Sankalpa Mudra

sankalpa

In sanscrito Sankalpa indica l’intenzione che mettiamo nel fare qualche cosa. E’ la direzione verso la quale vogliamo muoverci, ma anche l’energia che ci muove in quella determinata direzione.  In Sankalpa Mudra, ovvero il sigillo dell’intenzione, la mano sinistra è appoggiata sulla coscia destra, passando davanti alla linea centrale del corpo, il centro dell’energia del cuore, con il palmo rivolto verso l’alto, dunque in ricezione. La mano destra si appoggia sopra alla sinistra a palmo in giù, in radicamento.

Quando uniamo le nostre mani, palmo contro palmo, mettiamo in connessione i due emisferi del nostro cervello; l’attenzione cosciente e l’intenzione chiara e lucida si uniscono, generando un campo magnetico.

La mano sinistra simboleggia Kali, ossia chi siamo genuinamente;  passando davanti al cuore, dona coraggio alla nostra intenzione.

La mano destra  simboleggia Lakshmi, ossia l’abbondanza, l’amore e la generosità; posandosi sulla mano sinistra, si unisce al potere della verità autentica.

L’unione delle due mani che si chiudono e si uniscono, sigillando l’autenticità al potere dell’amore simboleggiano il potere di Saraswati, colei che fluisce, ossia l’energia creativa della mente e del cuore, la grazia e l’intuizione.

Questa mudra rappresenta la tripla fiamma di potere (Kali), amore (Lakshmi) e saggezza (Saraswati).

Shiva e il punto

shiva-shakti

 

Shiva è la divinità della fine e dell’inizio; è il punto verso cui tutto converge, ma anche il punto da cui tutto ha origine e inizio. Senza il punto non potrebbe esistere il cerchio, così come non avrebbe origine il quadrato. Il punto è la forma più elementare e semplice. Per questo rappresenta la nostra forma più semplice ed elementare, l’anima, il quid che ci permette di osservare, testimoniare ed esperire il mondo. La forma senza forma che ci anima. Così Shiva è l’asceta in meditazione sul monte Kailash, ma anche il padre di famiglia e Shakti si manifesta in Kali, ma anche in Gauri; la prima selvaggia, libera, vicina alla natura, l’altra gentile, protettiva e disciplinata.

Kali

4.343

Kali è forse la divinità femminile più conosciuta e temibile; completamente nuda, con i capelli sciolti e scarmigliati, in piedi o seduta su Shiva, con una falce in mano e una ghirlanda di teschi umani attorno al collo, la lingua fuori dalla bocca, grondante sangue.

Kali nasce dai ricci di Shiva, come suo fratello Virabhadra, col quale condivide anche l’indole iraconda e sanguinaria e partecipa alla distruzione dello yagna di Daksha. Un racconto tratto dai Purana ci spiega come mai Kali venga sempre rappresentata con la lingua di fuori.

Un asura chiamato Raktabeeja, un tempo, ottenne un favore da Brahma: se una goccia del suo sangue fosse caduta a terra si sarebbe trasformata in seme che avrebbe generato un duplicato dell’asura stesso. In questo modo nessun deva sarebbe stato in grado di sconfiggerlo. E così fu. Ogni tentativo di colpirlo con delle armi peggiorava la situazione. Così i deva, guidati da Indra, andarono da Brahma, che si dichiarò incapace di aiutarli e lì mandò da Vishnu. Anche Vishnu disse di non saper cosa fare per aiutarli e li mandò da Shiva, ma questi li spedì dalla Dea. La Dea accolse la richiesta dei deva e scese in battaglia scegliendo una duplice forma. La prima, Chandi, a cavallo di una tigre e armata fino ai denti; la seconda, Kali, con la bocca spalancata e la lingua di fuori. Chandi attaccò gli ormai numerosi Raktabeeja con le sue armi, mentre Kali beveva ogni singola goccia di sangue prima che cadesse a terra. Raktabeeja fu così sconfitto e la Dea ricavò una ghirlanda dai teschi dell’asura, indossandola come ornamento.