Il potere del suono e della parola

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Sono sempre stata convinta che attraverso le parole la nostra mente riesca a chiarirsi maggiormente le idee. Quando racconto a qualcuno qualcosa o comunque parlo ad alta voce, i concetti si mettono in ordine, le idee prendono una forma più concreta, come se tutte le componenti dell’idea, fino ad allora rimasta fumosa e non ancora ben definita, andassero a posto e il puzzle si ricomponesse formando e mostrando la figura finale. Per questo non amo molto le “trasformazioni” linguistiche a causa delle quali vengono accettate brutture come “a me mi” o “ma però” semplicemente in virtù del fatto che sono diventate di uso comune nella parlata. Parlare bene ordina le idee, ordina i concetti e crea chiarezza mentale, secondo me.

Reduce da un altro meraviglioso incontro di Sanscrito, mi trovo a riflettere. In particolar modo quest riflessione è nata dallo studio dei pronomi personali e dei verbi in Sanscrito, perché questa volta ho scoperto che in questa lingua, ma anche nelle moderne lingue indiane l’ordine non è prima, seconda e terza persona singolare e plurale, terza, seconda e prima persona, singolare e plurale. La cosa potrebbe sembrare di poco conto, effettivamente è solo una convenzione. Che importanza può avere l’ordine col quale enuncio un verbo? Tuttavia dietro a questo “ordine al contrario” si nasconde un concetto che io trovo affascinante e molto vero: la nostra conoscenza parte dal mondo che ci circonda, col quale entriamo in contatto attraverso i sensi e dalla periferia, piano piano, ci muoviamo verso il centro. Dalla terza persona passiamo alla seconda per poi approdare alla prima, noi stessi. Capisco che possa apparire un concetto un po’ da “nerd della linguistica”, ma questa scoperta è stata, per me , illuminante. Per la filosofia indiana (e non solo) l’origine di tutto è il suono primordiale om (aum). Il suono crea, il suono illumina.

Il sanscrito

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Questo fine settimana ho iniziato il corso di Lingua sanscrita con Diego Manzi. Erano anni che desideravo fare un corso del genere, ma non ero mai riuscita a organizzarmi con i vari impegni. Forse dovevo aspettare per poterlo fare con lui. Ho sempre considerato il sanscrito una lingua inavvicinabile e difficilissima. Ho anche comprato un libro per iniziare almeno a vedere l’alfabeto, mi sono poi iscritta a un corso on line per capire i suoni e cominciare a pronunciare correttamente almeno il nome degli asana, ma più cercavo di capire qualcosa e meno mi sentivo adatta a studiare questa lingua. Il corso Diego rappresentava per me, da un certo punto di vista, l’ultimo tentativo che mi davo.

Com’è andata? Oltre le mie aspettative. Il sanscrito è stato una vera e propria rivelazione. Innanzitutto ho scoperto che non si tratta di una lingua morta. Certo possiamo considerarla morta perché antica e parlata da poche persone (24.821 dice Wikipedia, ma tra poco saranno 24.835 perché siamo in 12 al corso 😀 ), ma esiste una comunità che la parla e che ha creato e sta creando le parole che man a mano servono (computer, bicicletta… per esempio).

Non si tratta di una lingua naturale, ma artificiale, ossia “costruita” a tavolino, e l’alfabeto, che segue la colonna d’aria a partire dalla parte più interna della gola  per arrivare alla parte più esterna nella sequenza dei suoni, ne è una manifestazione. Diego ci ha presi per mano e guidato attraverso i suoni, le sillabe e persino i meravigliosi segni che compongono l’alfabeto devanāgarī (ossia la grafia della città degli dei) facendoci compiere i primi passi nel mondo del sanscrito con una semplicità e una gioia entusiasmanti.

A proposito, sapete cosa significa varnamālā, termine col quale si indica l’alfabeto in sanscrito? Ghirlada dei suoni 🙂