Bala, il bambino

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Da piccolino Krishna era un bambino difficile e la madre aveva il suo bel da fare  affinché lui le ubbidisse. Era sempre preoccupata che i suoi atteggiamenti lo potessero mettere in pericolo. Quando ancora era un bambino, un giorno, stava giocando nella foresta con suo fratello e altri bambini. Krishna era il più piccolo e, mentre tutti gli altri riuscivano a cogliere dagli alberi i frutti per mangiarli, Krishna non ci riusciva. Nessuno si accorse delle sue difficoltà, tanta era la gioia e il divertimento, così il piccolo decise di prendere una manciata di fango e mangiarla. Quando il fratello se ne accorse si spaventò e cercò di far sputare a forza il fango, ma era troppo tardi. Gli altri bambini corsero ad avvisare la madre e quando i due fratelli tornarono a casa la trovarono su tutte le furie. La madre chiese spiegazioni, ma Krishna negò scuotendo la testa.

“Allora apri la bocca” disse la madre “e fammi vedere”.

Così Krishna aprì la bocca e la madre rimase sconvolta. Nella bocca non trovò il fango; non trovò neanche la lingua o i denti. Nella bocca di Krishna vide tutti i pianeti, le costellazioni e le stelle. La donna rimase sconvolta e si rese conto che suo figlio aveva la forza e la saggezza dell’universo in sé.

Dhyana e Darshan

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La parola darshan in sanscrito significa “vedere, guardare, osservare, contemplare”. Gli Induisti “fanno darshan” quando vanno al tempio e contemplare la divinità. Ma attraverso l’osservazione e la contemplazione siamo in grado di farci poi un’idea e creare un punto di vista.

Dhyana significa focalizzare l’attenzione, concentrarsi, focalizzarsi. Fu la figura di Buddha a rendere il dhyana veramente importante. Buddha affermò che ritirarsi in un eremo e mortificare il proprio corpo non avrebbe portato di per sé conoscenza, a meno che non ci si mediti e lavori su. L’atto di chiudere gli occhi è associato al concetto di dhyana, il suo opposto è darshan, aprire il gli occhi.

Entrambi sono importanti. Il darshan permette di vedere la verità degli altri, il dhyana ci permette di digerire questa verità nella nostra mente. Il primo è legato alla fase dell’acquisizione delle informazioni, il secondo della loro rielaborazione. Alcune persone si fissano su un’idea e non vogliono ascoltarne altre. Queste non sono in grado di fare né darshan né dhyana e diventano violente, convinte che la ragione sia solo dalla loro parte. Il dhyana da solo non permette di vedere altre verità, perché al nostro interno non possiamo trovare tutte le risposte; molte di queste si trovano all’esterno.

Un tempo un devoto di Krishna voleva fare darshan presso un tempio. Il sacerdote non lo riteneva, però, all’altezza, così lo cacciò in malo modo. Il devoto allora piantò una tenda davanti al tempio e cominciò a cantare e fare riti in onore di Krishna. Un altro sacerdote uscì e lo cacciò con violenza, facendogli sbaraccare la tenda. Durante la notte ci fu un violento terremoto; la mattina successiva si scoprì che aveva fatto crollare una parete del tempio, proprio dove si trovava la statua di Krishna, che ora era esposta e visibile a tutti.

Proviamo a a fare dhyana e a meditare su come ci esponiamo e ci mostriamo agli altri. Come trattiamo le persone intorno a noi e come interagiamo? E ancora, com’è il nostra darshan, il nostro sguardo sugli altri? Costruiamo muri intorno a noi per evitare di mostrarci? Mostriamo solo un aspetto della nostra personalità?

Il darshan ci dà gli elementi su cui riflettere; il dhyana il mezzo per trovare un significato.

Dhanura – il mito

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Il grande arciere Arjuna, una volta, si trovò di fronte a un terribile dilemma. La guerra era imminente e sapeva che, se avesse affrontato la battaglia, avrebbe dovuto combattere i propri familiari. Così chiese un consiglio al suo amico e guida Krishna. Il racconto del oro scambio è contenuto nella Bhagavad Gita.

Arjuna e Krishna osservano dal loro carro gli eserciti schierati. L’imminente guerra è l’ultima occasione per ottenere nuovamente un impero ingiustamente sottratto ad Arjuna e i suoi fratelli molti anni prima. Di fronte alla prospettiva di dover combattere e probabilmente uccidere i suoi parenti e insegnanti precedenti, Arjuna cede e lascia cadere il suo arco.

Decide quindi di sottoporre il suo dilemma a Krishna, suo mentore e cocchiere. Krishna dice ad Arjuna che deve compiere il proprio dovere (DHARMA) in qualità di guerriero, combattendo per una giusta causa contro il male.
Krishna parla quindi della scienza dell’anima, lo yoga. Dice ad Arjuna di non preoccuparsi dei morti conseguenti la guerra, perché nessuno in questo mondo può uccidere un’anima immortale. Il fuoco non può bruciarla, l’acqua non può annegarla. Quando il corpo deperisce, l’anima passa in un altro corpo proprio come quando noi ci cambiamo di abito. Krishna avverte Arjuna di accettare felicità e tristezza con distacco, perché vanno e vengono come la stagioni e sono solo impressioni dei sensi.
Il colloquio termina con Krishna che invita Arjuna ad affidarsi a lui, perché Krishna è la personificazione del divino.

Holi

 

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Oggi e domani gli induisti festeggiano Holi, la festa dell’inizio della primavera. Come già detto in qualche vecchio post, il calendario induista segue l’andamento della luna, per cui le feste non hanno una data fissa, come invece nel caso del nostro calendario dove l’unica festività che cambia data è Pasqua. Le festività induiste hanno un periodo entro il quale ricadono, che dipende dalla luna nuova o dalla luna piena, a seconda dei casi. Nel caso di Holi si tratta di stabilire la data nella quale ricade l’ultima luna nuova invernale, occasione nella quale si festeggia Maha Shivaratri, e la relativa luna piena, momento nel quale si festeggia, appunto, Holi (15 giorni dopo). I festeggiamenti coinvolgono falò, polveri colorate che vengono lanciate nell’aria, canti e balli e rappresentano spesso Krishna mentre flirta con le pastorelle.

Come sempre a seconda della regione che prendiamo in considerazione possiamo trovare diversi episodi e racconti legati a questa festività, ma la radice comune è la fertilità. Holi è il momento in cui lasciamo i rigori dell’inverno per entrare nel tepore primaverile, momento in cui tutto sboccia e l’energia che è stata creata, incamerata e preparata durante tutto l’inverno, ha la possibilità di esprimersi appieno nei boccioli dei fiori, nelle tenere foglie che cominciano a fare capolino dai rami secchi che sembravano ormai morti, nei germogli che produrranno i frutti.

Ho scelto una delle tante storie che ho trovato legate a Holi, da raccontare qui. Avendo un debole per Shiva quest’anno racconterò il suo ruolo in questa festa, lasciando per gli anni successivi altri racconti. Durante la vigilia di Holi vengono accesi falò in onore di Holika (da cui il nome della festa), una donna che, si dice, potesse rimanere nel fuoco senza esserne bruciata. Nel Sud dell’India questo falò è chiamato anche Kama Dahan. Kama è il dio del desiderio, quello fisco e carnale, che un giorno, dietro richiesta degli dei, cercò di colpire Shiva con una delle sue frecce, per risvegliarlo dalla sua infinita meditazione e farlo innamorare di Parvati. Per troppo tempo Vishnu, il dio della preservazione, aveva caratterizzato la vita sulla terra dove, proprio per questo, non accadeva più nulla, tutto minacciava di finire e spegnersi a causa della mancanza di tensione tra le forze della distruzione e della costruzione. Così gli dei decisero di chiedere a Shiva, dio della distruzione e del cambiamento, di intervenire, ma questi era incontattabile, completamente assorbito dalla meditazione. Chiesero allora a Kama di intervenire per farlo innamorare di Parvati e farlo tornare sulla terra come marito e padre, ma, quando Shiva si accorse, poco prima che la freccia venisse scoccata, che Kama stava per colpirlo, lo bruciò all’istante con il suo terzo occhio, riducendolo in cenere. La moglie di Kama, Rati, disperata per la perdita, supplicò Shiva di farlo tornare in vita, così il dio fece rinascere Kama sotto forma di Krishna e Rati sotto forma di Radha, sua sposa. Nel corpo di Krishna la lussuria rappresentata da Kama sarebbe stata temperata, anche grazie alla presenza di Radha, dal sentimento dell’amore, coinvolgendo non solo il corpo, ma anche il cuore.