I gemelli Ashwini

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I raggi di Surya, dio Sole, erano così forti e caldi che Saranaya, la moglie, decise di scappare. Surya apprese da Viswakarma, il padre di Saranaya, che la moglie stava vagando sotto forma di cavalla in giro per il mondo. Surya allora prese la forma di un cavallo, scese sulla terra e la trovò. Sotto questa forma concepirono due figli, i gemelli Ashwini. Questi sono spesso descritti con la testa di cavallo.

In passato i re liberavano il proprio cavallo reale, facendolo seguire dall’esercito ovunque esso andasse. Tutte le terre che il cavallo attraversava senza problemi passavano al re. Se il cavallo veniva bloccato da qualcuno, questi si trovava ad affrontare l’esercito reale. Questa pratica veniva chiamata Ashwameda Yagna.

Nava, la barca e Ram

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Quando Ram e Sita furono esiliati dal loro regno, il popolo, rifiutandosi di accettare la loro partenza, li seguì abbandonando la città di Ayodhya. In un primo momento si trovarono a girare senza una meta. La prima sera, giunti al Gange, si accamparono per passare la notte. Piano la notte scese, le persone cominciarono a sbadigliare. Non appena le loro teste si appoggiarono a terra si addormentarono. Ram decise di approfittare della situazione per allontanarsi col favore del buio, promettendo, tra sé e sé, al proprio popolo di rivedersi 14 anni dopo.

In riva al fiume scorsero la barca di Guha, che riconobbe subito Ram.
Ram e Sita gli chiesero di essere trasportati al di là del fiume.
“Ram, ho sentito dire che hai trasformato una pietra in donne, semplicemente passandoci sopra. Se sali sulla mia barca e la trasformi in altro, che cosa farò?!” Guha accettò comunque di trasportarli, a condizione che Ram permettesse di lavargli i piedi e chinarvisi davanti. Questo era stato il suo desiderio fin dal primo momento. La braca attraversò il fiume e, giunti dall’altra parte, Sita offrì il proprio anello come pagamento, ma il barcaiolo rifiutò energicamente.
“Ram, tu e io siamo fratelli nella stessa professione. Io porto le persone attraverso il fiume, tu le porti attraverso l’oceano del samsara. Il tuo nome, da solo, assicura un passaggio certo!”
Ram si girò verso l’altra sponda del Gange e si chinò di fronte al proprio popolo per onorarne la saggezza, in risposta il suo popolo si chinò per onorare la sua nobiltà.

Lakshmi, Kubera e Ganesha

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Durante l’ultimo periodo vedico la ricchezza è vista molto negativamente, portatrice di sofferenza: invidia dei vicini, perdita degli amici, litigi in famiglia. Questa trasformazione si riflette nella figura di Indra; nella prima parte dei Veda Indra è un eroico re guerriero, mentre nei Purana è una figura insicura e quasi indifesa, sempre alla ricerca dell’aiuto di Brahma Vishnu e Shiva.

Ci corre in aiuto il Vedanta, la filosofia ricavata dai Veda, comunicata all’uomo comune attraverso le storie dei Purana, dove si esplora anche la relazione tra mente e possesso. Proprio nei Purana compare la sorella maggiore di Lakshmi, che si accompagna sempre a lei e che si chiama A-Lakshmi. Le due sorelle sono sempre in lotta, per questo si dice che la ricchezza porti litigio e sfortuna, ma se Lakshmi si accompagna a Vishnu o Shiva, allora la ricchezza non porta dolore. Perché?

Shiva è un eremita e non si cura della ricchezza, ma quando si sposa con Parvati si rende conto, grazie alla sua presenza, che chi lo circonda(fedeli e devoti) non è un eremita come lui; le persone hanno fame e desideri che vanno soddisfatti. Hanno bisogno di cibo e Shiva soddisfa le loro esigenze attraverso i propri figli: Skanda, che provvede alla sicurezza, e Ganesha, che provvede alla prosperità.

In particolare, la forma di Ganesha evoca Lakshmi e Kubera. La sua testa è quella di un elefante bianco, come quelle che compaiono nelle raffigurazioni di Lakshmi, mentre le spruzzano addosso l’acqua. Il suo corpo massiccio ricorda quello di Kubera. Insieme Lakshmi, Kubera e Ganesha evocano abbondanza.

Una volta Kubera, il dio della ricchezza, cercò di portare dalla propria parte Ganesha in modo da riceverne la protezione. Per questo lo invitò a palazzo e gli offrì da mangiare tutto quello che voleva. Ganesha continuava a mangiare, Kubera continuava a fargli portare del cibo. Più Ganesha mangiava, più aveva fame. Quando fu evidente che non ci sarebbe stata fine alle richieste di Ganesha, questi disse: “Ora capisci perché ho scelto di stare con Shiva e non con te? Tu cerchi di soddisfare la mia fame, ma Shiva mi aiuta a superarla. Più cibo mi porti, più alimenti la mia fame; così la mia fame rimane insaziabile. L’unica soluzione allora è crescere oltre la mia fame, per questo ho bisogno di Shiva”

Liberamente tratto da 7 secrets of the Goddess – D. Pattanaik

Saraswati, la musica e la pratica

 

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Saraswati è anche la dea protettrice delle arti e della musica, oltre che della parola. In sanscrito le note si chiamano Swara, ossia ciò che risplende da sé. Ogni Swara deriva da un suono animale:

  1. SA nasce dal suono che emette il pavone quando nel cielo si assembrano le nuvole cariche di pioggia
  2. RE nasce dal suono che emette la mucca quando chiama il vitellino
  3. GA nasce dal suono che emette la capra nel suo gregge
  4. MA nasce dal suono che emette l’airone quando urla
  5. PA nasce dal suono che emette l’usignolo indiano in primavera
  6. DHA nasce dal suono che emette il cavallo
  7. NI nasce dal suono che emette l’elefante

All’inizio del proprio percorso lo studente di musica si trova a dover sviluppare le proprie abilità musicali per poter cogliere le differenze tra una nota e l’altra, soprattutto le differenze più sottili. Lo studente lavora duramente fino a quando, un giorno, quasi improvvisamente, raggiunge i primi risultati. Gli spettatori applaudono e il musicista rischia di farsi affascinare dal successo e dal plauso. Se questo accade il musicista non suonerà più seguendo Saraswati, la dea della conoscenza e delle arti, suonerà seguendo Lakshmi, la dea della ricchezza e del benessere. Così può essere il percorso dello yogi.

Qual è il proposito di un percorso che parta dall’impegno, dalla fatica e dall’abnegazione e porti alla riuscita? E’ guadagnarsi da vivere tout court? O è un mezzo per conoscere il mondo senza lasciarsi imbrigliare dal legame con la ricchezza (più o meno grande) che ne possa derivare?

Il quinto Yama, Aparigraha, ci ricorda di prendere solo ciò che è ci necessario, evitando di esagerare tracimando sul campo minato dell’attaccamento.

 

Ancora Chandra

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Chandra, il dio della luna, di cui abbiamo già parlato qui,  a causa della maledizione lanciatagli da Daksa, il suocero, cresce man a mano che si muove verso la sua moglie favorita e rimpicciolisce man a mano che si allontana da lei. Il 28esimo giorno, quando nessuna moglie è vicina a Chandra, il cielo è scuro, senza alcuna traccia della luna. In questo giorno la luna si trova sulla testa di Shiva. Quando guardiamo in cielo e vediamo la Luna piena, Chandra e Rohini sono di nuovo insieme.

Surya – il Sole

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Surya, il dio sole, è conosciuto come colui che illumina e stimola la conoscenza. Il suo ruolo è molto simile a quello di Brahma, il dio della creazione. Il suo ruolo è quello di permettere la vita sulla terra attraverso i suoi raggi, il calore e la luce.  Ogni giorno Surya attraversa la volta celeste sul suo carro trasportato da 7 cavalli, uno per ogni giorno della settimana. Il cocchiere è Arjuna, l’eroe dell’epopea indiana Mahabharata.

A Surya è dedicato il più antico inno del Rig Veda, il Gayatri Mantra:

om bhūr bhuvaḥ svaḥ tát savitúr váreṇ(i)yaṃ bhárgo devásya dhīmahi dhíyo yó naḥ prachodayāt– Rigveda 3.62.10

Om, sulla terra, nell’intermundio e nel cielo.
Meditiamo su quell’effulgente bagliore del divino Sole suscitatore:
possa Egli illuminare il nostro intelletto.

Sanjana era figlia di Vishwakarma, l’architetto celeste. Giunta in età da marito il padre chiese a Surya di sposarla e i matrimonio fu celebrato. Purtroppo Sanjana non riusciva a sopportare la luce e il calore emessi dal marito. Il suo colore era addirittura diventato prima quello del crepuscolo e poi della sera. Gli dei cominciarono così a chiamarla Sandhya, tramonto. Sanjana elaborò un piano per fuggire da Surya, creò un clone di nome Chaya (ombra), istruendola su come comportarsi, e tornò dal padre. Dalla relazione tra Surya e e Chaya nacque  Shani (Saturno) che ereditò il carattere taciturno e il contegno della madre. Nel frattempo Vishwakarma convinse la figlia a tornare a casa dal marito; Chaya fu trasformata in un’illusione visibile solo in presenza della luce di Surya, che continuava a non accorgersi di nulla.

Sanjana continuava a sopportare con fatica la luce e il calore del marito, tuttavia dal loro matromonio nacquero due figli: Yamuna e Yama. Man a mano che i figli crescevano fu evidente la predilezione di Sanjana nei confronti dei suoi due figli. Yama divenne il re del Dharma, responsabile di far regnare la verità sull’umanità. Yamuna divenne il fiume sacro che lava i peccati e le pene di coloro che vi si immergono. Shani fu lasciato solo e abbandonato, sentendosi imiliato e offeso, in qualità di figlio e fratello maggiore. In lui crebbe la rabbia nei confronti di quella che pensava essere sua madre fino ad arrivare a tirarle un calcio nel ventre. Sanjana lo maledisse facendogli cadere la gamba con la quale l’aveva colpita. Surya, inorridito dalla scena, mise alle strette la moglie e scoprì la verità. Surya divenne ancora più luminoso e rovente e decise di ridare dignità a Shani, affidandogli il compito di essere la guida degli esseri umani e di controllare il loro cammino come guru del karma, conferendogli un posto d’onore nel sistema solare.

Sanjana decise di fuggire, permettersi nuovamente al riparo dalla luce e dal calore del marito, scomparendo nelle foreste dell’Himalaya. Surya si rese conto di soffrirne la mancanza e partì alla sua ricerca con l’aiuto di Vishwakarma, che gli chiese umilmente di fare uno sforzo per andare incontro alle difficoltà della figlia. Vishwakarma aiutò Surya a diminuire la luce del suo viso e questi potè partire alla ricerca di Sanjana che, per nascondersi, si era trasformata in cavalla. Per avvicinarla Surya cambiò forma in stallone; i suoi sforzi di avvicinarsi a Sanjana la colpirono profondamente. Dalla loro nuova unione nacquero due i gemelli Aswini Kumar, portatori della luce all’alba e alla guida dei 7 cavalli del carro di Surya dall’alba al tramonto.

Dhanura – il mito

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Il grande arciere Arjuna, una volta, si trovò di fronte a un terribile dilemma. La guerra era imminente e sapeva che, se avesse affrontato la battaglia, avrebbe dovuto combattere i propri familiari. Così chiese un consiglio al suo amico e guida Krishna. Il racconto del oro scambio è contenuto nella Bhagavad Gita.

Arjuna e Krishna osservano dal loro carro gli eserciti schierati. L’imminente guerra è l’ultima occasione per ottenere nuovamente un impero ingiustamente sottratto ad Arjuna e i suoi fratelli molti anni prima. Di fronte alla prospettiva di dover combattere e probabilmente uccidere i suoi parenti e insegnanti precedenti, Arjuna cede e lascia cadere il suo arco.

Decide quindi di sottoporre il suo dilemma a Krishna, suo mentore e cocchiere. Krishna dice ad Arjuna che deve compiere il proprio dovere (DHARMA) in qualità di guerriero, combattendo per una giusta causa contro il male.
Krishna parla quindi della scienza dell’anima, lo yoga. Dice ad Arjuna di non preoccuparsi dei morti conseguenti la guerra, perché nessuno in questo mondo può uccidere un’anima immortale. Il fuoco non può bruciarla, l’acqua non può annegarla. Quando il corpo deperisce, l’anima passa in un altro corpo proprio come quando noi ci cambiamo di abito. Krishna avverte Arjuna di accettare felicità e tristezza con distacco, perché vanno e vengono come la stagioni e sono solo impressioni dei sensi.
Il colloquio termina con Krishna che invita Arjuna ad affidarsi a lui, perché Krishna è la personificazione del divino.

Sulabha, punti di vista e Upanishad

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A un certo punto del Ramayana viene presentata una donna, Sulabha, che si presenta alla corte di re Janaka, padre di Sita. La donna chiede udienza al re, che accetta senza entusiasmo. Accortasi della riluttanza di Janaka, Sulabha fa questo meraviglioso monologo:

“L’umanità è speciale. Abbiamo una mente che può immaginare. Con l’immaginazione possiamo, senza muoverci, viaggiare attraverso lo spazio e il tempo, creare situazioni che non esistono nella realtà. Questa capacità distingue l’uomo dal resto della natura. Tale mente viene chiamata manas, ed è per questo che gli esseri umani vengono chiamati manava. Tu sei un manava con la carne da uomo, io sono un manava con la carne da donna. Vediamo il mondo in modo differente, non perché abbiamo corpi differenti, ma perché abbiamo menti diverse. Tu vedi il mondo da un punto di vista e io lo vedo da un altro. Ma le nostre menti si possono espandere. Io posso vedere dal tuo punto di vista e tu dal mio. Alcuni […], invece di espandere la propria mente, la usano per controllare la natura […]. Non accettano il mondo così com’è. Perché? Domandatelo, Janaka, e capirai meglio la carne e il mondo intorno alla carne. Questo è veda, la saggezza”

Ispirato da queste parole, Janaka invitò nella sua terra tutti i rishi del suo regno per condividere la conoscenza dei Veda. Arrivarono da ogni dove. Questa raccolta di conversazioni intime destinata ad aprire la mente all’umanità è divenuta famosa sotto il nome di Upanishad.

Sempre grata a Devdutt Pattanaik per il suo lavoro.

La mala e i 108 grani

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La mala viene usata come aiuto per contare le preghiere. Molti Hindu usano quella a 108 grani, la più diffusa. Questo numero è considerato sacro, secondo diverse spiegazioni. Il grano più in alto si chiama meru, non si conta e segna la partenza e l’arrivo del giro lungo la mala.

  1. Il praticante ripete i mantra in Sanscrito, lingua che ha 54 suoni o lettere. Ogni lettera ha due aspetti: uno maschile (Shiva), l’altro femminile (Shakti). 54 moltiplocato per 2 ci dà, ovviamente, il numero 108. Così, passando tutti i 108 grani, invochiamo l’aspetto femminile e l’aspetto maschile del suono interiore che fa parte delle lettere e dei suoni di un mantra, generando così delle vibrazioni favorevoli per noi.
  2. Nel nostro corpo ci sono 54 importanti intersezioni tra i circa 84.000 nervi che ne fanno parte. Ogni intersezione ha qualità femminili e maschili (ancora torniamo alle forze della natura e a Shakti e Shiva), qualità che funzionano nel nostro corpo attraverso le due nadi (canali energetici), ida e pingala, quindi ancora una volta 108. Attraverso i mantra attiviamo ogni intersezione nel nostro corpo, senza esserne consci.
  3. I 108 grani rappresentano i 108 elementi che costituiscono l’universo. Il sole è iil fulcro dell’universo. Ogni orbita nello spazio ha 360 gradi che, convertiti in minuti, sarebbero 360 X 60 = 21.600. Il sole rimane per metà dell’anno presente su ciascuno lato, alternando nord e sud. Se dividiamo la somma totale dei minuti in due otteniamo 10.800 minuti. Rimuovendo gli ultimi due 0 per facilità di conteggio otteniamo ancora 108.

In tempi antichi, a seconda dello scopo da raggiungere, i saggi indicavano un tipo di mala piuttosto che un altro. Per ottenere la salvezza una mala da 25 grani, quella 30 per avere salute e quella da 27 per avere successo in imprese personali,  per un benessere totale la mala da 108 grani.

Anche il materiale che costituisce i grani ha la sua importanza, poiché ognuno genera delle vibrazioni differenti nel corpo. In particolare i semi di Rudraksha hanno un grande significato da sempre, poiché, secondo gli Hindu, hanno poteri e proprietà divine e mistiche e mettono al riparo da peccati, pensieri e atti cattivi. L’etimologia del nome di questa pianta è molto bella: rudra è un altro nome per Shiva, mentre aksha significa lacrima. Si dice che questa pianta sia nata proprio dalle lacrime di Shiva e conferisca a chi ne indossa i semi, il potere di superare la paura, permettendo, quindi, di controllare stress e portare pace, stabilità e sernità. Ricerche moderne hanno evidenziato come questi semi abbiano proprietà elettromagnetiche e induttive (pari a 7 millivolt, pari, cioè, a quanto rilevato nella maggior parte dei corpi).

Liberamente tratto da: K. V. Singh, Hindu Rites and Rituals
Foto di Sara Ottanà