Chandra Darshan

sfgdsfdf-647x450

 

Oggi cade il Chandra Darshan di maggio. Ogni mese, il giorno dopo Amavasya, ossia il giorno senza luna, gli Induisti contemplano Chandra, la luna appunto. Questo mese il rito è particolarmente propizio in quanto cade proprio di lunedì, il giorno dedicato proprio a Chandra, la luna.

Chandra fa parte dei Navagraha, i 9 (nava) pianeti (graha) che influenzano maggiormente la Terra e la vita su di essa con le proprie energie. La luna, che per gli induisti è una divinità maschile, è associata alla saggezza, alla purezza e alle buone intenzioni. In natura si occupa di nutrire le piante e gli animali. E’ sposato alle 27 Nakshatra, figlie del Prajapati Daksha ed è il padre del pianeta Budha, Mercurio. Puoi trovare le storie di Chandra qui, qui e qui.

Cosa fare per Chandra Darshan? Innanzitutto è previsto un giorni di digiuno fino al tramonto, momento più propizio per contemplare la luna, non appena spunta. Darshan in sanscrito indica l’atto di osservare e contemplare, significa “vedere, guardare, osservare, contemplare”. Il Darshan permette di vedere la verità degli altri ed è legato alla fase dell’acquisizione delle informazioni. Esso si completa con il Dhyana che ci permette di digerire questa verità nella nostra mente e a rielaborarle. Entrambi sono necessari. Il Darshan si ferma all’involucro mentre il Dhyana ci permette di andare in profondità a partire dall’esterno, per arrivare sempre più in profondità.

Dhyana e Darshan

meditazione-terzo-occhio

 

La parola darshan in sanscrito significa “vedere, guardare, osservare, contemplare”. Gli Induisti “fanno darshan” quando vanno al tempio e contemplare la divinità. Ma attraverso l’osservazione e la contemplazione siamo in grado di farci poi un’idea e creare un punto di vista.

Dhyana significa focalizzare l’attenzione, concentrarsi, focalizzarsi. Fu la figura di Buddha a rendere il dhyana veramente importante. Buddha affermò che ritirarsi in un eremo e mortificare il proprio corpo non avrebbe portato di per sé conoscenza, a meno che non ci si mediti e lavori su. L’atto di chiudere gli occhi è associato al concetto di dhyana, il suo opposto è darshan, aprire il gli occhi.

Entrambi sono importanti. Il darshan permette di vedere la verità degli altri, il dhyana ci permette di digerire questa verità nella nostra mente. Il primo è legato alla fase dell’acquisizione delle informazioni, il secondo della loro rielaborazione. Alcune persone si fissano su un’idea e non vogliono ascoltarne altre. Queste non sono in grado di fare né darshan né dhyana e diventano violente, convinte che la ragione sia solo dalla loro parte. Il dhyana da solo non permette di vedere altre verità, perché al nostro interno non possiamo trovare tutte le risposte; molte di queste si trovano all’esterno.

Un tempo un devoto di Krishna voleva fare darshan presso un tempio. Il sacerdote non lo riteneva, però, all’altezza, così lo cacciò in malo modo. Il devoto allora piantò una tenda davanti al tempio e cominciò a cantare e fare riti in onore di Krishna. Un altro sacerdote uscì e lo cacciò con violenza, facendogli sbaraccare la tenda. Durante la notte ci fu un violento terremoto; la mattina successiva si scoprì che aveva fatto crollare una parete del tempio, proprio dove si trovava la statua di Krishna, che ora era esposta e visibile a tutti.

Proviamo a a fare dhyana e a meditare su come ci esponiamo e ci mostriamo agli altri. Come trattiamo le persone intorno a noi e come interagiamo? E ancora, com’è il nostra darshan, il nostro sguardo sugli altri? Costruiamo muri intorno a noi per evitare di mostrarci? Mostriamo solo un aspetto della nostra personalità?

Il darshan ci dà gli elementi su cui riflettere; il dhyana il mezzo per trovare un significato.