Sirsa, cambiare punto di vista

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Finita la guerra e sconfitto Ravana, Ram poté finalmente riunirsi con Sita e riprendersi il regno di Ayodhya dopo 14 anni di esilio. Al loro incontro Ram sembrava scontento di Sita, raggiante e risplendente di gioia. La guardava senza sorridere, con un’espressione severa e pensierosa. In cuor suo Ram era lacerato; voleva mostrare il proprio amore a Sita e accoglierla subito, ma temeva le critiche del popolo. Come re doveva dare l’esempio più elevato ai suoi sudditi; Sita era stata nella casa di un altro uomo per quasi un anno. Qualsiasi fossero state le circostanze, qualcuno avrebbe potuto avere qualcosa da ridire e mettere in dubbio la sua castità. Così Ram chiese una prova, non per sé, ma per il popolo, della castità di Sita: avrebbe dovuto superare la prova del fuoco. Ordinò a Lakshmana di accendere una pira dove Sita sarebbe salita. Se fosse uscita intatta la sua purezza sarebbe stata provata. Sita affrontò la prova senza paura e fu portata fuori dal fuoco da Agni stesso, il dio del fuoco, che la reggeva tra le braccia vestita di una tunica rossa, con una ghirlanda di fiori celesti e ornata di gemme scintillanti, splendente come il sole nascente.

“Ecco tua moglie Sita. E’ senza peccato. Non ti è mai stata infedele, né con le parole, né con le azioni, né con i pensieri e nemmeno con lo sguardo. Quindi, Ram, riprendila a cuore aperto”.

Ram dichiarò che Sita era inseparabile da lui, così come la luce non si può separare dal sole.

Dopo due anni di regno felice, un giorno, Ram chiese a Bhadra, il suo ministro, cosa la gente dicesse di lui. “Il popolo dice di te cose meravigliose” rispose Bhadra, ma il suo volto diceva altro, così, sotto insistenza di Ram, Bhadra dovette ammettere che alcuni sudditi avevano dubbi sulla purezza di Sita, nonostante la prova data.

Ram si fece pensieroso e, dopo una lunga e dolorosa riflessione, convocò Lakshmana per chiedergli di portare la regina Sita nella foresta e abbandonarla al proprio destino.

Un servo che aveva udito lo scambio tra Ram e Lakshamana, non riuscendo a comprendere la decisione del proprio re, provò allora a mettersi a testa in giù per vedere se, cambiando il proprio punto di vista, potesse giungere a una comprensione più chiara e limpida.

Il corvo, brutto ma saggio

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Un giorno Garuda andò da Shiva a chiedere se fosse vero che Ram era l’avatar di Vishnu. Shiva lo mandò da KakaBushundi, il saggio intrappolato nel corpo di un corvo. Una volta arrivato dal saggio, Garuda gli fece la domanda. Bushundi allora cominciò a recitare tutto il Ramayana, dissipando ogni dubbio di Garuda che, prima di andarsene volle sapere come mai una persona tanto illuminata e saggia fosse intrappolata nel corpo di un corvo, creatura ritenuta infima. Bushundi raccontò di come, un tempo, fosse un giovane arrogante e presuntuoso, devoto a Shiva, ma irrispettoso delle altre divinità, in particolare di Ram.

Per questo fu punito da Shiva e costretto a reincarnarsi in un serpente. Il suo maestro intervenne per intercedere in suo favore, nonostante fosse stato trattato con arroganza e sufficienza dal discepolo. Shiva gli concesse un dono, trasformando la maledizione in una fortuna: il discepolo si sarebbe reincarnato sì nelle forme animali più basse, ma senza dover affrontare la morte e senza mai perdere memoria degli stati precedenti.

Così Bushundi visse nella foresta fino a quando nacque Brahmana. Sotto queste spoglie divenne seguace di Ram. Ma ancora una volta Bushundi si dimostrò chiuso di mente e arrogante nella sua ottusa convinzione di essere nel giusto, così venne trasformato in corvo, animale spocchioso e vanitoso. Sotto forma di corvo ebbe la possibilità di imparare il Ramayana, cantarlo e diffonderlo.

Così quando Garuda gli chiese come mai continuasse a vivere nel corpo di un corvo quando avrebbe potuto ormai facilmente prendere un’altra forma, Bushundi rispose: “Amo questo corpo perché è stato proprio in questa forma che ho potuto accogliere Ram nel mio cuore”

Vrksha

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Quando Ravana rapì Sita (vedi la storia dedicata a Hanuman) per portarla sull’isola di Lanka era convinto che la regina si sarebbe innamorata di lui. Era bello (bastava abituarsi alle sue 10 facce), forte e incredibilmente ricco e potente. Per cercare di conquistarla Ravana le offrì un piacere dopo l’altro ma Sita rimase ferma nella sua decisione di non entrare neanche a palazzo.

“Sono tua prigioniera, non ospite. Non sarò mai la tua donna. Ricordati, io sono la moglie di Rama e lui mi troverà”.

Ravana decise di darle un anno di tempo. Sarebbe andato tutti i giorni a chiederle di accettarlo. Scaduto l’anno, in caso di rifiuto, l’avrebbe cucinata e mangiata.

Sita stava al di fuori del palazzo, nel boschetto di ashoka appena fuori dalle mura. Ashoka significa “senza dolore” e, nella tradizione indiana, simboleggia l’amore. La regina stava giorno e notte in questo boschetto circondata dalle guardie di Ravana, creature mostruose che la sottoponevano ad ogni tipo di angheria psicologica, invitandola ad accettare la vita con Ravana e quanto poteva offrirle.

Sita stava seduta, con la schiena appoggiata a un albero, respirando tranquillamente, in attesa. Concentrava la sua mente su Rama. Ogni pensiero, ogni respiro, ogni battito del suo cuore diceva “Rama trovami”. Gli alberi sono creature pazienti. Vivono a lungo e sanno stare immobili, attraversando e accettando tutti i cambiamenti del giorno e della notte, i climi, le stagioni. Sita, essendo figlia di Bhumi Devi, la dea Terra, era in profonda sintonia con gli alberi ashoka che le parlavano invitandola ad aspettare, ad avere fiducia e a ricordarsi di Rama. Un giorno Sita si sentì chiamare e capì di essere finalmente salva. In questo mito Rama rappresenta il sankalpa di Sita, il suo proposito, la sua intenzione. Per resistere alle distrazioni esterne (i demoni e Ravana, con le sue ricchezze) Sita continua a ripetere un mantra (Rama trovami), seduta immobile. Sita rappresenta lo yogi che attraverso la pratica arriva all’illuminazione.

Nella mitologia indiana gli alberi sono simbolo dell’universo e sono il legame tra divino e individuo. Nell’asana a lui dedicato, una volta trovato l’equilibrio, possiamo sentire le nostre radici affondare nella terra mentre le braccia sono distese verso il cielo, come un ponte a unire i due mondi.

Nava, la barca e Ram

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Quando Ram e Sita furono esiliati dal loro regno, il popolo, rifiutandosi di accettare la loro partenza, li seguì abbandonando la città di Ayodhya. In un primo momento si trovarono a girare senza una meta. La prima sera, giunti al Gange, si accamparono per passare la notte. Piano la notte scese, le persone cominciarono a sbadigliare. Non appena le loro teste si appoggiarono a terra si addormentarono. Ram decise di approfittare della situazione per allontanarsi col favore del buio, promettendo, tra sé e sé, al proprio popolo di rivedersi 14 anni dopo.

In riva al fiume scorsero la barca di Guha, che riconobbe subito Ram.
Ram e Sita gli chiesero di essere trasportati al di là del fiume.
“Ram, ho sentito dire che hai trasformato una pietra in donne, semplicemente passandoci sopra. Se sali sulla mia barca e la trasformi in altro, che cosa farò?!” Guha accettò comunque di trasportarli, a condizione che Ram permettesse di lavargli i piedi e chinarvisi davanti. Questo era stato il suo desiderio fin dal primo momento. La braca attraversò il fiume e, giunti dall’altra parte, Sita offrì il proprio anello come pagamento, ma il barcaiolo rifiutò energicamente.
“Ram, tu e io siamo fratelli nella stessa professione. Io porto le persone attraverso il fiume, tu le porti attraverso l’oceano del samsara. Il tuo nome, da solo, assicura un passaggio certo!”
Ram si girò verso l’altra sponda del Gange e si chinò di fronte al proprio popolo per onorarne la saggezza, in risposta il suo popolo si chinò per onorare la sua nobiltà.

Ram

 

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Ram è la settima incarnazione di Vishnu, venuto sulla terra per sconfiggere il malvagio re Ravana. La sua storia è raccontata nel Ramayana, la famosissima storia epica indiana.

Nella storia viene raccontata la sua formazione come futuro regnante di Ayodhya e il suo successivo allontanamento in esilio per 14 anni, a causa della crudele matrigna. Proprio durante l’ultimo anno di esilio Sita, la moglie di Ram che ha voluto seguirlo in esilio per condividere la sorte del marito, viene rapita proprio dal crudele Ravana. Per poterla salvare Ram si rivolge al suo nuovo amico Hanuman, che lo aiuta a salvare Sita e a sconfiggere Ravana e il suo regno. Sita e Ram sono visti come simboli di coraggio e lealtà.

Ram è festeggiato in occasione di diverse feste in India, ma la prima festa a lui dedicata è Rama Navami, che corrisponde al suo compleanno. In questa occasione si celebra Dussehra, 10 giorni di rappresentazioni che mettono in scena gli episodi salienti del Ramayana. Fino ad arrivare al decimo giorno, quando si mette in scena la sconfitta di Ravana e del male.

Tra ottobre e novembre si festeggi Diwali, il rientro di Ram e Sita ad Ayodhya, alla fine dei 14 anni di esilio.

La figura di Ram è molto amata in India ed è legata non solo alla figura del perfetto regnante, ma anche alla figura di perfetto marito, leale e corretto. Ram rappresenta l’obbedienza incondizionata alle regole.

 

 

Di azioni, reazioni e cambiamenti

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Nel Ramayana, l’epopea che racconta parte della vita di Ram, settima incarnazione di Vishnu, si racconta della sua nomina a successore del padre, re di Ayodhya e il conseguente suo esilio a causa delle trame di una delle mogli del padre. Il popolo di Ayodhya si rifiuta di accettare l’esilio del suo amato principe e blocca le porte della città per evitare che Ram parta. Come spesso accade anche questa volta sono rimasta colpita dalla profondità e dalla verità di quanto contenuto del discorso di Ram al suo popolo.

Sì, questo evento è sfortunato, ma è solo un episodio nelle nostre vite; possiamo chiamarlo tragedia, se lo desideriamo. Lamentarsi non aiuta nessuno; che ognuno si prenda la propria responsabilità. Perché nulla, nella vita, capita a caso: è il risultato di azioni passate. Questo momento è come era supposto che fosse. […] Non possiamo scegliere le circostanze della nostra vita, ma possiamo fare le nostre scelte. Io ho scelto di rimanere fedele al mio clan e di comportarmi in maniera corretta. Mia moglie ha deciso di rimanere fedele al proprio ruolo di moglie. Mio fratello ha deciso di rimanere fedele ai propri sentimenti. Accettate le nostre scelte. Fate pace con le nostre decisioni. Voi non siete arrabbiati con la regina o con suo figlio, ma con la vita stessa che non si è rivelata come pensavate dovesse essere. In un attimo il mondo che davate per garantito è crollato. Espandete la vostra mente e comprendete che il dolore deriva dalle vostre aspettative. Scegliete l’amore all’odio, accettando le paure e le fragilità dell’essere umano che portano a situazioni come questa.

Alla base di questo discorso sta la filosofia induista del karma, l’idea che ad ogni azione passata corrisponda una conseguenza che si manifesti non necessariamente in questa vita. Indipendentemente dalle credenze religiose, rimane vera l’affermazione che in natura, ad ogni azione corrisponde una reazione, che possa essere uguale e contraria, oppure simile e nella stessa direzione, questo sta a ognuno di noi deciderlo.

Il mondo non ha bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno del mondo.

Sulabha, punti di vista e Upanishad

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A un certo punto del Ramayana viene presentata una donna, Sulabha, che si presenta alla corte di re Janaka, padre di Sita. La donna chiede udienza al re, che accetta senza entusiasmo. Accortasi della riluttanza di Janaka, Sulabha fa questo meraviglioso monologo:

“L’umanità è speciale. Abbiamo una mente che può immaginare. Con l’immaginazione possiamo, senza muoverci, viaggiare attraverso lo spazio e il tempo, creare situazioni che non esistono nella realtà. Questa capacità distingue l’uomo dal resto della natura. Tale mente viene chiamata manas, ed è per questo che gli esseri umani vengono chiamati manava. Tu sei un manava con la carne da uomo, io sono un manava con la carne da donna. Vediamo il mondo in modo differente, non perché abbiamo corpi differenti, ma perché abbiamo menti diverse. Tu vedi il mondo da un punto di vista e io lo vedo da un altro. Ma le nostre menti si possono espandere. Io posso vedere dal tuo punto di vista e tu dal mio. Alcuni […], invece di espandere la propria mente, la usano per controllare la natura […]. Non accettano il mondo così com’è. Perché? Domandatelo, Janaka, e capirai meglio la carne e il mondo intorno alla carne. Questo è veda, la saggezza”

Ispirato da queste parole, Janaka invitò nella sua terra tutti i rishi del suo regno per condividere la conoscenza dei Veda. Arrivarono da ogni dove. Questa raccolta di conversazioni intime destinata ad aprire la mente all’umanità è divenuta famosa sotto il nome di Upanishad.

Sempre grata a Devdutt Pattanaik per il suo lavoro.

Kabandha

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Uno dei motivi per cui amo così profondamente la mitologia e le storie indiane sono le risposte che mi arrivano durante la loro lettura. Storie scritte migliaia di anni fa che sono in grado di spiegare quello che accade ora, in questo momento. Per dare credito a qualcosa oggi abbiamo bisogno di aprire la frase con: “Un recente studio americano ha scientificamente dimostrato che…” altrimenti sono favole, fantasie o, ancora peggio, cialtronerie. Si è perso il concetto di rispetto. Se l’idea non aderisce alla nostra o a quello che ci aspettiamo, allora è una truffa o un raggiro… o una stupidaggine.

Leggendo il Ramayana mi sono imbattuta nella storia di Kabandha: una perfetta descrizione di quello che siamo oggi.

Ram e suo fratello Lakshman, alla ricerca di Sita, vengono bloccati da un demone, Kabandha, mentre vagano nel bosco. Il demone li afferra, ma i due fratelli sfoderano le spade e gli tagliano le braccia. Il mostro, invece di arrabbiarsi, ringrazia i due:

“Senza braccia per mettermi cibo in bocca sono finalmente in grado di spostare la mia attenzione dal cercare cibo al comprendere la mia fame. Grazie. Ero sempre affamato, in cerca di cibo, vino, musica, divertimento, donne. Ero troppo impegnato a indulgere sul mio appetito per riflettere sulla mia fame.”

Chaitra Navaratri

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Oggi inizia Chaitra Navaratri, il periodo che dura 9 giorni (nava= 9, ratri= notti), durante il quale si festeggia, in India, l’inizio del nuovo anno e dell’estate e la fine dell’inverno. In India Navaratri viene festeggiato 5 volte, ma i due più importanti sono questo e quello di settembre-ottobre (Maha Navaratri= grande Navaratri).

Durante questa festa Maa Durga viene festeggiata nelle sue 9 forme. La leggenda vuole che Sri Ram dovesse combattere contro il demone Ravana per riportare a casa la sua sposa Sita, rapita dal demone. I due cobatterono per 10 giorni (9 notti). Inizialmente, durante la battaglia, Ram, non essendo in grado di combattere contro Ravana, continuò a venerare la Dea Durga con amore e rispetto. La pregava di ricevere la forza necessaria per sconfiggere il demone. Al decimo giorno Ram fu finalmente in grado di sconfiggere Ravana e portare in salvo Sita.