Myth

Skanda, il dio della guerra

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L’asura Taraka minacciava il mondo e gli dei non era nella posizione di poterlo difendere. L’asura, infatti aveva ricevuto un favore, secondo il quale sarebbe stato ucciso solo e unicamente da un bambino di 6 giorni, condizione impossibile che gli assicurava invincibilità. Gli dei decisero che l’unica divinità in grado di dare vita a un tale bambino fosse Śiva, grazie alla sua pratica austera. Così chiesero a Śakti di convincerlo a fare un figlio. La cosa non fu facile, poiché Śiva era così intento nella sua meditazione che non era interessato. Intervenne allora Kama, il dio dell’amore. Le cose non andarono proprio come avrebbero dovuto, e il seme del dio cadde a terra. Agni, il dio del fuoco, intervenne, allora, ma il seme era così caldo che nessuno, neanche il dio del fuoco, poteva tenerlo, così Agni lo passò a Vayu, il dio del vento, ma anche lui non riuscì a raffreddarlo. Così fu gettato in un fiume, che iniziò a bollire, incendiando le rive. Quando il fuoco fu estinto rivelò 6 bambini, sotto forma di fiori di loto. Essi furono nutriti e curati dalle 6 stelle delle divinità delle Pleiadi, conosciute anche come Krittika.

Śakti abbracciò i 6 bambini così forte da unirli in un unico bambino, chiamato Skanda. Skanda è una divinità con una lancia e cavalca un pavone. Il dio affrontò Taraka e, naturalmente, lo sconfisse salvando il mondo. E’ legato a Mangala, Marte, il pianeta legato alla guerra.

Satyavati e Vyasa

 

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Una pescatrice di nome Satyavati, una volta, diede un passaggio in barca a un saggio di nome Parasara, attraverso il fiume Yamuna, fiume sacro per gli Hindū. Il saggio, durante il viaggio, si innamorò della donna e i due ebbero un figlio.A causa dei poteri acquisiti tramite le sue pratiche, il saggio aveva dei poteri che potremmo definire “magici”. Il bambino fu così concepito e partorito durante la traversata, prima che la barca potesse raggiungere l’altra sponda del fiume. Una volta nato il bambino crebbe all’istante, diventando ragazzo, e fu portato a vivere su un’isola che si trovava proprio al centro del fiume.

Questo bambino fu poi conosciuto negli anni a venire col nome di Vyasa, il grande compilatore dei Veda.

Patanjali

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Viṣṇu era sdraiato su Ādi Śeṣa, mentre guardava Śiva ballare. La danza era così bella che Viṣṇu era completamente assorbito. Il suo corpo cominciò a ondeggiare languidamente a ritmo. Non appena si rilassò e lasciò che i movimenti fagocitassero il suo corpo, cominciò a diventare sempre più pesante. Ādi Śeṣa trovò sempre più difficile sostenere il suo peso e fu sul punto di collassare. Proprio in quel momento, la danza di Śiva cessò e il corpo di Viṣṇu tornò a essere leggero.

Incuriosito, Ādi Śeṣa chiese il perché a Viṣṇu. “la grazia, la bellezza, la maestà e la grandezza della danza di Śiva sono così ipnotiche che chi la guarda ne rimane rapito. I corpi iniziano a rilassarsi e a ondeggiare automaticamente”.

Impressionato, Ādi Śeṣa decise di provare a danzare come Śiva e chiese a Viṣṇu come fare. Dopo lunga meditazione il dio trovò la soluzione: “Ādi Śeṣa sei destinato a scrivere un commentario sulla grammatica e Śiva stesso ti chiederà di farlo. Allora potrai dedicarti alla perfezione dell’arte della danza”. A queste parole Ādi Śeṣa cominciò a meditare su come fare a manifestarsi sulla terra. Gli apparve una yogini, Gonika, mentre pregava per avere un figlio meritevole al quale passare le sue conoscenze e la sua saggezza. Ādi Śeṣa realizzò che quella sarebbe stata la madre perfetta per lui. Gonika si riempì le mani d’acqua, mentre pregava, e chiuyse gli occhi per meditare su Surya il dio sole. Quando era sul punto di offrire l’acqua, aprì gli occhi e vide un piccolo serpente che, piano piano, si stava trasformando in umano. Il piccolo umano si prostrò davanti a Gonika e le chiese di accettarlo come figlio. Lo chiamò Patanjali (pata in sanscrito significa caduto, anjali, oblazione o mani unite in preghiera)

Om e Aum

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Nella tradizione dello Yoga OM ॐ è il mantra più sacro e rappresentativo. E’ il suono primordiale che ha dato origine alla creazione e racchiude in sé i tre aspetti divini: la creazione (Brahma), la conservazione (Vishnu) e la trasformazione (Shiva).
OM deriva dal mantra induista AUM (in sanscrito la lettera O è formata dai suoni A+U): che rappresenta la sintesi e l’essenza di ogni mantra e, proprio per questo, AUM viene recitato in apertura di altri mantra. Nella Māṇḍūkya Upaniṣad si parla di questa sillaba e vengono dati i significati più profondi:

 A è la vita della coscienza che si muove verso l’esterno nello stato di veglia, comune a tutti gli uomini. E’ la nostra coscienza mentre siamo svegli e interagiamo col mondo che ci circonda.

U è la vita della coscienza che si muove all’interno nello stato di sogno . Colui che conosce questo ottiene equilibrio.           

M è la vita della coscienza silenziosa nello stato di sonno,  dove la persona non ha né desideri né sogni, né tantomeno coscienza. Questa è la condizione di unità.
OM come suono unico è lo stato della coscienza suprema e la sua vibrazione permette di trascendere i tre stati ordinari precedenti e di sperimentare essere, coscienza e beatitudine.

Durante il periodo Vedico, più antico rispetto a quello delle Upaniṣad, il mantra OM aveva, tuttavia, un valore differente. Il sacerdote, che doveva controllare la correttezza dell’esecuzione del rito vedico, ripeteva incessantemente il mantra OM per dare il proprio consenso. L’OM del periodo vedico aveva il valore che oggi ha il nostro ok.

 

Marichi, un saggio col caratteraccio

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Marichi era uno dei saptarishi, o 7 saggi, del pantheon Hindū. Tra i suoi poteri c’era quello di poter lanciare maledizioni e, a causa del suo caratteraccio, spesso le sue maledizioni erano ingiuste.

Un giorno Marichi tornò a casa molto stanco e chiese alla moglie Dharmvrata di massaggiargli i piedi. Non appena la donna iniziò Brahma entrò in casa. Poiché si trattava di un ospite (e che ospite) ed era il padre di Marichi, Dharmvrata interruppe il massaggio per accoglierlo in casa. Maichi andò su tutte le furie, sentendosi ignorato dalla moglie.

“Dharmvrata!” tuonò Marichi “Mi hai offeso non solo come marito, ma anche come saptarishi. Ti maledico! Dal momento che hai mostrato un’indifferenza solo pari alla pietra per i miei bisogni, ti condanno a diventare un sasso per sempre, immobile e silenzioso!”

Dharmvrata era stupita e addolorata nello stesso tempo. Così decise di pregare Vishnu affinché intervenisse per cancellare la maledizione. Tuttavia, gli dei hindū non hanno il potere di cancellare le maledizioni di altre divinità o di altri saggi, ma solo di mutarle in maledizioni più leggere. “Dharmvrata, rimarrai una pietra, ma sarai venerata come pietra sacra e tutti gli dei ti desidereranno perché di buon auspicio”.

E così, ancora oggi, Dharmvrata rimane una pietra sacra, maledetta dal marito e desiderata da tutti gli dei.

Ultima notte di Navaratri

  

Oggi entriamo nell’ultimo giorno di Navaratri, dedicato a Sarasvati. Sarasvati è la dea della conoscenza e delle arti (letteratura, musica, pittura, poesia) ma anche della verità, del perdono e delle nascite.
Solo attraverso la conoscenza, infatti, è possibile giungere alla liberazione dal Samsara, il ciclo della morte e delle rinascite, e arrivare all’illuminazione. Nei Rig Veda Sarasvati è un possente fiume le cui acque sono ritenute creatrici, purificanti e nutrienti, proprio come la conoscenza.

Di solito è rappresentata vestita di bianco, colore della purezza della vera conoscenza, seduta su un loto (simbolo di umiltà ma anche di regalità nel senso più alto del termine) o su un’oca selvatica ( simbolo di discernimento tra bene e male e tra etrno ed effimero).

Ha 4 braccia, che rappresentano i 4 aspetti coinvolti nell’apprendimento:

1. La mente

2. L’intelletto

3. La coscienza

4. L’ego

Le mani reggono:

1. I Veda, ossia la conoscenza universale ed eterna

2. Una mala di perle bianche che reppresenta il potere della meditazione e della spiritualità

3. Un’ampolla piena di acqua purificatrice e creatrice

4. Una vina ( lo strumento musicale dal quale discende il sitar) che rappresenta le arti

Nel nono giorno di Navaratri tutti i libri e gli strumenti vengono deposti presso le statue di Sarasvati in modo da essere venerati.

Navaratri

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Ieri, 29 settembre, ha avuto inizio per gli induisti, Navaratri, un festa nella quale si festeggia per 9 notti la Dea e il suo potere. In molte parti dell’India, in questi giorni, le donne vengono celebrate e invitate a sedersi per essere adorate come la Devi; viene loro offerto cibo e ricevono in dono vestiti. A seconda della zona dell’India cambiano le celebrazioni, ma in quella più diffusa si festeggia per i primi tre giorni Durgā, espressione divina di forza, energia potente capace di distruggere i demoni dell’egoismo e dell’adharma, ossia l’incapacità di agire secondo empatia nei confronti degli altri.

Durante i tre giorni successivi si festeggia Lakṣmī, dea della prosperità che porta la luce necessaria ad allontanare l’ignoranza, mentre gli utlimi tre giorni sono dedicati a Sarasvatī, espressione della conoscenza, del linguaggio e delle arti.

A Navaratri è legata anche l’idea di nuovo inizio, non a caso viene festeggiata all’inizio dell’autunno e all’inizio della primavera. E’ un momento nel quale ci si purifica dalle proprie colpe e si ricomincia con nuova energia. L’ultimo giorno viene chiamato anche giorno della vittoria e fa riferimento al mito di Durga nel quale si narra dell’asura Mahiṣā che, sottoponendosi a un duro periodo di ascesi, fu premiato da Śiva, ricevendo il potere di non essere sconfitto da nessuna divinità. L’asura, forte del proprio dono, cominciò a comportarsi in modo tracotante, sottoponendo tutti ad angherie e spargendo terrore nei tre mondi. Gli dei decisero così di intervenire, ma il dono di Śiva li rendeva impotenti: ogni volta che provavano ad uccidere Mahiṣā, questi rinasceva cambiando forma. Così gli dei decisero di rivolgersi a Śakti, la dea per chiedere aiuto. Le tre dee supreme, Lakṣmī, Sarasvatī e Pārvatī, unirono la propria energia creando una dea dall’aspetto temibile: Durgā. Le divinità maschili le donarono i loro poteri e le loro armi, per renderla invincibile:

Śiva le donò il Triśūla, o tridente, che rappresenta i tre guna, o qualità, dei quali è fatto il mondo.

Viṣṇu le donò il Sudarśana cakra, o disco, che rappresenta il centro della creazione.

Brahma le donò il loto, che rappresenta la purezza della saggezza e la liberazione attraverso la conoscenza.

Indra le donò il Vajra o fulmine, che rappresenta la fermezza di carattere e la determinazione.

Agni le donò una lancia, che rappresenta il potere puro.

Varuṇa le donò la conchiglia, che rappresenta il suono primordiale AUM.

Mossa da compassione per l’universo Durgā combatté per nove notti Mahiṣā. AL decimo giorno la dea trafisse l’asura con il Triśūla.

(Markandeya Purana)

 

 

Matsyendranath e lo Yoga

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Un tempo, una coppia che stava per avere un figlio scoprì che questi sarebbe nato in un periodo sfavorevole. Il bambino avrebbe portato sfortuna non solo a loro, ma anche a tutto il clan, per cui, per non rischiare, decisero di abbandonarlo gettandolo nel fiume. Il bambino fu inghiottito, intero,  da un grosso pesce e crebbe lì dentro.

Un giorno, Śiva e Pārvatī si trovavano accanto alle rive di un fiume. Śiva, dopo un lungo periodo di ritiro sul monte Kaliaśa, era tornato per insegnare alla moglie i segreti della pratica dello Yoga. In quel momento il pesce gigante si trovava a nuotare proprio in quella parte di fiume: attirato dalle voci si fermò ad ascoltare. Pārvatī se ne accorse e lo indicò a Śiva, che gli si rivolse per sapere chi fosse. Dal ventre del pesce uscì una voce: “Oh Śiva, la conoscenza che stai impartendo a Pārvatī mi affascina. Sono completamente rapito e incapace di allontanarmi dalle tue parole”.

Incapace di contenere il proprio stupore, Śiva chiese al proprietario della voce di rivelarsi e mostrarsi e Matsyendranath raccontò tutta la sua storia, fin da principio. “So che i miei genitori mi hanno considerato sfortunato, ma io credo di poter fare del bene”. Toccato dalle sue parole, Śiva lo scelse per diffondere tra gli uomini quello che aveva imparato ascoltandolo dal ventre del pesce e trasformò il pesce in uomo, dandogli il nome di Matsyendranath, che significa Signore dei pesci.

Janaka e l’aratro

  
Re Janaka era un governante compassionevole e retto. Aveva profondamente a cuore il suo regno ed era amato e riverito da tutti i suoi sudditi. Tuttavia, una grande tristezza affliggeva il re e sua moglie. Erano senza figli e ne desideravano disperatamente uno. Per molti anni avevano cercato di rendere propizi gli dei, ma in vano. 

Vedendo regina e re così tristi, anche i sudditi soffrivano profondamente. La preoccupazione del re interferì anche sull’amministrazione del regno. Presto, i campi cominciarono a seccare e il regno, un po’ alla volta, cominciò a decadere. Quando giunse anche un’alluvione, Janaka capì di dover intervenire, per evitare che il suo regno scomparisse per sempre. Sentendosi colpevole delle condizioni nelle quali il regno versava, si buttò anima e corpo nell’impegno di controllare i danni e porre rimedio. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, le cose non sembravano migliorare, così Janaka decise di ripartire da zero, occupandosi di persona delle terre. Il re prese un aratro e decise di arare la terra, ormai arida, fino a quando gli dei non fossero stati soddisfatti, mandando l’acqua necessaria a farla rinascere. Il re era ignaro della sorpresa che lo attendeva, mentre lavorava sotto il sole cocente. Impegnato com’era dal lavoro e dai pensieri, Janaka quasi non si accorse del pianto di un neonato, proveniente dalla terra che stava arando. Il pianto divenne sempre più forte, fino a quando Janaka non lo sentì. Il re cominciò a cercare e trovò una bellissima bambina nascosta in uno dei solchi da lui arati. Il suo cuore esplose di gioia, mentre osservava i piedini e le manine della piccola. Prese allora la neonata tra le sue braccia e cercò di calmarla, confortandola e asciugando le sue lacrime. Decise di portarla a palazzo alla moglie. La bambina rimase con loro e fu chiamata Sita.

Hampi giorno 11

  
È arrivato il momento di partire. La mattina abbiamo la cerimonia di chiusura e la consegna dei diplomi per i partecipanti. Alla vigliacca Patil ci chiede di dire qualcosa sui giorni passati insieme. Ognuno dice la propria. Li guardo mentre parlano sorridenti. Un gruppo assortito, un misto particolare, di età, gusti, provenienze. Eppure, ognuno, con la propria diversità e le proprie peculiarità, si è amalgamato nel grande tutto che era il nostro gruppo. Ci siamo aiutati nelle difficoltà, abbiamo riso, ci siamo emozionati. L’India mette a nudo, ti mette in difficoltà, ti ribalta il corpo, il cuore, la mente. E loro ora sono lì, che parlano sereni e sorridenti di questi 10 giorni passati insieme, che potrebbero essere 30, 1 mese, 1 anno, tanto il tempo qui in India si dilata, perde di valore e si trasforma in esperienze, sguardi, emozioni, parole non dette per mancanza di parole, momenti sospesi all’alba, su un sasso, in silenzio, in mezzo al nulla, lo sguardo all’orizzonte. Ogni volta che vengo in India mi chiedo cosa sia la felicità. Qui in occidente è più facile per me descrivere e definire le emozioni. È tutto più netto, delineato, a fuoco. Quando vado di là, in India, ma mi è capitato anche in Vietnam, la mia certezza su cosa sia la felicità vacilla. In occidente potrei dire che la felicità è stare bene. In oriente il concetto stesso di stare bene si trasforma. Tutte le volte che ci vado cerco di osservarmi all’arrivo e alla partenza. Osservo il fastidio che mi danno certe cose all’inizio e il fatto che le stese cose alla fone siano diventate normalità del quotidiano. La doccia è un momento-soglia in questo senso. In India, negli alberghi per il turismo indiano, non internazionale, la doccia e composta da un rubinetto, un secchio grande e uno piu piccolo. Fai scendere l’acqua, che raccogli nel secchio grande per non sprecarla, e ti lavi gettandoti addosso l’acqua (spesso fredda) col secchio più piccolo. All’inizio e scomodo, è sicuramente più comodo il getto d’acqua che ti cade addosso a casa, ma dopo qualche giorno, dopo che il momento-soglia e passato, ecco che il piccolo secchiello diventa casa, quando torni in camera dopo una giornata in giro tra polvere e sudore. Sono sempre io, ePpure sono un’altra io, che ritrovo tutte le volte che vengo qui, da questa parte del mondo. E cosi anche il viaggio in mini-bus di 8 ore da Hampi a Bangalore diventa una benedizione. Tutti insieme. Chi dorme, chi chiacchiera, chi ascoltala musica, chi riguarda le foto di questi giorni. Grazie India, grazie anche a questo gruppo. Bello, tanto bello, che si è accettato cosi com’era, così com’è ora e che mi ha fatto commuovere quando ho dovuto parlare io davanti a tutti. Ecco, questo volevo dire quando mi sono fermata e non sono più riuscita ad andare avanti. Namaste, uno dei Namaste più sentiti di sempre, perché la luce, in ognuno di voi, l’ho vista davvero.