Patanjali

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Viṣṇu era sdraiato su Ādi Śeṣa, mentre guardava Śiva ballare. La danza era così bella che Viṣṇu era completamente assorbito. Il suo corpo cominciò a ondeggiare languidamente a ritmo. Non appena si rilassò e lasciò che i movimenti fagocitassero il suo corpo, cominciò a diventare sempre più pesante. Ādi Śeṣa trovò sempre più difficile sostenere il suo peso e fu sul punto di collassare. Proprio in quel momento, la danza di Śiva cessò e il corpo di Viṣṇu tornò a essere leggero.

Incuriosito, Ādi Śeṣa chiese il perché a Viṣṇu. “la grazia, la bellezza, la maestà e la grandezza della danza di Śiva sono così ipnotiche che chi la guarda ne rimane rapito. I corpi iniziano a rilassarsi e a ondeggiare automaticamente”.

Impressionato, Ādi Śeṣa decise di provare a danzare come Śiva e chiese a Viṣṇu come fare. Dopo lunga meditazione il dio trovò la soluzione: “Ādi Śeṣa sei destinato a scrivere un commentario sulla grammatica e Śiva stesso ti chiederà di farlo. Allora potrai dedicarti alla perfezione dell’arte della danza”. A queste parole Ādi Śeṣa cominciò a meditare su come fare a manifestarsi sulla terra. Gli apparve una yogini, Gonika, mentre pregava per avere un figlio meritevole al quale passare le sue conoscenze e la sua saggezza. Ādi Śeṣa realizzò che quella sarebbe stata la madre perfetta per lui. Gonika si riempì le mani d’acqua, mentre pregava, e chiuyse gli occhi per meditare su Surya il dio sole. Quando era sul punto di offrire l’acqua, aprì gli occhi e vide un piccolo serpente che, piano piano, si stava trasformando in umano. Il piccolo umano si prostrò davanti a Gonika e le chiese di accettarlo come figlio. Lo chiamò Patanjali (pata in sanscrito significa caduto, anjali, oblazione o mani unite in preghiera)

Riflessioni sul dove e sul come

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Durante questo fine settimana, al Teacher Training di Shiva Flow, abbiamo trattato anche l’argomento della motivazione che ci spinge a fare determinate cose o altre. Nella Bhagavad Gita Krishna invita Arjuna ad agire senza pensare al risultato finale. Com’è possibile agire in questa maniera, invitati come siamo, costantemente, a puntare in alto e a raggiungere il nostro scopo per essere vincenti? (e poi cosa diamine significa essere vincenti?).

La meta che ci prefiggiamo di raggiungere è importante, importantissima, perché è la prima molla che ci spinge a muoverci e a entrare in azione, ma se rimarremo legati solo a quello, per tutto il percorso, ne rimarremo intrappolati, fino a perdere il senso di ciò che stiamo facendo, fino a rischiare di arrivare, talvolta, a seguire il tremendo motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”.

E’ l’intenzione a dare il colore e la sfumatura delle nostre azioni, non il risultato, non la meta finale che si desidera raggiungere. Il risultato finale, in fase di partenza, può accendere il nostro Tapas, il nostro fuoco interiore e guidarci fino a un certo punto, ma, come ci avvisa Patanjali negli Yoga Sutra, se rimarrà la nostra unica guida e il nostro unico scopo, con il tempo si trasformerà in ostacolo, allontanandoci proprio dalla meta. Non esiste solo il dove, è importante anche il come. Anzi, è più importante il come e, spesso, procedendo lungo la strada che abbiamo scelto, ci rendiamo conto che, seguendo il nostro come, il dove ha perso di importanza.

Guardarsi da fuori

 

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Uno dei regali più belli che mi fa ogni volta l’India è la possibilità di guardarmi da fuori, di osservarmi come se fossi un’altra persona. Mi è successo la prima volta, quando un bel giorno, durante la sfiancante pratica di Ramesh Ji, mi sono ritrovata a non sentire più il caldo, la fatica e lo sforzo. Il mio corpo andava e si muoveva seguendo le indicazioni, mentre io mi trovavo al di fuori di esso. Non è una sensazione facile da descrivere senza rischiare di passare per pazza o esaltata, ma l’unico modo che trovo per descriverla è questo: avete presente quando nei fumetti di paperino compare sulla sua spalla il paperino-mini diavoletto o angelo? Ecco, tralasciando la questione diavolo/santo, la sensazione è stata proprio quella. Era come se mi osservassi dalla spalla destra, senza partecipare a fatica, dolore, caldo, stanchezza.

L’anno seguente, sempre a Mysore, sempre con Ramesh Ji, mi ero leggermente abituata alla sua guida per cui questa sensazione non mi si è più presentata durante la pratica, ma qualcosa ha iniziato a lavorare in maniera più profonda. L’occasione mi è arrivata dalle dinamiche che si erano create nel gruppo col quale ero andata. L’India non è un posto qualunque e per molti non è facile adattarsi al loro modo di concepire la vita, di tutti i giorni e in generale.  Più resistenze si hanno più è difficile adattarsi. Credo che sia per questo che sia così importante il concetto di “lasciar andare” nella filosofia indiana. Se non lasci andare, se non accetti quel che ti trovi davanti come un dato di fatto, spogliandoti dai tuoi giudizi e pregiudizi, rischi di impazzire. Non è possibile, credo, vivere in modo equilibrato e serena l’esperienza indiana se applichi i filtri occidentali a quello che vedi.

Quest’anno, a Varkala, ho avuto la fortuna di compiere un altro passettino in avanti lungo questo percorso. Varkala è un posto più facile da vivere rispetto a Mysore, che già come India non è assolutamente delle più estreme. E’ un posto di vacanza, dove i ritmi rilassati sono giustificati anche dall’occidentale grazie alla presenza dell’oceano che ricorda, appunto, una vacanza al mare. A Mysore c’è sempre comunque il demone della città, che risveglia il milanese imbruttito dentro di noi e che ci irrita se qualcuno ci fa perder tempo con ritardi o cambi repentini di programma (aspetto tipico indiano). A Varkala ti senti già in ciabatte e costume non appena arrivi. Non c’è fretta, sei in vacanza sembrano dire le palme da cocco che ondeggiano al vento e il suono dell’oceano indiano.

Eppure questa esperienza mi è entrata dentro, tanto. La pratica è stata piuttosto blanda, nulla di trascendentale, mentre il pranayama e la meditazione questa volta sono stati più “impegnativi”, importanti e profondi. Questa volta siamo andati al di là della tecnica, del come si fa, dando per scontate alcune cose, e abbiamo “semplicemente” fatto. Facendo mi è comparso ancora più chiaro e lampante quello che Patanjali intende negli Yoga Sutra. Siamo andati oltre la pratica fisica e, attraverso il respiro, siamo arrivati alla mente. Quello che poi trovi nella mente è tutta un’altra questione, ovviamente, ed è proprio qui che, secondo me, inizia il vero viaggio. Se riesci a rimanere a osservare quello che salta fuori, come se stessi aprendo una scatola per scoprirne il contenuto, tirando fuori un oggetto alla volta, un pensiero alla volta, un’emozione alla volta potrai scoprire cose incredibili. Potresti scoprire di non essere quello che pensavi di essere. Né meglio, né peggio, attenzione. La parte interessante è quella che ci permette di osservare quello che salta fuori come se non ci riguardasse, come se non fosse una nostra parte che ci definisce, ma come se fosse un accessorio o un vestito che possiamo decidere di mettere, ma anche di togliere, possiamo decidere che sia parte fondamentale del nostro “outfit” mentale o inutile e superfluo, addirittura fastidioso.

L’ultimo giorno Deepa ci ha fatto fare una pratica molto bella. Una meditazione dopo la quale ci ha fatto scrivere su un foglietto, che avremmo tenuto solo noi e che non avrebbe letto nessuno, tutto quello di cui vorremmo liberarci nella nostra vita. Non solo le cose che ci danno fastidio del mondo esterno, ma soprattutto quello che vorremmo cambiare di noi stessi e dei nostri atteggiamenti. Ci ha fatto stracciare questo foglietto e lo abbiamo bruciato in un piccolo braciere. So che per molti potrebbe essere solo un rito sciocco, magari anche ridicolo, ma trovarsi a mettere nero su bianco quello che non piace di se stessi prendendo l’impegno di cambiarlo trovo che sia un gesto molto forte, che ci permetta di cambiare prospettiva. Un sankalpa, un buon proposito per il nuovo anno, amplificato all’ennesima potenza.

Non so bene cosa mi abbia portato a questo punto; se il tempo, la pratica, l’età, il luogo, le persone, ma so che è uno stato di costante beatitudine, che continua ad accompagnarmi. Paperino è sempre seduto sulla mia spalla destra, pronto a farmi notare quello che sta accadendo dentro di me per darmi la possibilità di scegliere cosa fare.