Di azioni, reazioni e cambiamenti

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Nel Ramayana, l’epopea che racconta parte della vita di Ram, settima incarnazione di Vishnu, si racconta della sua nomina a successore del padre, re di Ayodhya e il conseguente suo esilio a causa delle trame di una delle mogli del padre. Il popolo di Ayodhya si rifiuta di accettare l’esilio del suo amato principe e blocca le porte della città per evitare che Ram parta. Come spesso accade anche questa volta sono rimasta colpita dalla profondità e dalla verità di quanto contenuto del discorso di Ram al suo popolo.

Sì, questo evento è sfortunato, ma è solo un episodio nelle nostre vite; possiamo chiamarlo tragedia, se lo desideriamo. Lamentarsi non aiuta nessuno; che ognuno si prenda la propria responsabilità. Perché nulla, nella vita, capita a caso: è il risultato di azioni passate. Questo momento è come era supposto che fosse. […] Non possiamo scegliere le circostanze della nostra vita, ma possiamo fare le nostre scelte. Io ho scelto di rimanere fedele al mio clan e di comportarmi in maniera corretta. Mia moglie ha deciso di rimanere fedele al proprio ruolo di moglie. Mio fratello ha deciso di rimanere fedele ai propri sentimenti. Accettate le nostre scelte. Fate pace con le nostre decisioni. Voi non siete arrabbiati con la regina o con suo figlio, ma con la vita stessa che non si è rivelata come pensavate dovesse essere. In un attimo il mondo che davate per garantito è crollato. Espandete la vostra mente e comprendete che il dolore deriva dalle vostre aspettative. Scegliete l’amore all’odio, accettando le paure e le fragilità dell’essere umano che portano a situazioni come questa.

Alla base di questo discorso sta la filosofia induista del karma, l’idea che ad ogni azione passata corrisponda una conseguenza che si manifesti non necessariamente in questa vita. Indipendentemente dalle credenze religiose, rimane vera l’affermazione che in natura, ad ogni azione corrisponde una reazione, che possa essere uguale e contraria, oppure simile e nella stessa direzione, questo sta a ognuno di noi deciderlo.

Il mondo non ha bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno del mondo.

Sulabha, punti di vista e Upanishad

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A un certo punto del Ramayana viene presentata una donna, Sulabha, che si presenta alla corte di re Janaka, padre di Sita. La donna chiede udienza al re, che accetta senza entusiasmo. Accortasi della riluttanza di Janaka, Sulabha fa questo meraviglioso monologo:

“L’umanità è speciale. Abbiamo una mente che può immaginare. Con l’immaginazione possiamo, senza muoverci, viaggiare attraverso lo spazio e il tempo, creare situazioni che non esistono nella realtà. Questa capacità distingue l’uomo dal resto della natura. Tale mente viene chiamata manas, ed è per questo che gli esseri umani vengono chiamati manava. Tu sei un manava con la carne da uomo, io sono un manava con la carne da donna. Vediamo il mondo in modo differente, non perché abbiamo corpi differenti, ma perché abbiamo menti diverse. Tu vedi il mondo da un punto di vista e io lo vedo da un altro. Ma le nostre menti si possono espandere. Io posso vedere dal tuo punto di vista e tu dal mio. Alcuni […], invece di espandere la propria mente, la usano per controllare la natura […]. Non accettano il mondo così com’è. Perché? Domandatelo, Janaka, e capirai meglio la carne e il mondo intorno alla carne. Questo è veda, la saggezza”

Ispirato da queste parole, Janaka invitò nella sua terra tutti i rishi del suo regno per condividere la conoscenza dei Veda. Arrivarono da ogni dove. Questa raccolta di conversazioni intime destinata ad aprire la mente all’umanità è divenuta famosa sotto il nome di Upanishad.

Sempre grata a Devdutt Pattanaik per il suo lavoro.

Kabandha

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Uno dei motivi per cui amo così profondamente la mitologia e le storie indiane sono le risposte che mi arrivano durante la loro lettura. Storie scritte migliaia di anni fa che sono in grado di spiegare quello che accade ora, in questo momento. Per dare credito a qualcosa oggi abbiamo bisogno di aprire la frase con: “Un recente studio americano ha scientificamente dimostrato che…” altrimenti sono favole, fantasie o, ancora peggio, cialtronerie. Si è perso il concetto di rispetto. Se l’idea non aderisce alla nostra o a quello che ci aspettiamo, allora è una truffa o un raggiro… o una stupidaggine.

Leggendo il Ramayana mi sono imbattuta nella storia di Kabandha: una perfetta descrizione di quello che siamo oggi.

Ram e suo fratello Lakshman, alla ricerca di Sita, vengono bloccati da un demone, Kabandha, mentre vagano nel bosco. Il demone li afferra, ma i due fratelli sfoderano le spade e gli tagliano le braccia. Il mostro, invece di arrabbiarsi, ringrazia i due:

“Senza braccia per mettermi cibo in bocca sono finalmente in grado di spostare la mia attenzione dal cercare cibo al comprendere la mia fame. Grazie. Ero sempre affamato, in cerca di cibo, vino, musica, divertimento, donne. Ero troppo impegnato a indulgere sul mio appetito per riflettere sulla mia fame.”

Hanuman -il mito

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Anjana era una donna bellissima che desiderava tanto avere un figlio. Per questo pregava ogni giorno. Vayu, il dio del vento, che la ammirava profondamente e la osservava tutti i giorni, decise di aiutarla. Benedisse alcuni grani di riso e li affidò a uno stormo di piccioni che li consegnarono ad Anjana mentre era in preghiera. Andana prese il riso, lo mangiò e rimase incinta. Quando suo figlio Anjaneya nacque fu da subito evidente che si trattava di un bambino speciale; era metà umano e metà divino. Il suo stato di semidio, tuttavia, lo mise spesso nei guai. Una mattina, appena sveglio, guardando il cielo vide quello che gli sembrò un gigantesco mango, il suo frutto preferito. Ingolosito, senza pensarci due volte, si lanciò in volo per afferrarlo, senza rendersi conto che in realtà si trattava di Surya, il sole. Quando questi lo vide avvicinarsi così pericolosamente gli scagliò contro un lampo che lo colpì alla mandibola, uccidendolo all’istante. Vayu lo venne a sapere e andò su tutte le furie; la rabbia gli fece perdere il controllo e inspirò così profondamente che lasciò il mondo senza aria, mettendo in pericolo tutti gli essere viventi. Gli dei si riunirono per cercare di placare  l’ira di Vayu e Surya, ma il primo si rifiutava di espellere l’aria che aveva risucchiato, mentre il secondo riteneva Anjaneya troppo pericoloso per riportarlo in vita. Alla fine fu trovato un accordo: Anjaneya sarebbe rinato come Hanuman, privo della memoria della sua origine divina e sarebbe stato affidato a Sugriva, il re delle scimmie. Un giorno, mentre vagava nella foresta, Hanuman incontrò re Ram, col quale entrò subito in sintonia e profonda empatia. Ram era sposato con Sita, una donna bellissima, gli raccontò Ram, che era stata rapita dal demone Ravana e portata chissà dove. Hanuman si offrì di aiutarlo a trovarla. Ram gli affidò il proprio anello come segno di riconoscimento e questi partì subito per la costa, senza neanche sapere bene dove andare e cosa fare. Giunto sulla costa Hanuman si inginocchiò in preghiera e attese di capire cosa fare. Quando si sentì pronto si alzò e con un balzo si allungò sull’oceano, una gamba stesa avanti, verso l’isola di Lanka, l’altra col piede ancora appoggiato alla terraferma. Nonostante i numerosi ostacoli Hanuman riuscì ad atterrare e trovò Sita nel giardino intorno al palazzo di Ravana. Nel giardino c’era un piccolo boschetto di Ashoka, alberi curativi, simbolo dell’amore eterno e della liberazione dalla sofferenza. Sita viveva qui, essendosi rifiutata di entrare a palazzo, sottoposta ad ogni tipo di angheria psicologica ed emotiva. Stava seduta, paziente, la schiena appoggiata all’albero. Respirava e aspettava, ripetendo come un mantra “Ram trovami”. Un giorno vide comparire una scimmia che gli mostrò l’anello di Ram e capì di essere salva.

Veda, Upanishad e Purana

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I Veda, i Purana e le Upanishad vengono spesso citati insieme, ma appartengono a periodi storici differenti.

I Veda, 4 in tutto, sono i testi scritti più antichi e risalgono a circa 4000 anni fa, ma è lecito pensare che siano stati composti ben prima e tramandati oralmente, per essere poi trascritti “solo” 4000 anni fa.  Contengono la conoscenza del cosmo e dell’universo, così come rivelata dal Signore Supremo agli antichi saggi durante la meditazione, nel Satya Yuga, l’età nella quale l’uomo era in totale armonia con la natura e i 5 elementi erano in completo equilibrio. Il potere della parola raggiunse, in questa epoca, il suo massimo: ciò che veniva espresso con intenzione diventava realtà. Proprio per questa armonia di fondo, in questa epoca non c’era ragione che nascessero avatar. Gli dei della tradizione vedica rappresentano le forze della natura: Agni (fuoco), Vayu (vento), Surya (sole), Varuna (acqua e oceano celeste) e Indra (fulmine). I Veda contengono inni e mantra e la conoscenza in essi contenuta è ritenuta oggettiva.

Le Upanishad, che risalgono a 3000 anni fa circa e sono più di 200, tecnicamente significano “siediti e parlami” e comprendono una domanda su un soggetto nell’ambito dell’atma, l’anima, la coscienza, l’essenza. Si tratta di spiegazioni e approfondimenti dei misteri dei Veda raccolti in seguito a discussioni e scambi di opinioni tra rishi, re, bambini, uomini e donne, mariti e mogli nello sforzo di svelare i segreti dei Veda.

I Purana e i poemi epici (come Mahabharata e Ramayana) risalgono a 2000 anni fa circa ed esprimono le idee e i concetti attraverso le storie. Sono 36, 18 principali e 18 minori e contengono storie sui clan originali, i re e le loro vite. Gli dei che compaiono nei Purana sono più complessi e strutturati rispetto a quelli del periodo vedico, come Vishnu, Shiva, Brahma, Durga, Ganesh, Hanuman etc. La conoscenza in essi contenuta è ritenuta soggettiva e filosofica. Durante questo periodo l’uomo cominciò ad allontanarsi dalla Natura, dalla vita semplice e dai pensieri puri ed altruistici facendo nascere la necessità di salvare l’umanità. Per questo Vishnu cominciò a reincarnarsi.

Riferimenti bibliografici: K.V. Singh, Hindu Rites and Rituals – D. Pattanaik, Devlok

Chaitra Navaratri

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Oggi inizia Chaitra Navaratri, il periodo che dura 9 giorni (nava= 9, ratri= notti), durante il quale si festeggia, in India, l’inizio del nuovo anno e dell’estate e la fine dell’inverno. In India Navaratri viene festeggiato 5 volte, ma i due più importanti sono questo e quello di settembre-ottobre (Maha Navaratri= grande Navaratri).

Durante questa festa Maa Durga viene festeggiata nelle sue 9 forme. La leggenda vuole che Sri Ram dovesse combattere contro il demone Ravana per riportare a casa la sua sposa Sita, rapita dal demone. I due cobatterono per 10 giorni (9 notti). Inizialmente, durante la battaglia, Ram, non essendo in grado di combattere contro Ravana, continuò a venerare la Dea Durga con amore e rispetto. La pregava di ricevere la forza necessaria per sconfiggere il demone. Al decimo giorno Ram fu finalmente in grado di sconfiggere Ravana e portare in salvo Sita.