Parole e silenzio

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Gli Indu credono fermamente che ognuno possa creare il proprio tempio nella propria mente usando parole e versi come fossero mattoni, legno e pietra. Il mondo interiore esiste in parallelo a quello fisico; sono i due mondi abitati da tutte le creature viventi (chiamate jiva in sanscrito), secondo le scritture induiste. Le entità non-viventi (ajiva) esistono solo nel mondo fisico. Materia e mente sono viste come interdipendenti e il valore dato alla dimensione spirituale è la ragione per cui gli scritti sacri induisti sono pieni di simboli e metafore. La versione letterale è destinata a coloro che non sono in grado di comprendere quella psicologica e preferiscono vedere la parte fisica come la realtà. Questo attaccamento alla realtà è, per gli induisti, indice di insicurezza, poiché la mente insicura trova più semplice controllare la materia che è misurabile al contrario della mente.

La Hanuman Chalisa, un poema religioso dedicato al dio Hanuman, inizia definendo la mente come uno specchio che riflette il mondo reale. Noi siamo convinti di interagire con il mondo reale mentre, in realtà, ci raffrontiamo con il mondo riflesso dalla mente-specchio. Uno specchio sporco distorcerà la nostra visuale sul mondo, così abbiamo bisogno di pulirlo.

Ogni singola cosa è distinta da qualsiasi altra grazie al potere della parola che la nomina. La parola esercita un enorme potere su tutte le cose del mondo riportandole alla luce. Tuttavia il silenzio è in grado di rendere più sensibili all’altro, affinando le nostre capacità di sentire non solo i suoni reali e materiali, ma anche le vibrazioni più sottili e profonde delle anime, spesso inascoltate.

Pensiero e potenziale

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Un giorno Hanuman chiese a Sita come mai pensasse sempre così tanto e si facesse così tante domande su tutto. Sita, stupita della domanda, gli chiese se per lui fosse un male pensare tanto. Secondo Hanuman i vanara (popolo delle scimmie) sostengono che i pensieri siano l’involuzione dei nara, ossia degli esseri umani. Mentre per Sita la differenza tra vanara e nara è proprio il pensiero, che permette ai nara di scoprire Narayana, ossia il Vishnu dormiente che risiede in ogni uomo e che potremmo definire come il nostro potenziale che attende di sbocciare. Hanuman chiese allora a Sita cosa fosse per lei il potenziale umano. Sita, senza esitazione, rispose: la capacità di vedere il mondo da un altro punto di vista e trarne un senso.

Utkatasana e Hanuman

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Quando Hanuman arrivò a Lanka per salvare Sita, quest’ultima si rifiutò di andare via con lui. Sita sapeva che Ram l’avrebbe raggiunta e liberata di persona, grazie al lavoro fatto da Hanuman: “Lascia che sia mio marito a liberarmi. Il suo onore è in gioco”.

Hanuman decise così di farsi catturare dai rakshasa, i soldati di Ravana e cominciò a creare scompiglio nel bosco di Ashoka dove era stata confinata Sita dopo il rapimento. La confusione attirò il figlio di Ravana, Akshaya, che giunse con un grosso arco. Tutti i rakshasa indietreggiarono al suo ingresso, con aria di deferenza. Akashaya scagliò una freccia contro Hanuman, ma questi la prese al volo con una mano e gliela rimandò indietro colpendolo al cuore. La guerra era dichiarata. Ravana, infuriato, ordinò di portargli la scimmia a palazzo. Hanuman non oppose resistenza, era arrivato il momento di arrendersi.

Una volta a palazzo Hanuman si liberò dal giogo e si sedette davanti a Ravana, fissandolo negli occhi. Nessuno osava guardare Ravana in quel modo.

“Non conoscete le regole dell’ospitalità?! Portatemi una sedia! Presto!”. I rakshasa non sapevano cosa fare, non avevano mai visto una scimmia parlare e soprattutto non avevano mai visto nessuno parlare in quel modo a Ravana.

“Molto bene, ci penserò io, allora”. Hanuman stese la sua coda e la ripiegò in tante spire per creare una torre sulla quale si sedette. La torre era così alta che Ravana dovette allungare il collo per poterlo guardare in faccia.

“Chi sei tu? Non sei una scimmia comune; parli in sanscrito, ma non sembri un brahmino” Disse Ravana

“Parlare sanscrito non rende nessuno un brahmino. Espandere la propria mente sì”

Hanuman -il mito

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Anjana era una donna bellissima che desiderava tanto avere un figlio. Per questo pregava ogni giorno. Vayu, il dio del vento, che la ammirava profondamente e la osservava tutti i giorni, decise di aiutarla. Benedisse alcuni grani di riso e li affidò a uno stormo di piccioni che li consegnarono ad Anjana mentre era in preghiera. Andana prese il riso, lo mangiò e rimase incinta. Quando suo figlio Anjaneya nacque fu da subito evidente che si trattava di un bambino speciale; era metà umano e metà divino. Il suo stato di semidio, tuttavia, lo mise spesso nei guai. Una mattina, appena sveglio, guardando il cielo vide quello che gli sembrò un gigantesco mango, il suo frutto preferito. Ingolosito, senza pensarci due volte, si lanciò in volo per afferrarlo, senza rendersi conto che in realtà si trattava di Surya, il sole. Quando questi lo vide avvicinarsi così pericolosamente gli scagliò contro un lampo che lo colpì alla mandibola, uccidendolo all’istante. Vayu lo venne a sapere e andò su tutte le furie; la rabbia gli fece perdere il controllo e inspirò così profondamente che lasciò il mondo senza aria, mettendo in pericolo tutti gli essere viventi. Gli dei si riunirono per cercare di placare  l’ira di Vayu e Surya, ma il primo si rifiutava di espellere l’aria che aveva risucchiato, mentre il secondo riteneva Anjaneya troppo pericoloso per riportarlo in vita. Alla fine fu trovato un accordo: Anjaneya sarebbe rinato come Hanuman, privo della memoria della sua origine divina e sarebbe stato affidato a Sugriva, il re delle scimmie. Un giorno, mentre vagava nella foresta, Hanuman incontrò re Ram, col quale entrò subito in sintonia e profonda empatia. Ram era sposato con Sita, una donna bellissima, gli raccontò Ram, che era stata rapita dal demone Ravana e portata chissà dove. Hanuman si offrì di aiutarlo a trovarla. Ram gli affidò il proprio anello come segno di riconoscimento e questi partì subito per la costa, senza neanche sapere bene dove andare e cosa fare. Giunto sulla costa Hanuman si inginocchiò in preghiera e attese di capire cosa fare. Quando si sentì pronto si alzò e con un balzo si allungò sull’oceano, una gamba stesa avanti, verso l’isola di Lanka, l’altra col piede ancora appoggiato alla terraferma. Nonostante i numerosi ostacoli Hanuman riuscì ad atterrare e trovò Sita nel giardino intorno al palazzo di Ravana. Nel giardino c’era un piccolo boschetto di Ashoka, alberi curativi, simbolo dell’amore eterno e della liberazione dalla sofferenza. Sita viveva qui, essendosi rifiutata di entrare a palazzo, sottoposta ad ogni tipo di angheria psicologica ed emotiva. Stava seduta, paziente, la schiena appoggiata all’albero. Respirava e aspettava, ripetendo come un mantra “Ram trovami”. Un giorno vide comparire una scimmia che gli mostrò l’anello di Ram e capì di essere salva.