio del desiderio, quello fisco e carnale, che un giorno, dietro richiesta degli dei, cercò di colpire Shiva con una delle sue frecce, per risvegliarlo dalla sua infinita meditazione e farlo innamorare di Parvati. Per troppo tempo Vishnu, il dio della preservazione, aveva caratterizzato la vita sulla terra dove, proprio per questo, non accadeva più nulla, tutto minacciava di finire e spegnersi a causa della mancanza di tensione tra le forze della distruzione e della costruzione. Così gli dei decisero di chiedere a Shiva, dio della distruzione e del cambiamento, di intervenire, ma questi era incontattabile, completamente assorbito dalla meditazione. Chiesero allora a Kama di intervenire per farlo innamorare di Parvati e farlo tornare sulla terra come marito e padre, ma, quando Shiva si accorse, poco prima che la freccia venisse scoccata, che Kama stava per colpirlo, lo bruciò all’istante con il suo terzo occhio, riducendolo in cenere. La moglie di Kama, Rati, disperata per la perdita, supplicò Shiva di farlo tornare in vita, così il dio fece rinascere Kama sotto forma di Krishna e Rati sotto forma di Radha, sua sposa. Nel corpo di Krishna la lussuria rappresentata da Kama sarebbe stata temperata, anche grazie alla presenza di Radha, dal sentimento dell’amore, coinvolgendo non solo il corpo, ma anche il cuore.

Maha Shivaratri

521a15fa67221db59a66130ea1c7e8eb

 

Il 24 febbraio è stato Maha Shivaratri, che cade sull’ultima luna nuova d’inverno ed è il giorno più buio del mese. Maha Shivaratri raccoglie tutte le energie di rinnovamento. Nell’astrologia vedica la luna rappresenta  la mente e solo nella notte di Shivaratri la luna è nel suo punto più debole, è dunque questo il momento migliore per poter andare oltre la mente ed entrare più profondamente in contatto con lo spirito.

La figura di Shiva è molto complessa e sfaccettata. E’ Adiyogi, il primo praticante e insegnante di Yoga. I praticanti festeggiano Shivaratri come il giorno nel quale Shiva si è ritirato sul Monte Kailash raggiungendo la piena illuminazione.

Rudra è la forma più antica e primordiale di Shiva. La leggenda narra che Brahma una volta fosse così arrabbiato che dalla sua fronte uscì Rudra che si divise nella sua forma maschile e femminile. Bhairava è un’altra delle versioni terrificanti di Shiva che ha il potere di metterci davanti alle nostre peggiori paure. Secondo la leggenda Brahma creò una meravigliosa figlia della quale si innamorò. Per poterla tenere sempre sotto gli occhi Brahma si fece crescere 5 teste. La figlia, soffocata dalle attenzioni del padre, decise di morire. Shiva si infuriò a tal punto da prendere la forma di Bhairava e tagliare a Brahma una delle sue 5 teste. Brahma apprese la sua dolorosa lezione mentre Bhairava fu condannato a mendicare vagando con il teschio di Brahma in mano. Per la storia di Virabhadra vi rimando al post che trovate qui.

Uno dei simboli più conosciuti dell’induismo è Nataraja, il dio danzante. La danza cosmica di Nataraja simboleggia l’equilibrio dei 3 spetti della Trimurti, dove gli opposti sono profondamente connessi, dove la distruzione e la fine annunciano un inizio.

Shiva non è solo lo yogi in meditazione, è anche il marito e il padre di famiglia. Mentre Shiva era in meditazione Vishnu era preoccupato per le sorti del mondo. Finché Shiva fosse stato sul Monte Kailash nel mondo non sarebbe successo nulla, nulla sarebbe cambiato. Così Vishnu decise di trovare una sposa per Shiva, Shakti, in modo da farlo partecipe del mondo materiale. Maha Shivaratri viene festeggiato dalle famiglie come il giorno del matrimonio tra Shiva e Shakti.

Il Tilak

pattabhijois_and_iyengar

 

Il Tilak viene applicato al centro delle sopracciglia, dove si trova ajna chakra, sede dei pensieri e delle memorie passate. Gli induisti lo applicano per ricevere la benedizione dal divino e per proteggersi da forze negative. E’ un dato di fatto che il corpo emani onde elettromagnetiche. Il punto dove risiede ajna chakra è quello che ne emana di più. Questo spiega anche perché, quando una persona è tesa o ansiosa, viene generata una gran quantità di calore che provoca mal di testa. Migliaia di anni fa scoprirono un metodo per salvaguardare questo punto sulla fronte per prevenire anche una perdita di energia. Applicare la pasta di sandalo, curcuma e zafferano è un metodo efficace per riportare calma e controllo.

A seconda della divinità alla quale l’induista è devoto, il materiale che viene applicato e il simbolo cambia. In India esistono tre principali gruppi di devoti: Shaktas (devoti a Shakti), Vaishnav (devoti a Vishnu) e Shaivaiti (devoti a Shiva).

I devoti a Shakti applicano un punto in mezzo alle sopracciglia: gli uomini giallo (curcuma) e le donne rosso (sempre di curcuma) per rimuovere l’energia negativa. Alcuni si disegnano un punto bianco per favorire lo sviluppo della persona e della famiglia.

I devoti a Vishnu si disegnano una V bianca che rappresenta i piedi di Narayana (avatar di Vishnu) con una linea in mezzo rossa che rappresenta l’anima.

I devoti a Shiva si disegnano tre linee bianco/grigie di cenere sulla fronte. La linea superiore simboleggia lo svarga, il paradiso, la linea centrale l’inferno mentre la più bassa la terra. Ognuna delle tre linee rispettivamente simboleggiano il corpo fisico, la mente e gli oggetti materiali.

La Trimurti – Shiva

img_1053

Il ruolo di Shiva, nella Trimurti, è apparentemente il più ingrato e il più antipatico. Shiva, infatti è comunemente conosciuto come il distruttore, colui che arriva e distrugge tutto  per permettere a Brahma di poter ricostruire e far rinascere un nuovo mondo. Visto in questa ottica il suo ruolo diventa più interessante e decisamente più accettabile. Shiva elimina il vecchio per poter creare da zero il nuovo, per poter rinascere. E proprio per questo è una delle divinità più venerate in India.

La sua figura ha molti aspetti, spesso contrastanti, e una miriade di appellativi: è il padre di famiglia e simbolo dell’energia maschile (marito di Shakti l’energia femminile, padre di Ganesha e Skanda/Kartikkeya), ma anche il meditatore per eccellenza, in ritiro sul monte Kailash, e il danzatore (Nataraja) che attraverso la sua danza mette in moto la distruzione e la creazione.

Gli attributi principali di Shiva sono:

Colore della pelle bianco brillante – perché il bianco è tutti i colori insieme

I capelli arruffati e raccolti in una crocchia che rappresentano Vayu, il dio del vento

Shiva possiede tre occhi, quello centrale rappresenta la saggezza e l’onniscienza, che rappresentano le tre sorgenti di luce cosmica: sole, luna, fuoco.

Il trishula, una sorta di tridente che ha diverse interpretazioni. La teoria che mi piace di più è quella che lo lega i tre guna, e di rimando i tre ruoli della Trimurti.

Il serpente arrotolato intorno al collo spesso viene interpretato come l’energia della kundalini. A me piace molto anche l’interpretazione che vede nella presenza del serpente attorno a Shiva la sua noncuranza e invulnerabilità nei confronti dei veleni, in particolare, in quanto meditatore, dei veleni della mente.

In testa spesso compare il Gange, divinità femminile che viene spesso invocata in situazioni particolarmente difficili.

Shiva indossa spesso, sulle spalle, una pelle di tigre, simbolo dell’energia della natura che viene domata da Shiva stesso.

Una luna crescente spunta dai suoi capelli, a simboleggiare il suo potere sul tempo e sul soma, l’offerta sacrificale che dona potere su creazione e distruzione.

In mano porta un tamburo, dal quale nasce il suono primordiale AUM.

Infine Shiva è sempre avvolto dalle ceneri sacre, risultato delle sue distruzioni, con le quali si cosparge.

 

 

La mala e i 108 grani

img_8823

 

La mala viene usata come aiuto per contare le preghiere. Molti Hindu usano quella a 108 grani, la più diffusa. Questo numero è considerato sacro, secondo diverse spiegazioni. Il grano più in alto si chiama meru, non si conta e segna la partenza e l’arrivo del giro lungo la mala.

  1. Il praticante ripete i mantra in Sanscrito, lingua che ha 54 suoni o lettere. Ogni lettera ha due aspetti: uno maschile (Shiva), l’altro femminile (Shakti). 54 moltiplocato per 2 ci dà, ovviamente, il numero 108. Così, passando tutti i 108 grani, invochiamo l’aspetto femminile e l’aspetto maschile del suono interiore che fa parte delle lettere e dei suoni di un mantra, generando così delle vibrazioni favorevoli per noi.
  2. Nel nostro corpo ci sono 54 importanti intersezioni tra i circa 84.000 nervi che ne fanno parte. Ogni intersezione ha qualità femminili e maschili (ancora torniamo alle forze della natura e a Shakti e Shiva), qualità che funzionano nel nostro corpo attraverso le due nadi (canali energetici), ida e pingala, quindi ancora una volta 108. Attraverso i mantra attiviamo ogni intersezione nel nostro corpo, senza esserne consci.
  3. I 108 grani rappresentano i 108 elementi che costituiscono l’universo. Il sole è iil fulcro dell’universo. Ogni orbita nello spazio ha 360 gradi che, convertiti in minuti, sarebbero 360 X 60 = 21.600. Il sole rimane per metà dell’anno presente su ciascuno lato, alternando nord e sud. Se dividiamo la somma totale dei minuti in due otteniamo 10.800 minuti. Rimuovendo gli ultimi due 0 per facilità di conteggio otteniamo ancora 108.

In tempi antichi, a seconda dello scopo da raggiungere, i saggi indicavano un tipo di mala piuttosto che un altro. Per ottenere la salvezza una mala da 25 grani, quella 30 per avere salute e quella da 27 per avere successo in imprese personali,  per un benessere totale la mala da 108 grani.

Anche il materiale che costituisce i grani ha la sua importanza, poiché ognuno genera delle vibrazioni differenti nel corpo. In particolare i semi di Rudraksha hanno un grande significato da sempre, poiché, secondo gli Hindu, hanno poteri e proprietà divine e mistiche e mettono al riparo da peccati, pensieri e atti cattivi. L’etimologia del nome di questa pianta è molto bella: rudra è un altro nome per Shiva, mentre aksha significa lacrima. Si dice che questa pianta sia nata proprio dalle lacrime di Shiva e conferisca a chi ne indossa i semi, il potere di superare la paura, permettendo, quindi, di controllare stress e portare pace, stabilità e sernità. Ricerche moderne hanno evidenziato come questi semi abbiano proprietà elettromagnetiche e induttive (pari a 7 millivolt, pari, cioè, a quanto rilevato nella maggior parte dei corpi).

Liberamente tratto da: K. V. Singh, Hindu Rites and Rituals
Foto di Sara Ottanà