Gaṇeśa – superare gli ostacoli

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Il saggio Vyasa fu testimone degli eventi contenuti nell’epica conosciuta come Mahābhārata, tuttavia i suoi ricordi erano mescolati e confusi nella sua mente. In profonda meditazione ricevette da Brahma il suggerimento di chiedere a Gaṇeśa di fare da scrivano del poema. Così decise di invocare il dio dalla testa di elefante affinché questi lo aiutasse a fare chiarezza, dipanando i nodi dei suoi ricordi, organizzando i suoi pensieri e, infine, mettendoli nero su bianco. Gaṇeśa si prestò, dunque, a fare da scriba a Vyasa, impegnandosi a riportare, sotto dettatura e senza interruzioni, la grande opera epica che contiene ogni conoscenza.

Durante la dettatura, tuttavia, la penna con la quale stava scrivendo Gaṇeśa si ruppe improvvisamente. Il dio, non avendone un’altra a portata di mano e avendo promesso di non interrompersi, decise di sacrificare una propria zanna. Senza pensarci due volte ne spezzò una e la intinse nell’inchiostro per portare avanti il proprio compito, anteponendo la conoscenza e la saggezza alla bellezza.

Si dice che questo episodio sia accaduto nel giorno conosciuto come Akshayya Tritiya, ossia il terzo giorno di luna calante del mese conosciuto come Vaishaka.

Padma, dal fango alla luce

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Si narra che Vishnu sedesse sull’oceano delle possibilità, luogo al di fuori delle dimensioni del tempo e dello spazio, che segue la distruzione e prelude alla rinascita.

Il suo giaciglio era il serpente Ananta, che lo sosteneva, copriva e teneva protetto con le sue numerose teste. Arrivato il momento in cui sarebbe ricominciato il ciclo della creazione, apparve un fiore di loto al centro dell’ombelico di Vishnu. Da questo fiore sbocciato apparvero le quattro facce di Brahma, ognuna puntata verso uno dei punti cardinali. Brahma pronunciò OM e questo fu la causa del movimento a spirale dell’oceano che diede origine all’universo così come lo conosciamo ora, con le sue diverse dimensioni. Quando questo tempo per la rinascita arriva, il mare calmo su cui eravamo soliti riposare si agita e diventa tumultuoso. Dall’agitazione caotica possiamo trovare la via per la risalita verso la luce, con pazienza e mantenendo il centro, osservandoci e testimoniando il nostro corpo e i nostri pensieri senza farci deviare da essi.

Bharadvaja – La gioia della condivisione

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Bharadvaja era uno studente molto serio e dedito ai suoi studi sui Veda, gli antichi testi filosofici che da sempre ispirano il cammino dei ricercatori spirituali. I Veda coprono un così ampio raggio di argomenti e conoscenze che nessuno, a parte Bharadvaja, aveva mai espresso l’ambizione di conoscerli e padroneggiarli tutti. Così spese la sua prima esistenza mortale in questo studio e, quando rinacque, seppe subito che il suo scopo era continuare a studiare.

In questo modo, tentando di ottenere i più alti risultati spirituali, esaurì per la seconda volta il suo tempo sulla terra; e nello stesso modo andò la sua terza incarnazione. Era diventata addirittura famosa la storia  di questo asceta misantropo che passava tutto il suo tempo, giorno e notte, a studiare i Veda. Nulla sembrava poterlo distrarre da quello che riteneva essere il modo giusto per arrivare all’illuminazione.

Così, giunto al termine della sua terza incarnazione, sul letto di morte gli apparve Shiva. A questa vista Bharadvaja trasalì dalla gioia, convinto di essere arrivato alla fine del suo ciclo di incarnazioni e, grazie ai suoi studi, aver conquistato la liberazione spirituale e l’illuminazione.

Invece Shiva apparve piuttosto deluso e si espresse in maniera brusca in un rimprovero “Cosa stai facendo Bharadvaja?”

Bharadvaja, con un filo di voce, ma speranzoso, rispose: “Sto morendo, Shiva, non sei forse qui per questo? Per portarmi via con te?”

Shiva, scuotendo la testa, rispose: “Assolutamente no, non hai imparato altro che questo in tutto questo tempo” e così dicendo andò a prendere tre pugni di polvere da tre montagne, una per ogni vita, e glieli  mostrò.

“Vedi? Hai speso tre vite per imparare perfettamente i Veda e certamente ne sei il maggior esperto vivente, ma hai passato il tempo a raccogliere la polvere della conoscenza dalle montagne e hai tralasciato di conoscere le montagne stesse! A cosa ti è servito tutto questo studio? Sei qui a morire solo, triste, con nulla di gioioso da raccontare e soprattutto non hai condiviso con nessuno la gioia che proviene dalla conoscenza. E’ nella condivisione della conoscenza che questa prende davvero valore, e ti rende vivo e vive dentro di te e dopo di te.”

Così Shiva decise di dargli una grande opportunità: gli concesse di rinascere per mettere a frutto questa lezione, promettendogli che, se lo avesse fatto, sarebbe stata la sua ultima incarnazione prima della liberazione.

La sua vita seguente fu dedicata all’insegnamento, invece che allo studio, condividendo la gioia della conoscenza con moltissimi discepoli.

Al termine della sua vita giunsero da ogni parte a rendergli omaggio. Anche Shiva giunse, alla fine, e pose la sua mano, ancora una volta, sulla spalla di Bharadvaja.

“Ora capisci come la realizzazione e la gioia siano nella condivisione della saggezza contenuta nei Veda e non nella mera conoscenza? Hai visto quante persone hai ispirato, alleggerito e liberato con al tua opera? Ora, come promesso, sarai liberato dal ciclo delle rinascite”.

“Grande Shiva, nonostante non ci fosse cosa che desiderassi di più, ora devo rispettosamente rifiutare la tua offerta, perché ho scoperto che non c’è gioia  più grande della condivisione della conoscenza e della gioia con gli altri e vivere in questa consapevolezza”

Nataraja, la Danza e la Creazione

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Vishnu era abbandonato in un sonno profondo sul grande serpente Sesa, mentre galleggiava sulle acque della materia indifferenziata tra la distruzione e la creazione dell’universo.

Il Dio si svegliò e cominciò a raccontare a Sesa il suo sogno su Shiva. Un gruppo di 10mila rishi si era inorgoglito a tal punto della propria santità da ritenerla proprio merito più che un dono degli dei. Shiva decise allora di andare a visitarli insieme a Vishnu.

Vishnu prese le sembianze di Mohini, una splendida incantatrice, mentre Shiva si trasformò in Bhiksatana, uno yogin bello e affascinante.

Non appena i due arrivarono a Tillai i rishi si innamorarono di Mohini, mentre le loro mogli persero la testa per Shiva. I rishi furono disturbati da questa improvvisa piega degli eventi e dal caos che aveva travolto il loro ordinato e pacifico mondo. Cominciarono allora a reagire in maniera violenta, lanciando maledizioni allo yogi e alla moglie, ma ben presto si resero conto che queste non avrebbero sortito alcun effetto.

Prepararono allora un fuoco magico dal quale liberarono una feroce tigre. Rimasero però sconvolti quando videro Shiva sollevare l’animale con una mano e col mignolo dell’altra togliere la pelliccia per indossarla. I rishi fecero uscire dal fuoco un gigantesco serpente che puntò i velenosissimi denti su Shiva.

Ancora una volta, con orrore, lo videro inchinarsi, raccogliere il serpente e avvolgerselo al collo come ornamento.

I rishi fecero allora un ultimo disperato tentativo facendo uscire dal fuoco un nano orribile che si scagliò contro lo yogi solo per ritrovarsi in terra sotto il piede della figura sempre più risplendente del Dio.

Da qualche parte nell’anima del Dio nacque un suono lontano. Con il tamburo che aveva in mano Shiva cominciò a seguire il ritmo lento e cadenzato, simile al battito del cuore. Quindi, ancora bilanciandosi sul nano, cominciò a ballare la sua grande danza della creazione e della distruzione.

Smesse le spoglie del nomade yogi si mostrò come il Dio luminoso, mentre le sue braccia e gambe dardeggiavano e risplendevano come raggi al sole.

Man a mano che il ritmo del tamburo aumentava tutto quello che non era Shiva si disintegrava evaporando nel nulla fino a quando, giunti al culmine del nulla, rimasero solo gli dei.

Shiva allora si fermò e, riprendendo di nuovo un ritmo lento e cadenzato, così come aveva eliminato il mondo, lo ricreò, lanciando stelle nel cielo, evocando la vita sulla terra, compiendo un’armoniosa danza di grazia e amore.

Foto di Catia D’Ambrosio

Dhanura – il mito

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Il grande arciere Arjuna, una volta, si trovò di fronte a un terribile dilemma. La guerra era imminente e sapeva che, se avesse affrontato la battaglia, avrebbe dovuto combattere i propri familiari. Così chiese un consiglio al suo amico e guida Krishna. Il racconto del oro scambio è contenuto nella Bhagavad Gita.

Arjuna e Krishna osservano dal loro carro gli eserciti schierati. L’imminente guerra è l’ultima occasione per ottenere nuovamente un impero ingiustamente sottratto ad Arjuna e i suoi fratelli molti anni prima. Di fronte alla prospettiva di dover combattere e probabilmente uccidere i suoi parenti e insegnanti precedenti, Arjuna cede e lascia cadere il suo arco.

Decide quindi di sottoporre il suo dilemma a Krishna, suo mentore e cocchiere. Krishna dice ad Arjuna che deve compiere il proprio dovere (DHARMA) in qualità di guerriero, combattendo per una giusta causa contro il male.
Krishna parla quindi della scienza dell’anima, lo yoga. Dice ad Arjuna di non preoccuparsi dei morti conseguenti la guerra, perché nessuno in questo mondo può uccidere un’anima immortale. Il fuoco non può bruciarla, l’acqua non può annegarla. Quando il corpo deperisce, l’anima passa in un altro corpo proprio come quando noi ci cambiamo di abito. Krishna avverte Arjuna di accettare felicità e tristezza con distacco, perché vanno e vengono come la stagioni e sono solo impressioni dei sensi.
Il colloquio termina con Krishna che invita Arjuna ad affidarsi a lui, perché Krishna è la personificazione del divino.

Hanuman -il mito

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Anjana era una donna bellissima che desiderava tanto avere un figlio. Per questo pregava ogni giorno. Vayu, il dio del vento, che la ammirava profondamente e la osservava tutti i giorni, decise di aiutarla. Benedisse alcuni grani di riso e li affidò a uno stormo di piccioni che li consegnarono ad Anjana mentre era in preghiera. Andana prese il riso, lo mangiò e rimase incinta. Quando suo figlio Anjaneya nacque fu da subito evidente che si trattava di un bambino speciale; era metà umano e metà divino. Il suo stato di semidio, tuttavia, lo mise spesso nei guai. Una mattina, appena sveglio, guardando il cielo vide quello che gli sembrò un gigantesco mango, il suo frutto preferito. Ingolosito, senza pensarci due volte, si lanciò in volo per afferrarlo, senza rendersi conto che in realtà si trattava di Surya, il sole. Quando questi lo vide avvicinarsi così pericolosamente gli scagliò contro un lampo che lo colpì alla mandibola, uccidendolo all’istante. Vayu lo venne a sapere e andò su tutte le furie; la rabbia gli fece perdere il controllo e inspirò così profondamente che lasciò il mondo senza aria, mettendo in pericolo tutti gli essere viventi. Gli dei si riunirono per cercare di placare  l’ira di Vayu e Surya, ma il primo si rifiutava di espellere l’aria che aveva risucchiato, mentre il secondo riteneva Anjaneya troppo pericoloso per riportarlo in vita. Alla fine fu trovato un accordo: Anjaneya sarebbe rinato come Hanuman, privo della memoria della sua origine divina e sarebbe stato affidato a Sugriva, il re delle scimmie. Un giorno, mentre vagava nella foresta, Hanuman incontrò re Ram, col quale entrò subito in sintonia e profonda empatia. Ram era sposato con Sita, una donna bellissima, gli raccontò Ram, che era stata rapita dal demone Ravana e portata chissà dove. Hanuman si offrì di aiutarlo a trovarla. Ram gli affidò il proprio anello come segno di riconoscimento e questi partì subito per la costa, senza neanche sapere bene dove andare e cosa fare. Giunto sulla costa Hanuman si inginocchiò in preghiera e attese di capire cosa fare. Quando si sentì pronto si alzò e con un balzo si allungò sull’oceano, una gamba stesa avanti, verso l’isola di Lanka, l’altra col piede ancora appoggiato alla terraferma. Nonostante i numerosi ostacoli Hanuman riuscì ad atterrare e trovò Sita nel giardino intorno al palazzo di Ravana. Nel giardino c’era un piccolo boschetto di Ashoka, alberi curativi, simbolo dell’amore eterno e della liberazione dalla sofferenza. Sita viveva qui, essendosi rifiutata di entrare a palazzo, sottoposta ad ogni tipo di angheria psicologica ed emotiva. Stava seduta, paziente, la schiena appoggiata all’albero. Respirava e aspettava, ripetendo come un mantra “Ram trovami”. Un giorno vide comparire una scimmia che gli mostrò l’anello di Ram e capì di essere salva.

La mala e i 108 grani

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La mala viene usata come aiuto per contare le preghiere. Molti Hindu usano quella a 108 grani, la più diffusa. Questo numero è considerato sacro, secondo diverse spiegazioni. Il grano più in alto si chiama meru, non si conta e segna la partenza e l’arrivo del giro lungo la mala.

  1. Il praticante ripete i mantra in Sanscrito, lingua che ha 54 suoni o lettere. Ogni lettera ha due aspetti: uno maschile (Shiva), l’altro femminile (Shakti). 54 moltiplocato per 2 ci dà, ovviamente, il numero 108. Così, passando tutti i 108 grani, invochiamo l’aspetto femminile e l’aspetto maschile del suono interiore che fa parte delle lettere e dei suoni di un mantra, generando così delle vibrazioni favorevoli per noi.
  2. Nel nostro corpo ci sono 54 importanti intersezioni tra i circa 84.000 nervi che ne fanno parte. Ogni intersezione ha qualità femminili e maschili (ancora torniamo alle forze della natura e a Shakti e Shiva), qualità che funzionano nel nostro corpo attraverso le due nadi (canali energetici), ida e pingala, quindi ancora una volta 108. Attraverso i mantra attiviamo ogni intersezione nel nostro corpo, senza esserne consci.
  3. I 108 grani rappresentano i 108 elementi che costituiscono l’universo. Il sole è iil fulcro dell’universo. Ogni orbita nello spazio ha 360 gradi che, convertiti in minuti, sarebbero 360 X 60 = 21.600. Il sole rimane per metà dell’anno presente su ciascuno lato, alternando nord e sud. Se dividiamo la somma totale dei minuti in due otteniamo 10.800 minuti. Rimuovendo gli ultimi due 0 per facilità di conteggio otteniamo ancora 108.

In tempi antichi, a seconda dello scopo da raggiungere, i saggi indicavano un tipo di mala piuttosto che un altro. Per ottenere la salvezza una mala da 25 grani, quella 30 per avere salute e quella da 27 per avere successo in imprese personali,  per un benessere totale la mala da 108 grani.

Anche il materiale che costituisce i grani ha la sua importanza, poiché ognuno genera delle vibrazioni differenti nel corpo. In particolare i semi di Rudraksha hanno un grande significato da sempre, poiché, secondo gli Hindu, hanno poteri e proprietà divine e mistiche e mettono al riparo da peccati, pensieri e atti cattivi. L’etimologia del nome di questa pianta è molto bella: rudra è un altro nome per Shiva, mentre aksha significa lacrima. Si dice che questa pianta sia nata proprio dalle lacrime di Shiva e conferisca a chi ne indossa i semi, il potere di superare la paura, permettendo, quindi, di controllare stress e portare pace, stabilità e sernità. Ricerche moderne hanno evidenziato come questi semi abbiano proprietà elettromagnetiche e induttive (pari a 7 millivolt, pari, cioè, a quanto rilevato nella maggior parte dei corpi).

Liberamente tratto da: K. V. Singh, Hindu Rites and Rituals
Foto di Sara Ottanà

 

Diwali

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11/11/2015

In questi giorni ricorre la festa di Diwali, la festa delle luci. A seconda del credo, i festeggiamenti possono durare anche 5 giorni ma la notte principale coincide con quella più buia della luna nuova, quest’anno OGGI.

Prima di questa notte le persone preparano le proprie case pulendole, sistemandole e decorandole con luminarie, candele e lampade a olio.

Diwali rappresenta la vittoria della giustizia e l’elevarsi dello spirito sopra al buio, verso la luce, della conoscenza sull’ignoranza, della speranza sulla disperazione. La sua celebrazione si riferisce alla luce della conoscenza superiore che disperde ogni forma di ignoranza, quell’ignoranza che ci nasconde la nostra vera natura. Con questa nuova consapevolezza arriva la compassione, la capacità di sentirsi parte di un UNO, senza divisioni, senza schieramenti. Quando ci sentiamo parte di un uno cominciamo a entrare in RISONANZA con gli altri; come un violino che non venga suonato comincerà a far vibrare le proprie corde accanto a un altro violino che venga suonato, così anche noi abbiamo il superpotere di sintonizzarci con gli altri.

Possiamo usare questo superpotere per condizionare in maniera positiva l’energia degli altri  attraverso le nostre parole, gli sguardi, il sorriso, le azioni.

Buon Diwali

Namaste

Navaratri #3

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19/10/2015

Oggi entriamo negli ultimi tre giorni di Navaratri, quelli dedicati a Sarasvati. Sarasvati è la dea della conoscenza e delle arti (letteratura, musica, pittura, poesia) ma anche della verità, del perdono e delle nascite.

Solo attraverso la conoscenza, infatti, è possibile giungere alla liberazione dal Samsara, il ciclo della morte e delle rinascite, e arrivare all’illuminazione. Nei Rig Veda Sarasvati è un possente fiume le cui acque sono ritenute creatrici, purificanti e nutrienti, proprio come la conoscenza.

Di solito è rappresentata vestita di bianco, colore della purezza della vera conoscenza, seduta su un loto (simbolo di umiltà ma anche di regalità nel senso più alto del termine) o su un cigno bianco ( simbolo di discernimento tra bene e male e tra etrno ed effimero).

È rappresentata con 4 braccia che rappresentano i 4 aspetti coinvolti nell’apprendimento:

  1. La mente
  2. L’intelletto
  3. La coscienza
  4. L’ego

Le mani reggono:

  1. I Veda, ossia la conoscenza universale ed eterna
  2. Un mala di perle bianche che reppresenta il potere della meditazione e della spiritualità
  3. Un’ampolla piena di acqua purificatrice e creatrice
  4. Una vina ( lo strumento musicale dal quale discende il sitar) che rappresenta le arti

Nel nono giorno di Navaratri tutti i libri e fli strumenti vengono deposti presso le statue di Sarasvati in modo da essere venerati.

In questi tre giorni proviamo a dedicarci a creare, studiare, suonare, leggere e a osservare il poacere e la leggerezza che ne ricaviamo.