Il saggio Vasistha

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Brahma fu creato all’inizio del tempo ed ebbe il compito di creare il resto dell’universo. Davanti all’enormità di tale compito decise di chiedere aiuto. Creò, così, qualcuno su cui poter fare affidamento.  Iniziò da quattro figli e, attraverso fatica e lavoro, e qualche sofferenza, Brahma riuscì a portare a termine il proprio compito e creare l’universo.

Il saggio Vasistha era uno dei saptariśi, i 7 saggi, che aiutarono. Era molto saggio e Brahma decise di rivelargli il grande segreto della vita mortale. Sperava che Vasistha potesse comprendere il dolore umano e le emozioni poiché questo gli avrebbe donato empatia e saggezza. “Vasistha, ti manderò sulla terra in un corpo malato. Solo allora capirai il dolore e dunque sarai in grado di trascenderlo per raggiungere la vera saggezza. Vasistha acconsentì immediatamente, senza immaginare cosa potesse significare una cosa del genere.

Il dolore si impadronì di lui progressivamente e il saggio cercò di sopportarlo il più possibile, ma, alla fine, il dolore divenne intollerabile. Vasistha giunse a desiderare di liberarsene, ma non sapeva come. Pensò che attraverso il tapas e la pratica austera Brahma avrebbe potuto mostrargli la via e così fece, sperando che il dio lo notasse e lo liberasse.

Alla fine Brahma lo notò e decise che Vasistha era pronto per imparare il grande segreto della vita mortale. “Vasistha, il segreto per sopportare il ciclo di nascita e morte è la tua relazione col dolore. Più lo combatti, più ti piega. Accettare il dolore e vivere con esso ti aiuterà a tollerarlo. Allora imparerai dal dolore, lo trascenderai e raggiungerai l’illuminazione”

Nella posizione dedicata a questo saggio dobbiamo trovare il nostro equilibrio attraverso il corpo, ma anche grazie alla mente, unendoli in un’unica essenza.

Hridaya Mudrā

 

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Hridaya in sanscrito significa cuore, centro, essenza e Hridaya mudrā è la mudrā del cuore, il suo sigillo, il sigillo energetico dell’amore incondizionato e della compassione. Si dice che aumenti la nostra capacità di entrare in empatia con gli altri e sblocchi l’energia del cuore.

In questa mudrā, l’indice si appoggia alla base del pollice, mentre medio e anulare si appoggiano sulla punta del pollice. Il pollice è il dito di Agni, il fuoco, che aiuta ad “aumentare” o “diminuire” gli altri elementi. Con questa mudrā, poiché sulla punta del pollice sono appoggiati il medio, che è il dito di Ākāśa, lo spazio, e l’anulare, che è il dito di Prithvi, la terra, portiamo equilibrio tra la pesantezza della nostra parte più fisica e l’impalpabile leggerezza della nostra parte più sottile. L’indice è il dito di Vayu, il vento o aria, la parte più instabile e in movimento del nostro essere che cerchiamo di calmare e placare abbassando il dito alla base del pollice. L’indice alla base del pollice rappresenta anche la nostra capacità di “sacrificare” il nostro ego a quanto di più grande ci sia intorno a noi.

Patanjali

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Viṣṇu era sdraiato su Ādi Śeṣa, mentre guardava Śiva ballare. La danza era così bella che Viṣṇu era completamente assorbito. Il suo corpo cominciò a ondeggiare languidamente a ritmo. Non appena si rilassò e lasciò che i movimenti fagocitassero il suo corpo, cominciò a diventare sempre più pesante. Ādi Śeṣa trovò sempre più difficile sostenere il suo peso e fu sul punto di collassare. Proprio in quel momento, la danza di Śiva cessò e il corpo di Viṣṇu tornò a essere leggero.

Incuriosito, Ādi Śeṣa chiese il perché a Viṣṇu. “la grazia, la bellezza, la maestà e la grandezza della danza di Śiva sono così ipnotiche che chi la guarda ne rimane rapito. I corpi iniziano a rilassarsi e a ondeggiare automaticamente”.

Impressionato, Ādi Śeṣa decise di provare a danzare come Śiva e chiese a Viṣṇu come fare. Dopo lunga meditazione il dio trovò la soluzione: “Ādi Śeṣa sei destinato a scrivere un commentario sulla grammatica e Śiva stesso ti chiederà di farlo. Allora potrai dedicarti alla perfezione dell’arte della danza”. A queste parole Ādi Śeṣa cominciò a meditare su come fare a manifestarsi sulla terra. Gli apparve una yogini, Gonika, mentre pregava per avere un figlio meritevole al quale passare le sue conoscenze e la sua saggezza. Ādi Śeṣa realizzò che quella sarebbe stata la madre perfetta per lui. Gonika si riempì le mani d’acqua, mentre pregava, e chiuyse gli occhi per meditare su Surya il dio sole. Quando era sul punto di offrire l’acqua, aprì gli occhi e vide un piccolo serpente che, piano piano, si stava trasformando in umano. Il piccolo umano si prostrò davanti a Gonika e le chiese di accettarlo come figlio. Lo chiamò Patanjali (pata in sanscrito significa caduto, anjali, oblazione o mani unite in preghiera)

Om e Aum

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Nella tradizione dello Yoga OM ॐ è il mantra più sacro e rappresentativo. E’ il suono primordiale che ha dato origine alla creazione e racchiude in sé i tre aspetti divini: la creazione (Brahma), la conservazione (Vishnu) e la trasformazione (Shiva).
OM deriva dal mantra induista AUM (in sanscrito la lettera O è formata dai suoni A+U): che rappresenta la sintesi e l’essenza di ogni mantra e, proprio per questo, AUM viene recitato in apertura di altri mantra. Nella Māṇḍūkya Upaniṣad si parla di questa sillaba e vengono dati i significati più profondi:

 A è la vita della coscienza che si muove verso l’esterno nello stato di veglia, comune a tutti gli uomini. E’ la nostra coscienza mentre siamo svegli e interagiamo col mondo che ci circonda.

U è la vita della coscienza che si muove all’interno nello stato di sogno . Colui che conosce questo ottiene equilibrio.           

M è la vita della coscienza silenziosa nello stato di sonno,  dove la persona non ha né desideri né sogni, né tantomeno coscienza. Questa è la condizione di unità.
OM come suono unico è lo stato della coscienza suprema e la sua vibrazione permette di trascendere i tre stati ordinari precedenti e di sperimentare essere, coscienza e beatitudine.

Durante il periodo Vedico, più antico rispetto a quello delle Upaniṣad, il mantra OM aveva, tuttavia, un valore differente. Il sacerdote, che doveva controllare la correttezza dell’esecuzione del rito vedico, ripeteva incessantemente il mantra OM per dare il proprio consenso. L’OM del periodo vedico aveva il valore che oggi ha il nostro ok.

 

Matsyendranath e lo Yoga

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Un tempo, una coppia che stava per avere un figlio scoprì che questi sarebbe nato in un periodo sfavorevole. Il bambino avrebbe portato sfortuna non solo a loro, ma anche a tutto il clan, per cui, per non rischiare, decisero di abbandonarlo gettandolo nel fiume. Il bambino fu inghiottito, intero,  da un grosso pesce e crebbe lì dentro.

Un giorno, Śiva e Pārvatī si trovavano accanto alle rive di un fiume. Śiva, dopo un lungo periodo di ritiro sul monte Kaliaśa, era tornato per insegnare alla moglie i segreti della pratica dello Yoga. In quel momento il pesce gigante si trovava a nuotare proprio in quella parte di fiume: attirato dalle voci si fermò ad ascoltare. Pārvatī se ne accorse e lo indicò a Śiva, che gli si rivolse per sapere chi fosse. Dal ventre del pesce uscì una voce: “Oh Śiva, la conoscenza che stai impartendo a Pārvatī mi affascina. Sono completamente rapito e incapace di allontanarmi dalle tue parole”.

Incapace di contenere il proprio stupore, Śiva chiese al proprietario della voce di rivelarsi e mostrarsi e Matsyendranath raccontò tutta la sua storia, fin da principio. “So che i miei genitori mi hanno considerato sfortunato, ma io credo di poter fare del bene”. Toccato dalle sue parole, Śiva lo scelse per diffondere tra gli uomini quello che aveva imparato ascoltandolo dal ventre del pesce e trasformò il pesce in uomo, dandogli il nome di Matsyendranath, che significa Signore dei pesci.

I Kosha e lo Yoga

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Nella filosofia Vedanta il corpo è visto come una serie di contenitori o strati. La carne è il contenitore o strato più esterno ed è composto dai sensi. E’ fatto di cibo e serve da cibo e si chiama Annamaya Kosha. Questo primo kosha è animato dal secondo, quello del respiro o Prana, che si chiama Pranamaya Kosha. Al suo interno ci sono i pensieri, o Manomaya Kosha, le credneze, o Vigyanamaya Kosha e, al centro, le emozioni, o Chittamaya Kosha. Questi 3 Kosha creano 3 realtà: quella sensoriale, che dipende dalla carne, quella emotiva, che dipende dal cuore, e quella concettuale, che dipende dall’immaginazione e dall’intelligenza.

Lo Yoga è il processo che ci permette di scoprire la fonte della nostra disconnessione dall’energia universale e, spesso, da noi stessi e coinvolge la capacità di muoversi attraverso i 5 Kosha che compongono il nostro corpo, o Deha, per scoprire Dehi, la nostra essenza. Ci muoviamo dal mondo esterno sociale a quello interiore, dal Karma Yoga, o yoga del comportamento, al Bhakti Yoga, o yoga delle emozioni.

La natura è piena di unità (pianeti, stelle, rocce, fiumi, piante ed esseri umani). Queste unità sono riunite o separate da forze di attrazione o repulsione. Nel mondo fisico questo accade a livello inter-planetario come a livello sub-atomico. Nel mondo biologico si manifesta attraverso i comportamenti. Queste due forze sono Raga, o attrazione, e Dvesa, o repulsione, e fanno parte della vita. Lo Yoga ci mette nella condizione di divenire consapevoli di queste due forze che fanno parte della vita.

Il sanscrito

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Questo fine settimana ho iniziato il corso di Lingua sanscrita con Diego Manzi. Erano anni che desideravo fare un corso del genere, ma non ero mai riuscita a organizzarmi con i vari impegni. Forse dovevo aspettare per poterlo fare con lui. Ho sempre considerato il sanscrito una lingua inavvicinabile e difficilissima. Ho anche comprato un libro per iniziare almeno a vedere l’alfabeto, mi sono poi iscritta a un corso on line per capire i suoni e cominciare a pronunciare correttamente almeno il nome degli asana, ma più cercavo di capire qualcosa e meno mi sentivo adatta a studiare questa lingua. Il corso Diego rappresentava per me, da un certo punto di vista, l’ultimo tentativo che mi davo.

Com’è andata? Oltre le mie aspettative. Il sanscrito è stato una vera e propria rivelazione. Innanzitutto ho scoperto che non si tratta di una lingua morta. Certo possiamo considerarla morta perché antica e parlata da poche persone (24.821 dice Wikipedia, ma tra poco saranno 24.835 perché siamo in 12 al corso 😀 ), ma esiste una comunità che la parla e che ha creato e sta creando le parole che man a mano servono (computer, bicicletta… per esempio).

Non si tratta di una lingua naturale, ma artificiale, ossia “costruita” a tavolino, e l’alfabeto, che segue la colonna d’aria a partire dalla parte più interna della gola  per arrivare alla parte più esterna nella sequenza dei suoni, ne è una manifestazione. Diego ci ha presi per mano e guidato attraverso i suoni, le sillabe e persino i meravigliosi segni che compongono l’alfabeto devanāgarī (ossia la grafia della città degli dei) facendoci compiere i primi passi nel mondo del sanscrito con una semplicità e una gioia entusiasmanti.

A proposito, sapete cosa significa varnamālā, termine col quale si indica l’alfabeto in sanscrito? Ghirlada dei suoni 🙂

Riflessioni sul dove e sul come

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Durante questo fine settimana, al Teacher Training di Shiva Flow, abbiamo trattato anche l’argomento della motivazione che ci spinge a fare determinate cose o altre. Nella Bhagavad Gita Krishna invita Arjuna ad agire senza pensare al risultato finale. Com’è possibile agire in questa maniera, invitati come siamo, costantemente, a puntare in alto e a raggiungere il nostro scopo per essere vincenti? (e poi cosa diamine significa essere vincenti?).

La meta che ci prefiggiamo di raggiungere è importante, importantissima, perché è la prima molla che ci spinge a muoverci e a entrare in azione, ma se rimarremo legati solo a quello, per tutto il percorso, ne rimarremo intrappolati, fino a perdere il senso di ciò che stiamo facendo, fino a rischiare di arrivare, talvolta, a seguire il tremendo motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”.

E’ l’intenzione a dare il colore e la sfumatura delle nostre azioni, non il risultato, non la meta finale che si desidera raggiungere. Il risultato finale, in fase di partenza, può accendere il nostro Tapas, il nostro fuoco interiore e guidarci fino a un certo punto, ma, come ci avvisa Patanjali negli Yoga Sutra, se rimarrà la nostra unica guida e il nostro unico scopo, con il tempo si trasformerà in ostacolo, allontanandoci proprio dalla meta. Non esiste solo il dove, è importante anche il come. Anzi, è più importante il come e, spesso, procedendo lungo la strada che abbiamo scelto, ci rendiamo conto che, seguendo il nostro come, il dove ha perso di importanza.

Guardarsi da fuori

 

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Uno dei regali più belli che mi fa ogni volta l’India è la possibilità di guardarmi da fuori, di osservarmi come se fossi un’altra persona. Mi è successo la prima volta, quando un bel giorno, durante la sfiancante pratica di Ramesh Ji, mi sono ritrovata a non sentire più il caldo, la fatica e lo sforzo. Il mio corpo andava e si muoveva seguendo le indicazioni, mentre io mi trovavo al di fuori di esso. Non è una sensazione facile da descrivere senza rischiare di passare per pazza o esaltata, ma l’unico modo che trovo per descriverla è questo: avete presente quando nei fumetti di paperino compare sulla sua spalla il paperino-mini diavoletto o angelo? Ecco, tralasciando la questione diavolo/santo, la sensazione è stata proprio quella. Era come se mi osservassi dalla spalla destra, senza partecipare a fatica, dolore, caldo, stanchezza.

L’anno seguente, sempre a Mysore, sempre con Ramesh Ji, mi ero leggermente abituata alla sua guida per cui questa sensazione non mi si è più presentata durante la pratica, ma qualcosa ha iniziato a lavorare in maniera più profonda. L’occasione mi è arrivata dalle dinamiche che si erano create nel gruppo col quale ero andata. L’India non è un posto qualunque e per molti non è facile adattarsi al loro modo di concepire la vita, di tutti i giorni e in generale.  Più resistenze si hanno più è difficile adattarsi. Credo che sia per questo che sia così importante il concetto di “lasciar andare” nella filosofia indiana. Se non lasci andare, se non accetti quel che ti trovi davanti come un dato di fatto, spogliandoti dai tuoi giudizi e pregiudizi, rischi di impazzire. Non è possibile, credo, vivere in modo equilibrato e serena l’esperienza indiana se applichi i filtri occidentali a quello che vedi.

Quest’anno, a Varkala, ho avuto la fortuna di compiere un altro passettino in avanti lungo questo percorso. Varkala è un posto più facile da vivere rispetto a Mysore, che già come India non è assolutamente delle più estreme. E’ un posto di vacanza, dove i ritmi rilassati sono giustificati anche dall’occidentale grazie alla presenza dell’oceano che ricorda, appunto, una vacanza al mare. A Mysore c’è sempre comunque il demone della città, che risveglia il milanese imbruttito dentro di noi e che ci irrita se qualcuno ci fa perder tempo con ritardi o cambi repentini di programma (aspetto tipico indiano). A Varkala ti senti già in ciabatte e costume non appena arrivi. Non c’è fretta, sei in vacanza sembrano dire le palme da cocco che ondeggiano al vento e il suono dell’oceano indiano.

Eppure questa esperienza mi è entrata dentro, tanto. La pratica è stata piuttosto blanda, nulla di trascendentale, mentre il pranayama e la meditazione questa volta sono stati più “impegnativi”, importanti e profondi. Questa volta siamo andati al di là della tecnica, del come si fa, dando per scontate alcune cose, e abbiamo “semplicemente” fatto. Facendo mi è comparso ancora più chiaro e lampante quello che Patanjali intende negli Yoga Sutra. Siamo andati oltre la pratica fisica e, attraverso il respiro, siamo arrivati alla mente. Quello che poi trovi nella mente è tutta un’altra questione, ovviamente, ed è proprio qui che, secondo me, inizia il vero viaggio. Se riesci a rimanere a osservare quello che salta fuori, come se stessi aprendo una scatola per scoprirne il contenuto, tirando fuori un oggetto alla volta, un pensiero alla volta, un’emozione alla volta potrai scoprire cose incredibili. Potresti scoprire di non essere quello che pensavi di essere. Né meglio, né peggio, attenzione. La parte interessante è quella che ci permette di osservare quello che salta fuori come se non ci riguardasse, come se non fosse una nostra parte che ci definisce, ma come se fosse un accessorio o un vestito che possiamo decidere di mettere, ma anche di togliere, possiamo decidere che sia parte fondamentale del nostro “outfit” mentale o inutile e superfluo, addirittura fastidioso.

L’ultimo giorno Deepa ci ha fatto fare una pratica molto bella. Una meditazione dopo la quale ci ha fatto scrivere su un foglietto, che avremmo tenuto solo noi e che non avrebbe letto nessuno, tutto quello di cui vorremmo liberarci nella nostra vita. Non solo le cose che ci danno fastidio del mondo esterno, ma soprattutto quello che vorremmo cambiare di noi stessi e dei nostri atteggiamenti. Ci ha fatto stracciare questo foglietto e lo abbiamo bruciato in un piccolo braciere. So che per molti potrebbe essere solo un rito sciocco, magari anche ridicolo, ma trovarsi a mettere nero su bianco quello che non piace di se stessi prendendo l’impegno di cambiarlo trovo che sia un gesto molto forte, che ci permetta di cambiare prospettiva. Un sankalpa, un buon proposito per il nuovo anno, amplificato all’ennesima potenza.

Non so bene cosa mi abbia portato a questo punto; se il tempo, la pratica, l’età, il luogo, le persone, ma so che è uno stato di costante beatitudine, che continua ad accompagnarmi. Paperino è sempre seduto sulla mia spalla destra, pronto a farmi notare quello che sta accadendo dentro di me per darmi la possibilità di scegliere cosa fare.

Dhyana e Darshan

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La parola darshan in sanscrito significa “vedere, guardare, osservare, contemplare”. Gli Induisti “fanno darshan” quando vanno al tempio e contemplare la divinità. Ma attraverso l’osservazione e la contemplazione siamo in grado di farci poi un’idea e creare un punto di vista.

Dhyana significa focalizzare l’attenzione, concentrarsi, focalizzarsi. Fu la figura di Buddha a rendere il dhyana veramente importante. Buddha affermò che ritirarsi in un eremo e mortificare il proprio corpo non avrebbe portato di per sé conoscenza, a meno che non ci si mediti e lavori su. L’atto di chiudere gli occhi è associato al concetto di dhyana, il suo opposto è darshan, aprire il gli occhi.

Entrambi sono importanti. Il darshan permette di vedere la verità degli altri, il dhyana ci permette di digerire questa verità nella nostra mente. Il primo è legato alla fase dell’acquisizione delle informazioni, il secondo della loro rielaborazione. Alcune persone si fissano su un’idea e non vogliono ascoltarne altre. Queste non sono in grado di fare né darshan né dhyana e diventano violente, convinte che la ragione sia solo dalla loro parte. Il dhyana da solo non permette di vedere altre verità, perché al nostro interno non possiamo trovare tutte le risposte; molte di queste si trovano all’esterno.

Un tempo un devoto di Krishna voleva fare darshan presso un tempio. Il sacerdote non lo riteneva, però, all’altezza, così lo cacciò in malo modo. Il devoto allora piantò una tenda davanti al tempio e cominciò a cantare e fare riti in onore di Krishna. Un altro sacerdote uscì e lo cacciò con violenza, facendogli sbaraccare la tenda. Durante la notte ci fu un violento terremoto; la mattina successiva si scoprì che aveva fatto crollare una parete del tempio, proprio dove si trovava la statua di Krishna, che ora era esposta e visibile a tutti.

Proviamo a a fare dhyana e a meditare su come ci esponiamo e ci mostriamo agli altri. Come trattiamo le persone intorno a noi e come interagiamo? E ancora, com’è il nostra darshan, il nostro sguardo sugli altri? Costruiamo muri intorno a noi per evitare di mostrarci? Mostriamo solo un aspetto della nostra personalità?

Il darshan ci dà gli elementi su cui riflettere; il dhyana il mezzo per trovare un significato.