Bharadvaja – La gioia della condivisione

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Bharadvaja era uno studente molto serio e dedito ai suoi studi sui Veda, gli antichi testi filosofici che da sempre ispirano il cammino dei ricercatori spirituali. I Veda coprono un così ampio raggio di argomenti e conoscenze che nessuno, a parte Bharadvaja, aveva mai espresso l’ambizione di conoscerli e padroneggiarli tutti. Così spese la sua prima esistenza mortale in questo studio e, quando rinacque, seppe subito che il suo scopo era continuare a studiare.

In questo modo, tentando di ottenere i più alti risultati spirituali, esaurì per la seconda volta il suo tempo sulla terra; e nello stesso modo andò la sua terza incarnazione. Era diventata addirittura famosa la storia  di questo asceta misantropo che passava tutto il suo tempo, giorno e notte, a studiare i Veda. Nulla sembrava poterlo distrarre da quello che riteneva essere il modo giusto per arrivare all’illuminazione.

Così, giunto al termine della sua terza incarnazione, sul letto di morte gli apparve Shiva. A questa vista Bharadvaja trasalì dalla gioia, convinto di essere arrivato alla fine del suo ciclo di incarnazioni e, grazie ai suoi studi, aver conquistato la liberazione spirituale e l’illuminazione.

Invece Shiva apparve piuttosto deluso e si espresse in maniera brusca in un rimprovero “Cosa stai facendo Bharadvaja?”

Bharadvaja, con un filo di voce, ma speranzoso, rispose: “Sto morendo, Shiva, non sei forse qui per questo? Per portarmi via con te?”

Shiva, scuotendo la testa, rispose: “Assolutamente no, non hai imparato altro che questo in tutto questo tempo” e così dicendo andò a prendere tre pugni di polvere da tre montagne, una per ogni vita, e glieli  mostrò.

“Vedi? Hai speso tre vite per imparare perfettamente i Veda e certamente ne sei il maggior esperto vivente, ma hai passato il tempo a raccogliere la polvere della conoscenza dalle montagne e hai tralasciato di conoscere le montagne stesse! A cosa ti è servito tutto questo studio? Sei qui a morire solo, triste, con nulla di gioioso da raccontare e soprattutto non hai condiviso con nessuno la gioia che proviene dalla conoscenza. E’ nella condivisione della conoscenza che questa prende davvero valore, e ti rende vivo e vive dentro di te e dopo di te.”

Così Shiva decise di dargli una grande opportunità: gli concesse di rinascere per mettere a frutto questa lezione, promettendogli che, se lo avesse fatto, sarebbe stata la sua ultima incarnazione prima della liberazione.

La sua vita seguente fu dedicata all’insegnamento, invece che allo studio, condividendo la gioia della conoscenza con moltissimi discepoli.

Al termine della sua vita giunsero da ogni parte a rendergli omaggio. Anche Shiva giunse, alla fine, e pose la sua mano, ancora una volta, sulla spalla di Bharadvaja.

“Ora capisci come la realizzazione e la gioia siano nella condivisione della saggezza contenuta nei Veda e non nella mera conoscenza? Hai visto quante persone hai ispirato, alleggerito e liberato con al tua opera? Ora, come promesso, sarai liberato dal ciclo delle rinascite”.

“Grande Shiva, nonostante non ci fosse cosa che desiderassi di più, ora devo rispettosamente rifiutare la tua offerta, perché ho scoperto che non c’è gioia  più grande della condivisione della conoscenza e della gioia con gli altri e vivere in questa consapevolezza”

Nataraja, la Danza e la Creazione

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Vishnu era abbandonato in un sonno profondo sul grande serpente Sesa, mentre galleggiava sulle acque della materia indifferenziata tra la distruzione e la creazione dell’universo.

Il Dio si svegliò e cominciò a raccontare a Sesa il suo sogno su Shiva. Un gruppo di 10mila rishi si era inorgoglito a tal punto della propria santità da ritenerla proprio merito più che un dono degli dei. Shiva decise allora di andare a visitarli insieme a Vishnu.

Vishnu prese le sembianze di Mohini, una splendida incantatrice, mentre Shiva si trasformò in Bhiksatana, uno yogin bello e affascinante.

Non appena i due arrivarono a Tillai i rishi si innamorarono di Mohini, mentre le loro mogli persero la testa per Shiva. I rishi furono disturbati da questa improvvisa piega degli eventi e dal caos che aveva travolto il loro ordinato e pacifico mondo. Cominciarono allora a reagire in maniera violenta, lanciando maledizioni allo yogi e alla moglie, ma ben presto si resero conto che queste non avrebbero sortito alcun effetto.

Prepararono allora un fuoco magico dal quale liberarono una feroce tigre. Rimasero però sconvolti quando videro Shiva sollevare l’animale con una mano e col mignolo dell’altra togliere la pelliccia per indossarla. I rishi fecero uscire dal fuoco un gigantesco serpente che puntò i velenosissimi denti su Shiva.

Ancora una volta, con orrore, lo videro inchinarsi, raccogliere il serpente e avvolgerselo al collo come ornamento.

I rishi fecero allora un ultimo disperato tentativo facendo uscire dal fuoco un nano orribile che si scagliò contro lo yogi solo per ritrovarsi in terra sotto il piede della figura sempre più risplendente del Dio.

Da qualche parte nell’anima del Dio nacque un suono lontano. Con il tamburo che aveva in mano Shiva cominciò a seguire il ritmo lento e cadenzato, simile al battito del cuore. Quindi, ancora bilanciandosi sul nano, cominciò a ballare la sua grande danza della creazione e della distruzione.

Smesse le spoglie del nomade yogi si mostrò come il Dio luminoso, mentre le sue braccia e gambe dardeggiavano e risplendevano come raggi al sole.

Man a mano che il ritmo del tamburo aumentava tutto quello che non era Shiva si disintegrava evaporando nel nulla fino a quando, giunti al culmine del nulla, rimasero solo gli dei.

Shiva allora si fermò e, riprendendo di nuovo un ritmo lento e cadenzato, così come aveva eliminato il mondo, lo ricreò, lanciando stelle nel cielo, evocando la vita sulla terra, compiendo un’armoniosa danza di grazia e amore.

Foto di Catia D’Ambrosio