Amrita Manthan – l’inizio

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Indra vive in paradiso e possiede tutto: Kalpataru (l’albero che esaudisce ogni desiderio), Kamadhenu (la mucca che esaudisce ogni desiderio) e Chintamani (il gioiello che esaudisce ogni desiderio). E’ un re così egocentrico che un giorno, quando il Rishi Durvasa va da lui, Indra non gli presta nessuna attenzione. Il rishi porta in dono una bellissima collana per i deva. Indra la prende e la getta a terra e il suo elefante, Airavata, calpestandola la distrugge. Sconcertato dall’insolenza di Indra, il rishi lo maledice: perderà ogni ricchezza. Lakshmi, la dea della ricchezza e della prosperità, si è dissolta nello Kshir Sagar, il mare di latte che circonda tutte le terre.

Disperato Indra va da suo padre Brahma, che lo porta da Vishnu. Questi gli dice che ogni cosa si è dissolta nello Kshir (latte) Sagar, per cui sarà necessario lavorare per far tornare tutto al proprio posto. Prima di tutto Indra dovrà cominciare a mescolare (manthan) mettendo d’accordo deva e asura: quando i deva tirano, gli asura aspettano, quando gli asura tirano i deva aspettano, collaborando alla riuscita dell’operazione. Amrita manthan è  la prima occasione nella quale gli asura e i deva collaborano per uno scopo comune.

Durante l’operazione, dal mare di latte, escono:

  • l’elefante bianco Airavata, il cavallo Ucchaishrava e l’arco Saranga, simboli del Dharma (ordine e leggi)
  • la mucca Kamadhenu, l’abero Kalpataru e il gioiello Chintamani, simboli dell’Artha (ecomnomia)
  • Chandra, il dio della luna, le bellissime apsara o ninfe e i gandharva o musicisti, simboli del Kama (piacere)

Tutti questi doni vengono distribuiti tra i deva e gli asura. Anche Lakshmi emerge dallo Kshir Sagar, combinando Dharma, Artha e Kama. Manca solo la comparsa di Amrita, il nettare dell’immortalità, a questo punto, ma, a sorpresa, è un veleno potentissimo a emergere e a mettere in pericolo tutti. La comparsa del veleno è simbolica di ciò che accade quando cominciamo o ricominciamo a praticare; i primi risultati sono le tossine e i veleni che cominciamo a eliminare: la prima acqua che viene fuori dai tubi non è proprio limpida e cristallina.

Kali

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Kali è forse la divinità femminile più conosciuta e temibile; completamente nuda, con i capelli sciolti e scarmigliati, in piedi o seduta su Shiva, con una falce in mano e una ghirlanda di teschi umani attorno al collo, la lingua fuori dalla bocca, grondante sangue.

Kali nasce dai ricci di Shiva, come suo fratello Virabhadra, col quale condivide anche l’indole iraconda e sanguinaria e partecipa alla distruzione dello yagna di Daksha. Un racconto tratto dai Purana ci spiega come mai Kali venga sempre rappresentata con la lingua di fuori.

Un asura chiamato Raktabeeja, un tempo, ottenne un favore da Brahma: se una goccia del suo sangue fosse caduta a terra si sarebbe trasformata in seme che avrebbe generato un duplicato dell’asura stesso. In questo modo nessun deva sarebbe stato in grado di sconfiggerlo. E così fu. Ogni tentativo di colpirlo con delle armi peggiorava la situazione. Così i deva, guidati da Indra, andarono da Brahma, che si dichiarò incapace di aiutarli e lì mandò da Vishnu. Anche Vishnu disse di non saper cosa fare per aiutarli e li mandò da Shiva, ma questi li spedì dalla Dea. La Dea accolse la richiesta dei deva e scese in battaglia scegliendo una duplice forma. La prima, Chandi, a cavallo di una tigre e armata fino ai denti; la seconda, Kali, con la bocca spalancata e la lingua di fuori. Chandi attaccò gli ormai numerosi Raktabeeja con le sue armi, mentre Kali beveva ogni singola goccia di sangue prima che cadesse a terra. Raktabeeja fu così sconfitto e la Dea ricavò una ghirlanda dai teschi dell’asura, indossandola come ornamento.