Hampi giorno 2

  
Il secondo giorno, che poi è il primo giorno vero e proprio, si apre con una pratica alle 5 😑 il nostro insegnante,  Deepak, è molto giovane anagraficamente.  Mi sembra piuttosto emozionato a insegnare al nostro gruppo e si vede che ci tiene a fare bella figura. Risultato: 1 ora e mezza di lavoro approfondito di cesello su saluto al sole e trikonasana. Alla fine della pratica è sudato più lui di noi. Ci saluta con un sospirone di sollievo vedendo i nostri sorrisi rilassati. Patil ci lascia il tempo di fare una doccia, mettere la maglietta col logo della sua scuola che ci ha regalato e tornare giù per la cerimonia di apertura. Quando ci riuniamo in giardino assomigliamo di più a una squadra di cricket che a un gruppo di praticanti di yoga. Siamo veramente pittoreschi, Nunzio ha pure la stampa sulla schiena al contrario, sembra un’ambulanza.

Il gran cerimoniere dello yagna di apertura è il nostro insegnante di Astrologia Vedica, Manoj, che, dopo aver sentito intonare i mantra, ho prontamente ribattezzato Julio (Iglesias) per la sua vocazione melodica. Sul pavimento sono stati disegnati dei rangooli con la polvere colorata, disteso un telo a righe rosse e sistemato un braciere. La cerimonia dura 1 ora abbondante tra canti di mantra, offerte di tutti i tipi da gettare nel fuoco, pallini sulla fronte (il famoso tillak), bracciali legati ai polsi. Man a mano che andiamo avanti si aggiunge gente (sconosciuta) al gruppo: camerieri, inservienti e persino il direttore dell’albergo dove alloggiamo. Ovviamente non può mancare la foto finale, come vuole la tradizione del cricket. Eccoci tutti in piedi, con una banana in mano e una paresi in faccia. Faccia peraltro affumicata dal fumo della yagna. 

Dopo la colazione tocca ad astrologia vedica. Julio la prende un po’ alla larga e comincia a spiegarci cosa siano karma, dharma e destino. Jyotisha, nome sanscrito dell’astrologia vedica, detta anche scienza della luce, si occupa delle emozioni, lo yoga della mente e l’ayurveda del corpo. Finiamo giusto in tempo per andare a pranzo e poi pomeriggio libero, ci si ritrova alle 18 per una pratica di Shiva Flow. Visto il tema del mattino ho pensato a Trikona Flow, così introduciamo un po’ di miti e filosofia. Nella pausa pomeridiana decidiamo di riposarci un po’, ma io ho fatto i conti senza l’oste. Non appena mi sdraio sul letto vengo aggredita da Lorenzo che cerca di soffocarmi per farmi sentire la bontà dei fiori della mala che ci hanno dato alla cerimonia, mentre Edoardo mi arraffa una gamba spingendola verso l’alto per schienarmi. Addio relax. Nonostante tutto riesco a tenere la lezione di Shiva Flow in modo dignitoso. Finiamo che sembriamo usciti dalla doccia. 

La serata passa piacevolmente al bar, tra una risata, una chiacchiera e un topo che passeggia amabilmente in giardino. 

Buona notte!

Hampi giorno 1

  
Il viaggio della speranza. Disfatta sul letto alle 21.21 fisso il vuoto. Adesso dormo, ma prima scrivo due righe, che poi mi dimentico e invece voglio raccontare di un nuovo gruppo in viaggio, misto e variegato, che già, nonostante le ore di viaggio, ride e condivide. Questa volta abbiamo deciso di venire ad Hampi, un sito archeologico patrimonio dell’Unesco, che visiteremo nei prossimi giorni. Il nostro albergo si trova ad Hospet, a 8 chilometri. Soliti clacson, guida spericolata da infarto (oggi abbiamo fatto un bel contromano in autostrada, perchè a noi la vita noiosa non piace). Per strada le mucche, ma non solo. Qui abbiamo una varietà faunistica polimorfa: le mucche, ma anche i buoi con la gobba, che Edoardo ha rinominato la mucca-cammello, i maiali pelosi, molto pelosi, gli scoiattoli e i soliti cani, tutti uguali, giallini, magri, col muso da tapiro. Uguali a quelli di Mysore. 

L’unica pratica che siamo stati in grado di affrontare oggi è stato lo Yoga Nidra, o meglio, che hanno affrontato. Io sono stata con Lorenzo ed Edoardo e siamo andati a fare un giro in tuc tuc per la città. Mentre giriamo per le vie affollate di bestie varie, macchine, moto e camion che strombazzano a più non posso mi viene in mente la domanda che ho fatto a Patil prima di partire: ma nel posto dove siamo, ci sarà qualche negozietto?! Non è che siamo in mezzo al nulla?!

Varkala – giorno 9

  
L’ultimo giorno è sempre triste. Sapere che stai partendo, senza sapere se e quando potrai tornare ti lascia una sensazione di sospensione che cerchi di colmare facendo un’abboffata di immagini, odori, sensazioni e suoni che ti porterai dietro. Abbiamo deciso di dividerci in due gruppi. Uno partirà dopo pranzo per andare a visitare Trivandrum prima di andare all’aeroporto, l’altro si godrà l’ultima giornata a Varkala.  Patil mi annuncia che a mezzogiorno  ci sarà una cerimonia di chiusura per salutarci. Sarà tenuta da nientepopodimenoche Adolf! Mentre vado avanti e indietro per sistemare tutto e preparare la valigia compare Prana ji. Ha l’aria piuttosto confusa. Forse è venuto a salutarci, che carino. Invece no, scopro da Patil che Parana ji si è appena svegliato ed è corso da noi convinto di dovere tenere una lezione, peraltro a un’orario nel quale non ne abbiamo mai fatte. Comincio a valutare la possibilità che il pranayama possa danneggiare alcuni funzioni.

La cerimonia è molto bella. Adolf è andato a prendere delle collane di fiori freschi e profumatissimi e tra un om e un gorgheggio ci inghirlanda con aria solenne. Momento selfie, con coreografie varie e ultimo pranzo in giardino. Dopo esserci salutati tutti ed esserci scambiati inviti sparsi tra Italia, Varkala, Kashmir e Karnataka partiamo. Il viaggio è come sempre pittoresco, tra contromano, sorpassi improbabili, strombazzamenti e telefonate varie che fanno sembrare la macchina un all center. Adolf passa da momenti di narcolessia profonda a momenti iperattività molesta, in cui parla velocissimo ciondolando con la testa. È gasatissimo e ci propone di andare alla spiaggia di Kovalam. Decliniamo gentilmente, dicendo che vorremmo andare a vedere Trivandrum, magari un mercato tipico. Ci guarda, ciondola la testa e decide di portarci alla scuola di yoga dove ha iniziato prima a praticare, poi a insegnare. Ci porta nella sala dedicata a Shiva, dove fa un paio di gorgheggi. Come al solito parte intenzionato a farci ripetere il mantra. Ne canta un pezzetto, ripetiamo, un altro pezzetto, ripetiamo poi parte in tromba, velocissimo e finisce a razzo. Niente, non ce la fa. Dopo un po’ si annoia. L’unica che e riuscita a tirar fuori qualcosa di buono dalle nostre ugole è Deepa, l’insegnante della mattina che ci ha fatto fare una meditazione molto bella, chiusa dal mantra Lokha Samastha Sukino Bhavantu, che augura a tutte le creature sulla terra di poter vivere in pace e armonia. 

Ci muoviamo alla volta del mercato, ma invece di andare al mercato tipico  ci troviamo in un suoermercato. Comincio a pensare che oltre al pranayama anche la pratica degli asana non faccia proprio benissimo. Tra l’altro Adof di Calcutta ci dice che Prana ji è stato il suo guru. Tutto prende un significato. Adolf ci ripropone di andare alla spiaggia di Kovalam. Capiamo che, finchè non riuscirà a portarci là, non riusciremo a fare altro. Cosi accettiamo. Io li adoro gli indiani. Hanno questa resistenza passiva per cui non esiste il no. Quando decidono che devi fare o vedere qualcosa stai sicuro che lo farai ed è inutile opporsi. La loro capacità di sagomarsi e far rimbalzare ogni diniego è unica al mondo. Non resta che lasciarsi trasportare e vedere cosa succede. Ci ritroviamo cosi catapultati ad Alassio. Sì, perchè Kovalam sembra una località ligure. C’è persino il budello, lungo il quale seguiamo, anzi rincorriamo Adolf. Ci porta a mangiare la ristorante di un suo amico che sembra Cocciante. Ci dice che la sua shala si trova propio di fianco al ristorante e ci indica un punto dove si trova una specie di serra. Mentre mangiamo Adolf sparisce. Lo vediamo sfrecciare avavnti e indietro, saluta tutti ed entra nella serra. Ecco, quella strana serra che assomiglia alla gabbia del full contact è la sua shala e dopo mangiato ce la mostra con un orgoglio quasi commovente. È un uomo tronfio.

È giunta l’ora di andare in aeroporto per ritrovare gli altri e terminare il nostro viaggio. Ci regaliamo un piccolo diversivo visitando Dubai, visto lo scalo di 9 ore, ma lo scarto tra l’India e Dubai e quasi scioccante.

Alla prossima, India. Per ora ,pmi accontento di godere di quello che ho raccolto e imparato questa volta. 

Varkala – giorni 7 e 8

  
Ieri sera sono crollata. Non sono riuscita a scrivere il post, o meglio, l’ho scritto, ma poi per sbaglio l’ho anche cancellato, per sbaglio ovviamente. Ieri mattina e questa mattina abbiamo praticato con il nostro Adolf di Calcutta e ci è venuto un po’ di rimorso per averlo richiesto per la pratica della mattina. Era un uomo a pezzi, uno sbadiglio ambulante. La pratica é durata poco (è stata comunque intensa e costallata di addominali e saluti al sole) poichè Adolf ha deciso di lasciare un bel po’ di spazio a savasana. I suoi savasana sono particolari. Si muove tra i tappetini gorgheggiando come Cenerentola quando pulisce i pavimenti nel film della Disney, mentre i corvi, le falene e ogni tipo di insetto gli svolazzano attorno poeticamente. Il momento più bello, però, lo tocchiamo quando tira fuori il cellulare e mette la versione brutta del gayatri mantra, che spesso stoppa improvvisamente, senza un perchè. Dopo aver passato il resto della mattinata a mangiare, alle 12 Adolf viene a prenderci per andare a visitare l’ashram di Sri Narayana Guru e, a seguire, il tempio di Shiva. All’ashram siamo gli unici occidentali e suscitiamo molta curiosità. Selfie e foto come se piovesse. Adolf vuole farci provare l’esperienza di mangiare il prasad, il cibo preparato nell’ashram, così ci mettiamo in coda. Lorenzo si guarda attorno incuriosito. Le finestre hanno le sbarre, come le prigioni, nello stanzone dove si mangia, tavolacci in fila con panche si susseguono, dando alla sala l’aspetto di una mensa. Entriamo e ci sediamo in fila, uno accanto all’altro. Gli inservienti passano e ci portano foglie di banano come piatti su cui gettano letteralmente il cibo. Lorenzo impazzisce di gioia e si mangia due foglie complete, con le mani, come un vero indiano. Intanto si guarda intorno: sembra una prigione. Guarda quello dell’ergastolo! Mangia come se non dovesse uscire mai più di qui! Terminato il prasad, una bella sciacquata ai rubinetti fuori e via, alla prossima tappa.

Al tempio si accede da una scalinata bella lunga che passa attraverso un arco dove si trova una statua di Vishnu seduto sotto Sesa, il serpente. Entrati, a destra, l’albero delle offerte per avere un figlio, pieno di bamboline appese (a dir la verità un po’ macabro, le bamboline sembrano impiccate). Purtroppo il tempio è chiuso, apre la sera, così ci accontentiamo di guardare la parte esterna, mentre Adolf riprende a gorgheggiare senza posa, fermandosi solo quando vede un punto favorevole per una bella foto di gruppo, l’ennesima.

Torniamo a casa e decidiamodi passare il resto del pomeriggio alla spiaggia nera. Lorenzo giocatutto il pomeriggio a calcio e a cricket con un gruppo di indiani (adulti) mentre noi ci dedichiamo a fare video al tramonto.

Questa mattina avevamo ancora Adolf e, a seguire, Parana ji, che però non si presenta. Ci troviamo comunque qualcosa da fare in attesa della colazione: compiliamo il test sui dosha che ci ha lasciato Anu per vedere se siamo Vata, Pitta o Kapha. L’operazione è più complicata del previsto. Dopo colazione vengo rapita da Patil per parlare di progetti futuri. Patil parla di progetti grandiosi, a lungo e breve termine mentre mi sento sopraffatta dall’idea di dover programmare qualcosa. Soprattutto nello stati in cui mi trovo ora, comatoso. In un momento di lucidità gli chiedo se possiamo avere un’ultima lezione con Tricky e patil acconsente per una pratica nel pomeriggio. Lorenzo è curioso di vede come insegni Tricky, così viene a praticare anche lui un tour de force che si snoda tra addominali, saluti al sole frenetici, inversioni e inarcamenti folli. A un certo punto mi ritrovo chiusa (o aperta, dipende dal punto di vistaj in Natarajasana, con la lianta del piede sinistro appoggiata alla nuca, alla mia nuca! Ma allora si può fare! Un bel Pincha per compensare e divertirsi e…. ciao! É tardi devo andare, fate coi savasana!

Ci riprendiamo mentre aspettiamo l’arrivo di Prana ji, che si oresenta con 1 ora di ritardo, sembra persino scocciato. Ci fa fare un quarto dkora di kapalabhati (voglio morire) e poi un po’ di nadi sodana e via! Finita anche questa lezione. Mi sento ubriaca e defo ancora seguire l’ultima lezione di Anu, dove la interroghiamo sulle rispoet del test per capire che tipi siamo. Sono ancora confusa 😑

Varkala – giorno 6

  
La giornata è iniziata nel peggiore dei modi, che si sappia. Convinti di praticare con il nostro nuovo mito, Adolfo di Calcutta, ci ritroviamo davanti all’insegnante della mattina precedente, quello che ha fatto la lezione più lenta dell’universo. Non che non ami la lentezza, adoro lo yin yoga per esempio, ma alcune sequenze o le fai a ritmo sostenuto o diventano insostenibili. La temperatura alle 5 di mattina si è leggermente abbassata, per cui bradipo decide di farci fare Ashtanga per scaldarci. Allo shock per la mancanza di Adolf di Calcutta si aggiunge il trauma di un’ora e mezza si Ashtanga, per di più con lui.

Iniziamo la pratica, io sono veramente di pessimo umore a questo punto. Cerco di accettare quello che viene, appoggio le ginocchia a ogni chaturanga per evitare di infiammare la mia spalla sifüla. Bradipo descrive minuziosamente ogni parte del corpo in ogni singola posizione. Non mi sto scaldando, ma in compenso sono ancora più nervosa di prima. Penso alla durata della prima serie e vengo presa dallo sconforto più nero. Non c’è verso che aumenti il ritmo, ad ogni ripetizione dice le stesse cose. Il malumore serpeggia, forse lui se ne accorge, o forse no; a un certo punto salta a piè pari un pezzo delle standing postures, ci fa andare a terra e chiude la sequenza con qualche compensazione. Siamo salvi! 

La lezione di ayurveda è una vera delizia. Anu è fantastica e super paziente con noi. Oggi abbiamo trattato pitta e ovviamente, mentre ieri ci sentivamo un po’ tutti vata, oggi eravamo davvero pitta. Suppongo che domani ci sentire kapha al 100%

La giornata passa pigramente tra spiaggia, cibo, cocco e un po’ di shopping. Le lezioni della sera prevedono una sessione di pranayama e meditazione e la lezione col nostro uomo. Prana ji arriva con un nuovo tovagliolone al collo, quello di ieri, che usava durante il pranayama per pulirsi il naso, doveva essere devastato. Anche oggi lavoriamo con kapalabhati e bhastrika. Ho perso il conto di quanti ne abbiamo fatti, oltre che l’orientamento, ma la meditazione finale e come un giro su marte. La mente è leggerissima, il corpo praticamente inesistente. È come se avessi perso completamente i confini del mio corpo. Purtroppo, non so bene dopo quanto, Prana ji ci richiama al presente. Cerco di riavermi per scoprire che ci aspetta savasana, un altro viaggio, questa volta nel pavimento. La parte posteriore del mio corpo sembra squagliarsi sul tappetino.la terra sembra aprirsi per accogliermi e mi viene in mente l’immagine di Sita che viene trovata nel solco di terra di un campo da Janaka. Gli chiedo che spiegazione abbia lui sul fatto che, al termine del pranayma, io quasi sempre non abbia mai il bisogno reale  di respirare. Si illumina entusiasta: è lo stato meditativo più puro! No breath, no thoughts!

Carichi come delle molle dal pranayama ci prepariamo per la lezione di Adolf di Calcutta che è assolutamente fantastica. Ci spara una serie infinita di saluti al sole A modificati che ci scaldano e sciolgono così tanto che quando ci propone kurmasana ci scivolo dentro senza alcuna difficoltà. Arriva come al solito il momento del suo concertino durante la lezione. Gli piace un sacco cantare. Oggi ci mette in samasthiti e canta in “inglese” un mantra che mixa Shiva, Krishna e Vishnu ad Ave Maria. Mi sorprendo al primo momento, ma poi rifletto su quanto sia profondamente induista questo atteggiamento di inclusione degli altri riti. Il clima è divertente, ma lavoriamo parecchio e con impegno e lui è soddisfattissimo. Anche oggi si è portato Lorenzo sul suo tappetino e se lo è coccolato tutto. Alla fine facciamo la foto di gruppo, o meglio, ne scattiamo quattro perché c’è sempre qualcosa che non va bene, ma lui è al settimo cielo, non sa più cosa fare per dimostrarlo. Ci spiega dei trucchetti per trattare i punti riflessi nel caso di dolori e ci racconta che ha studiato hatha, ashtanga, Iyengar e Krishnamacharya yoga. Un pozzo di scienze.

La giornata si chiude con un altro colpo di Patil. Un paio di giorni fa gli avevo chiesto di terminare alle 18 le lezioni per andare a vedere uno spettacolo di Kathakali e, dopo qualche ora, mi era ricomparso davanti con un volantino dicendo di aver scoperto che non si trattava di uno spettacolo, ma di un film. Cosi ha organizzato la rappresentazione da noi, dopo cena. Onestamente non sapevo neanche cosa fosse il kathakali, ma ogni volta che c’è qualcosa di nuovo da vedere io ci sono. La trama era tratta da un racconto di mitologia induista, e già la cosa mi ha entusiasmato. Erano tutti uomini, ma due erano truccati da donna. Un demone, brutto, ma brutto, così brutto da diventare bello. La faccia nera con i contorni degli occhi gialli e rossi, dei capelli finti lunghissimi, artigli argentati e una mimica facciale impressionante. Il demone trasformatosi in bella ragazza, invece, sembra Platinette mora. Ogni movimento e sottolineato dal suono martellante di un tamburo e dei cimbali.

Questa sera Lorenzo e io ce ne stiamo in camera tranquilli, magari riesco ad andare a letto prima di mezzanotte… chissà 

Varkala – giorno 5

  
Oggi è il compleanno di Lorenzo. Compie 12 anni. Fatico a trovare le parole per descrivere le emozioni di questi giorni e la gratitudine infinita che sto provando per quello che sta succedendo. Ho deciso di portare lorenzo con me in India perchè stava passando un periodo difficile e tempestoso fatto di insicurezze, piccoli e grandi drammi, spaesamento per il futuro e insoddisfazione per il presente. Speravo che la magia dell’India potesse aiutarci in questo percorso in salita, ma non mi sarei mai aspettata di vedere quello a cui sto assistendo in questi giorni. Guardo questo ometto passeggiare per la via dello shopping di Varkala, salutando tutti, in inglese. Si ferma a chiacchierare, in inglese, va e viene come se abitasse qui da sempre. Oggi gli facevano gli auguri per strada persone che non avevo neanche l’idea di chi fossero. Patil lo coccola portandolo a fare merenda, a giocare a pallone, portandogli la torta del compleanno con su il disegno di un pallone da calcio. E a questo incredibile gruppo di persone che hanno creato un’armonia e una leggerezza che lo ha nutrito, rassicurato e fatto crescere saremo sempre riconoscenti per la magia a cui ho assistito. A loro va la mia eterne gratitudine.

Oggi ci sono state anche altre magie. Il corso con la dottiressa di ayurveda, per esempio, ci ha folgorati. Il guru, Prana Ji, che sembra il nome di un dj di Ibiza, che con kapalabhati e bhastrika ci ha mandati in orbita. Ma il vero colpo della giornata è stato lui, il nostro Adolf. Entrato come riserva in sostituzione di una classe di mudra saltata all’ultimo momento, il nostro Adolf ci ha sorpresi e stregati. Lorenzo ci aveva visto lungo e stasera ha deciso di partecipare alla lezione perchè invitato da lui in persona. Adolf se lo a caparra subito e lo piazza sul suo tappetino. Mantra di apertura che ormai sa di dover cantare da solo quando tiene lezione da noi, e poi via con una serie si saluti al sole che Flash spostati. Arrivati a meta dei 12 saluti ci muoviamo tutti come fossimo posseduti; i nostri corpi sembrano di gomma, scivolando avanti e indietro al ritmo scandito dal nostro uomo. Finita la serie Adolf opera una trasformazione che ha dell’incredibile e da carnefice si trasforma in taumaturgico davanti alle nostre facce sbigottite. Elisa avanza l’ipotesi che in realtà si tratti di Madre Teresa. Lo osserviamo mentre, tra uno scricchiolio e l’altro, agisce sulla schiena di Anny per farle passare il torcicollo. Le monovre sono inquietanti, ma l’effetto è sorprendente. Nel frattempo è calato il sole e le zanzare ci aggrediscono. Mi sento un puntaspilli. Madre sembra agitarsi e comincia a fare cose strane che culminano in un sirsasana lampo di mezzo respiro prima di ordinarci con cipiglio uno savasana durante il quale prima ci fa ascoltare la versione più improbabile del Gayatri Mantra mai sentita e poi un suo assolo composto da una selezione di pezzetti di mantra stile dj che manco Al Bano. Ci ordina di alzarci, si scusa per le zanzare e ci dice che gli farebbe piacere venire a insegnare ancora da noi. È amore ormai. Chiedo a Patil di assegnarcelo anche domani mattina.

Varkala – giorno 4

  
Oggi abbiamo scoperto il vero nome di Tricky. Si chiama Vijit, ma noi continueremo a chiamarlo Tricky, ovviamente. Stamattina era su di giri e, dopo il solito riscaldamento con frullio di caviglie, spalle e polsi e addominali camuffati in ogni movimento, ci ha fatto fare i saluti al sole come se ne andasse della nostra vita. Nonostante alle 5.30 la temperatura non sia alta, dopo due saluti ero già in un bagno di sudore. Mentre pratichiamo noto che la sequenza sta assumendo aspetti più complessi. Compaiono asana un po’  più difficili, ma mai mi sarei aspettata di dover fare tutto d’un fiato ashtavakrasana, parsva bakasana, mayurasana, sirsasana e pincha mayurasana tutte di fila, a quest’ora, senza un preavviso congruo. Lui si è divertito parecchio, comunque. Alla fine della lezione facciamo una foto tutti insieme, un selfie da campus californiano, più che una foto di un corso di yoga. A seguire torna Kavita per finire la descrizione del metodo di meditazione con istalinga. Finalmente, in serata, faremo la meditazione completa. Durante la lezione della mattina ci spiega come nel dodicesimo secolo, in India, i brahmini avessero preso così tanto potere, mantenendo segreta tutta la conoscenza che si tramandavano solo di padre in figlio, da diventare la casta più presuntuosa e prepotente. In cima al sistema delle caste c’erano loro, mantenuti dalla  casta dei guerrieri, tra i quali c’era anche il re. Sorto i guerrieri c’erano i commercianti che, attraverso il pagamento delle tasse, manteneva brahmini e guerrieri. Sotto ancora c’era la casta del popolo, che sosteneva sulle proprie spalle tutto il sistema, senza avere però nessun diritto. Solo gli uomini potevano fare i brahmini. Le donne erano escluse e non poteva neanche entrare nei templi. E proprio in questo panorama si inserisce la storia di Basaveswar, destinato a diventare brahmino, che per protesta rifiuta di diventarlo perché la sorella maggiore viene esclusa. Basaveswar crea cosi un sistema fondato sull’idea che il divino si trovi ovunque e che non occorra entrare per forza in un tempio per trovarlo.

Finite le lezioni della mattina decidiamo, al volo, di andare a visitare la città di Varkala (noi siamo al mare). Lorenzo fa il suo primo giro su un rikshaw indiano. Impazzisce di gioia. Siamo in 7 cosi decidiamo di prenderne tre. Il nostro è il più comodo ed elegante, con una seduta super-imbottita, ricoperta di velluto, dal gusto ovviamente raccapricciante. Quello di Elisa, Valentina e Marianna è invece il più tamarro: dotato di casse da discoteca, viaggiano con la musica techno a palla. Credo le abbiano sentite fino a Dheli. Partiamo e i tre rikshaw cominciano a fare la gara, andando a 30 all’ora, incuranti di macchine e motorini sull’altra corsia. Lorenzo è sempre più esaltato. Arriviamo finalmente a Varkala, tutti interi, a parte le orecchie di chi è capitato sul mezzo techno. Varkala è un paese che si arrotola su se stesso, senza mucche, senza cacche di mucca, senza mercato puzzolente, insomma, una delusione. Per fortuna troviamo un localino inaffrontabile dove entriamo a provare pakora, banane fritte e masala chai. Come sempre il localino inaffrontabile non delude, offrendoci delle delizie e lo show del “barista” che si esibisce in evoluzioni spettacolari mentre prepara il chai. Mai viste tante piroette per una tazza di te. A pranzo mangiucchiamo qualcosa e poi via affare un bagno nell’oceano. In spiaggia, al posto dei classici gabbiani, in Italia un must, qui ci sono le aquile, che pescano direttamente dall’oceano. La sabbia e morbidissima, quasi vellutata e glitterata.

Torniamo indietro di corsa per le lezioni del pomeriggio. Ci troviamo davanti un insegnante di meditazione (purtroppo non il guru del primo giorno) che ci fa fare una meditazione nella qualeperdo completamento    l’uso delle gambe (a un certo punto sembravo il sindachì di ortone, quando gli fanno l’anestesia al braccio e lo trascina a destra e a manca) e una sessione di yoga nidra nella quale perdo completamente i sensi. Mentre galleggio non so bene dove mi sento afferrare per un pollice e mi ritrovo in mezzo a tutti i miei compagni seduti . Più tardi scoprirò che l’insegnante di meditazione ha dovuto rianimare praticamente tutta la classe.

Segue la lezione dell’insegnante di mudra che mi ricorda la lorenzin, quindi non particolarmente simpatica. Parte subito con un’interrogazione, ma con mossa scaltra mi arrampico sugli specchi facendole credere che la sera prima abbiamo parlato della sua lezione per tutta la sera. La cosa la ben dispone e parte con un monologo, interrotto ogni tanto da un: come on explain rivolto a me. Arranco per tradurre i paragoni assurdi e per niente calzanti che riesce a tirare fuori ogni volta. Mi viene anche un po’ da ridere, ma ce la facciamo a tirare fino alla fine della lezione senza altre figuracce.

E poi arriva il momento della meditazione con Kavita. Patil ha fatto pulire uno dei cottage per fare la meditazione al buio con la candela. Ci ritroviamo tutti seduti a terra, vicini in questo momento magico. Ne esco rigenerata e lei ci saluta dicendo che le mancheremo e chiedendo una foto tutti insieme. Ci salutiamo un po’ malinconicamente, ma in serata riesco a convincere il mitico Patil a farci fare qualche altra lezione con lei. Olè! Domani asana, ayurveda, pranayama e… mah. Sicuramente festeggeremo il compleanno di Lorenzo!

Varkala – giorno 3

  
Questa mattina mi facevano male anche i muscoli dei nostri vicini di stanza. I miei non bastavano. Per fortuna siamo riusciti a dormire bene. Così bene che, quando è suonata la sveglia alle 5.10, mi son svegliata di colpo chiedendomi chi avesse puntato la sveglia a notte fonda. Ho dovuto dirmi che ero stata io, per andare a praticare. Arrivati nella sala da pratica scopriamo che la luce non funziona. Accidenti, dovremo tornare a letto, ci diciamo, con aria di circostanza, ma la magia dura poco. L’ingresso dell’ipertricotico convince le luci ad accendersi così, come per magia. Anche questa mattina la pratica con lui è molto piacevole. Guida bene, ma quando c’è da sorridere sorride, quando c’è da ridere ride. Quando pratichi e ti comporti con satya, con onestà verso gli altri e verso te stesso, si vede subito. Tricky ha uno sguardo limpido, un sorriso pulito, quasi da bambino. Ha la sicurezza di chi non sa di essere speciale. Ma lo è.

La pratica delle 5.30 è un momento inaspettatamente piacevole. Il clima è piacevole, fa ancora fresco. Iniziamo col buio e a metà pratica vediamo sorgere il sole. Tra le palme da cocco ci sono sempre i corvi, la loro voce è diventata il nostro sottofondo e ogni tanto ne passa qualcuno a volo radente, attraversando la sala da pratica.

Anche questa mattina Tricky prova con un mantra. Parte deciso, ci fa ripetere la prima parte. Noi diligenti ci proviamo, ma proprio non è il nostro punto di forza. È evidente dal suono che esce dalle nostre bocche, è evidente perchè lui, la seconda parte la canta e senza fermarsi procede deciso fino alla fine del mantra.

Finita la pratica di asana abbiamo la nostra fatina di Instant Healing, Kavita che oggi ci spiega i passaggi del metodo. Ci racconta della figura del Guru, della funzione della Linga, dei concetti di jangam, Vibhuti, Rudrakshi e Mantra. Alcuni con etti sono piuttosto complicati e tortuosi e Kavita ha l’aria quasi disperata davanti alle nostre facce da pesce lesso. 

Finita la lezione e fatta la colazione, decidiamo di andare in gruppo a bere il cocco in un localino appena fuori. Il proprietario ci dice che ci impiegherà una decina di minuti perchè deve aspettare che il ragazzo si arramoichi sulla palma. Il cocco appena raccolto è una meraviglia. 

Dopo pranzo Lorenzo e io andiamo a fare un po’ di shopping per fare i regalini ad alcuni dei suoi professori. Camminiamo per la stradina sterrata che costeggia l’oceano e lo guardo muoversi sicuro, come se fosse qui da sempre. Si ferma a chiacchierare in inglese, mi indica i negozi dove sono piu simoatici e divepreferisce  comperare. Ci fermiamo a prendere delle sciarpe, mentre io pago lui sta fuori col marito a chiacchierare di calcio: Lory non vuoi entrare a vedere se c’è qualcosa che ti interessa? No no, mamma, entra tu, io sto parlando. Lo guardo stupita. È sorprendente quello che sta succedendo in questo viaggio, quanta autostima e confidenza in se stesso stia acquisendo. Mentre chiacchiero mi compare con i due figli. Stanno parlando, sempre in inglese. Salta fuori che dopodomani è il compleanno di Lorenzo così i due bambini si mettono a cantare Fra Martino e lei gli regala una collanina. Rimane confuso. È felice e riconoscente, gli brillano gli occhi. Riusciamo a fare il giro di tutta la via, entrando e uscendo dai negozietti. Il tempo passa e noi non ce ne accorgiamo. Chiacchieriamo, ridiamo, ci diamo consigli. Mi piace tanto passare del tempo con lui. Mi rendo conto di essere quasi in ritardo per la lezione delle quattro. Da brava milanese comincio ad affrettarmi, poi mi ricordo di essere in India. Mi ricordo della mezz’ora accademica e smetto di correre per andare a rilassarmi… meglio rilassarsi per andare a rilassarsi.

La lezione del pomeriggio rischia di saltare. L’insegnante di oggi pomeriggio ha avuto un contrattempo. Facendo finta di essere disoiaciuti, per la seconda volta ci prepariamo a bigiare, ma Patil è troppo organizzato e fa tenere una lezione a un nuovo insegnante che sta facendo tirocinio, credo. È emozionatissimo, mi fa tenerezza e nello stesso tempo mi suscita ammirazione. Ci tiene a fare bella figura e si fa in quattro per noi per 1 ora e mezza. Si uniscono al gruppo un paio di ragazzi indiani suoi amici, uno dei quali, mentre facciamo kapalabhati, digerisce più che rumorosamente dietro di  me. Rimango sempre colpota dalla loro naturalezza nell’esprimersi con tranquillità sotto ogni punto di vista.

Al termine della lezione gli facciamo i complimenti e gli chiediamo di fare una foto tutti insieme. Credo che in quel momento abbia toccato il cielo con un dito. Non sta più nella pelle. È cosi felice che chiede selfie a tutti, sudando copiosamente nella sua camicia ormai maculata, sotto lo sguardo evidentemente scocciato dell’insegnante della lezione successiva che sta aspettando che ritorni l’ordine.

Ci ricomponiamo e iniziamo una lezione di mudra, ma la stanchezza comincia a farsi sentire. Sguardi vacui, aria da zombie. La mudrista decide di risvegliare la nostra attenzione facendo domande a sorpresa un po’ di qua e un po’ di là. E ci dà i compiti per il giorno dopo 😱

Quando li faremo? Mah, probabilmente domani a tavola. Questa sera ci facciamo un altro giretto e andiamo a salutare i nostri amici indiani

Varkala – giorni 1 & 2

  
Mi sembra di essere tornata in India da mesi, ma sono passati solo due giorni. Due giorni intensi e pregni, confusi, così confusi da farti perdere la nozione del tempo. Siamo arrivati a Varkala con un abbondantissimo ritardo, stravolti perché non siamo riusciti a dormire in aereo. Sembrava che i bambini più capricciosi del globo si fossero dati appuntamento sui nistri due voli. Che coincidenza simpatica…

Il primo ostacolo da superare è il controllo del visto. Visto elettronico, ottenuto in pochi giorni in Italia. L’India si iriprende i giorni guadagnati facendoci agonizzare in coda. I vecchi visti avanzano velocemente, la fila si sfoltisce. I visti elettronici, che nella mia sciocca mente avrebbero dovuto essere super- veloci, vengono ricopiati al computer a mano. Dobbiamo farci scattare l’ennesima foto ( e sono ancora incredula che mi abbiano fatto passare, essendo più vicina al panda che all’essere umano, visto le occhiaie), lasciare le impronte digitali e aspettare. Il risultato di tanta attesa è una scena da apocalisse al nastro per la restituzione delle valigie. Mi sono sempre domandate perché gli indiani abbiano questa passione viscerale per gli scatoloni, al posto delle valigie. Alla partenza del nastro compaiono scatoloni su scatoloni, chiusi nei modi più fantasiosi e bizzarri, alcuni deformati e panciuti, in procinto di esplodere, altri imbalsamati con lo spago. Ovviamente le nostre sono le ultime valigie. Il ritardo accumulato sale a 2 ore.

Fuori dall’aeroporto troviamo l’autista del pulmino che ci porterà a destinazione. Riconosco subito l’inconfondibile stile di guida, ma mi accorgo che i clacson non sono vispi e ingombranti come quelli di Mysore. Qualche suonatina qua e là, ma si capisce subito che i clacson di Mysore sono di un altro livello.

Dopo una buona ora e mezza di viaggio, durante la quale le nostre teste hanno ciondolato a destra e sinistra, il pulmino gira bruscamente a sinistra, la pila di valigie sull’ultimo sedile (no, non usiamo il bagagliaio per trasportare le valigie, è noioso) ci troviamo in una vietta polverosa e, se possibile, ancora più sconnessa  e malmessa della strada principale. Ci fermiamo e siamo finalmente arrivati!

Per il nostro arrivo hanno organizzato una piccola cerimonia di benvenuti/purificazione, ci danno le camere e ci nutrono. A noi, Lorenzo a me, Patil ha riservato una casetta adorabile in giardino, distaccata dal corpo centrale. Mi piace, è bella e lui è stato molto gentile, eppure ho delle resistenze ad accettare la sistemazione. Più tardi scoprirò anche il perché. 😣

Il posto è da vero incantevole. Siamo in cima alla costa che dà sull’oceano. Il panorama è bellissimo. Palme da cocco ovunque, l’azzuro di cielo e oceano che si incontrano e una passeggiata lungo la costa popolata da localini, baretti e negozietti coloratissimi. È un’India differente da quella che ho in testa, quella di Mysore, fatta di mucche sdraiate in mezzo alla strada, venditori di noci di cocco, marciapiedi sventrati e cumuli di spazzatura. Qui è tutto più “ordinato”. Sembra di essere in vacanza, cose che effettivamente è, ma mi devo ancora abituare ad associare l’India a questo. Certo, c’è sempre della spazzatura gettata qua e là a ricordami dove mi trovo, ma è un’altra cosa.

Non domi decidiamo di andare in spiaggia e facciamo persino il bagno. Con mia grande gioia scopro che l’acqua è calda, così faccio il bagno anche io e rimango in acqua anche un bel po’. Lorenzo e al settimo cielo mentre salta tra le onde. Si dice che bagnarsi in queste acque purifichi da ogni peccato. Siamo a posto per i prossimi due secoli, credo. Alle 3 torniamo indietro per la cerimonia del fuoco che Patil ci ha organizzato. Quello che sarà uno dei nostri insegnanti di asana (che ci ha torturato giusto questa sera) ci spiego cosa getterà nel fuoco, che tipo di legno usa e cosa dovremo fare. Il focolare è guarnito con fiori gialli e rosa, in mezzo un mucchietto di legnetti, davanti a lui piattini con diverse polveri. La cerimonia dura 55 minuti tra lanci di polveri e legnetti, canti, tamburi, ghirlande. Ora siamo purificati oltre ogni livello possibile immaginabile. A suggellare la nostra ormai imminente santità, il nostro insegnante-torturatore, che d’ora in poi per comodità chiamerò Adolf, ci porta al vicino tempio dedicato a Shiva. Si tratta di un tempietto moderno, di modeste dimensioni. Sopra l’ingresso uno Shiva pieno ditesca ci accoglie minaccioso. Mentre entriamo, dopo aver rigorosamente lasciato le ciabatte fuori, suona la campana. Siamo arrivati giusto in tempo per la pooja. Una scampanellata al centro, giro di fuoco per la statuta di Kali, una scampanellata a destra, firo di fuoco per la staitua di Parvati e unascampanellata a sinistra, con giro di fuoco per la Lingam. Tutti fuori, il tempio sta chiudendo. La mia mente corre ai nostri aperipooja del primo anno da Ramesh e ridacchio da sola. Quanto mi mancano.

Torniamo indietro per la cena. I miei occhi sembrano ormai due vongole. Non mi ricordo più quando sono riuscita a dormire l’ultima volta. Finito di mangiare decido di farmi unabella doccia. La mia fronte assume espressioni proprie, grazie anche alla crosta salata e a tutte le sostanze che mi ci hanno spalmato sopra durante la giornata nei vari riti. Mi sembra di essere un beluga, con la fronte bombata e prominente.

Entro in bagno ed eccolo lì che mi aspetta, il secchio per rovesciarsi addosso l’acqua. Dal muro spunta una sola manopola. Come sarà questa acqua?! Beh, siamo in India, come vuoi che sia? Fredda, ovviamente! A onor del vero non è proprio fredda, è diversamente calda. Mi infilo finalmente a letto, col pensiero che la mattina dopo sarò sul tappetino alle 5.30. Spegniamo la luce e ci addormentiamo sotto una zanzariera da bella addormentata.

Mi sveglio improvvisamente, sento grattare alla finestra. Non proprio sollevata dalla cosa mi alzo e a tentoni raggiungo la luce. Dietro la tenda scorgo qualcosa di peloso cheraspa contro la zanzariera per entrare. Davanti a me si parano una serie di animali tra lo schifoso e il potenzialmente letale. Con aria coraggiosa e cuore tremebondo mi avvicino alla finestra, apro la tenda pronta ad affrontare il temibile ratto che tenterà di attaccarmi unamalattia incurabile. Niente. È un gattino che quando mi vede scappa a gambe levate. Torno a letto sollevata, ma dopo un po’ si sveglia Lorenzo per ancare in bagno. Riaccendo la luce e rimango sdraiata nel letto, sempre sotto la zanzariera della bella addormentata, mentre Lorenzo si alza. To my horror, DENTRO alla zanzariera, proprio in coma, sopra la mia testa, mi osserva lo scarafaggio più grosso che abbia mai visto. É così grosso che stento a riconoscerlo come scarafaggio. Zompo fuori dal letto e cerco di farlo uscire dalla zanzariera per eliminarlo, ma, nonostante la mole, l’essere orripilante si infila tra le assi del letto e… ciao notte, ciao sonno. Lorenzo e io ci rannicchiamo sull’altro letto, alle 3, in attesa delle 5.30. Chiacchieriamo di tante cose, giochiamo a fare i draft con il suo telefono (non so bene di cosa si tratti, me ci siamo divertiti).

Alle 5.15 ci avviamo verso la sala da pratica. Lorenzo, ovviamente, non e rimasto a letto, così lo sistemo su una poltroncina dove pisola mentre noi pratichiamo.

Arriva il nostro insegnante, un giovane ipertricotico vestito di arancione, con un sorriso contagioso. Iniziamoa fare movimenti di riscaldamento e, proprio quando arriva la parte del saluto al sole, arriva un insetto volante, ipertricotico come il nostro insegnante, che p, sbandando a destra e a manca, crea scompiglio nel gruppo. La scena è surreale. Gente che corre in giro per la sala facendo versi e smorfie, lui con le braccia alzate e l’aria incredula che dice: it’s not dangerous. Sorridendo.

Riusciamo a riportare la calma e cominciamo a praticare. Due ore che filano via lisce, alternando asana rilassanti ad altri un po’ più imoegnativi, ma tutti nei limiti di un povero e massacrato essere umano, minato nel fisico e nel mirale dalla mancanza di sonno. Una meraviglia davvero. Al termine della pratica tenta addirittura di farci cantare un mantra, ma come era gia successo il giorno prima alla pooja, il risultato va oltre il raccapricciante e l’ipertricotico rischia la calvizie. 

Arriva la nostra insegnante di Instant healing (fa molto power ranger mystic force, lo so) e mudra. Una delizia che ci dona subito, con una semplicità disarmante, il primo trucco verso pace e serenità. Si tratta di una tecnica che merita un video da “I segreti di nonna papera” che farò prossimamente.

Vi spoilero solo il risultato: ci ritroviamo con un respiro cosi ampio e arioso che le fisherman’s friends in confronto sono Zigulì.

Il pomeriggio è dedicato, giustamente al nulla spinto: spiaggia, purificazione oceanica, shopping e trasloco in una camera senza ospiti.

E arriviamo alla pratica di Adolf, dalla quale usciamo tutti ciucciati. Il cipiglio col quale ci dice di fare le cose è a tratti inquietante, ma noi seguiamo ubbidienti. Così dopo aver fatto fare cose piuttosto semplici, ma a un ritmo da timelapse, lui ci guarda e sentenzia: now we do pincha. Uno alla volta ci aspetta sul suo tappetino, per l’occasione trasformato in patibolo (rosa), per un pincha seguito da un adho mukha vrksasana, aka verticale sulle mani), e un aggiustamento in adho mukha svanasana che a momenti mi fa uscire dallo sterno le vertebre.

Finiamo con uno savasana durante il quale, purtroppo, ho perso i sensi a tratti. Tutti sdraiati mentre lui gorgheggia dei mantra che non avevo mai sentito (o forse non li riconosco, saltellando tra i tappetini. 

Ecco, finito, posso andare a turarmi addosso la mia secchiata d’acqua in pace. Mi giro per arrotolare il tappetino, ma no, e arrivato il guru di meditazione. Ma di lui vi racconto domani. Stasera mi aspetta un letto libero.

Meru e Kailash

  

  

Meru e Kailash sono montagne molto differenti tra di loro e spesso sono messe a confronto. Il monte Meru ha fiumi, ruscelli, molto verde, alberi, frutta e fiori; è colorata, ricca e fertile.

Il monte Kailash è il suo opposto; è rocciosa, coperta di neve, immobile, senza colore e senza vita.

Gli dei e la loro dimora, il Devloka, sono associati associati al monte Meru mentre gli eremiti e Shiva al monte Kailash. Nulla cresce qui, ma la cosa non influenza Shiva che continua a meditare e non ha bisogno di nulla. È una motnagna formidabile e la gente ha paura di andarci.

Tuttavia se Shiva rimanesse in meditazione non sarebbe utile a nessuno. Indra non osa andare da lui per portarlo giù dalla montagna, così gli dei chiedono alla Dea di intervenire. La Dea prende il nome di Parvati, figlia del dio della montagna e convince Shiva a scendere nuovamente sulla terra e diventare padre di famiglia, facendo parte del mondo materiale. Lo porta a Varanasi dove scorre il Gange, conducendolo dalla stabilità (sthira) al mondo instabile e mutevole (asthira). 

Devlok with Devdutt Pattanaik 2