Sethu Bandha Sarvangasana

Durante il quattordicesimo anno di esilio di Rama, sua moglie Sita fu rapita da Ravana, che la portò sulla sua isola, Lanka. Hanuman aiutò Rama a cercarla e, una volta trovata, tornò da lui; insieme organizzarono un esercito di scimmie per andare a prenderla. Giunti sulla costa indiana si pose loro il problema di come attraversare l’oceano per arrivare sull’isola. Costruire un ponte era impensabile. Hanuman, allora ebbe un’idea; prese dei massi, vi incise sopra il nome Rama e li lanciò nell’acqua. Incredibilmente i massi non colarono a picco sul fondo dell’oceano, ma, grazie all’incisione, galleggiarono formando uno stabile ponte che permise loro di arrivare sull’isola e liberare Sita.

La manifestazione dell’universo

Vac , la dea della parola, del discorso e del suono

Nella Brihad aranyaka Upaniśad si parla della manifestazione dell’universo.

” Il Brahman è infinito ed è infinita anche la manifestazione universale: ciò che è infinito ha origine dall’infinito. Anche traendo l’infinito dall’inifinito, l’infinito resta infinito.”

Il Prajapati, il primo uomo, ebbe due gruppi di figli: i Deva e gli Asura. I Deva chiesero la facoltà della parola, Vac (Chiamata anche Sarasvatī) e venne data loro la facoltà della recitazione. Gli Asura si resero conto che in questo modo i Deva li avrebbero superati, perciò lanciarono un maleficio sulla parola e crearono così gli insulti. Nei versi successivi il procedimento si ripete con l’odorato, l’udito e la mente. L’influsso degli Asura creai i cattivi odori, i rumori molesti e i pensieri negativi. Quando però fu la volta dell’energia vitale, che risiede nella bocca, il maleficio degli Asura fallì: si ritorse contro di loro, li schiacciò e li disperse in ogni direzione.

Brihad aranyaka Upaniśad 1.3.2 – 1.3.7

Matangi, la dea della trasformazione

  

Matangi mudrā è il gesto dedicato a una divinità femminile poco conosciuta, ma molto affascinante. Potremmo definirla come l’alter ego di Saraswatī, che viene definita come la protettrice delle arti e della parola. Si dice che Matangi sia la protettrice di chi ragioni e pensi fuori dagli schemi e rappresenta le 64 arti. Si racconta che fosse la sorella di Śiva, una sorella un po’ fissata con le buone maniere e la casta dei brahmini, che mal sopportava le abitudini del fratello. Śiva non faceva caso alle critiche della sorella, ma Pārvatī ne era talmente infastidita che un giorno decise di maledirla e condannarla a rinascere nella casta degli intoccabili, a Varanasī. Da allora Matangi viene associata agli outsider ed è legata al potere dell’ascolto e della capacità di cogliere il significato e convertirlo in coscienza e pensiero. La parola etichetta e stereotipa i concetti, ostacolando, spesso, il contatto diretto dello spirito con gli oggetti nominati. Il potere di Matangi è quello di utilizzare in modo corretto le parole per andare oltre e trovare il significato profondo che si trova al di fuori dei limiti demarcati dalla tradizione e dall’abitudine.

Nato due volte

Esiste un asana che si chiama Svarga Dvidasana. É una posizione che richiede equilibrio, concentrazione, apertura e allungamento. Viene normalmente tradotto com Uccello del Paradiso, poiché Svarga è una sorta di Paradiso induista, dove le anime rimangono in attesa della successiva reincarnazione, quelle che si sono comportate bene. Dvid significa, letteralmente, nato due volte. Esistono tre “cose” nate due volte:

– gli uccelli, che nascono in un uovo e rinascono quando l’uovo si rompe.

– i denti, che nascono quando siamo piccoli, cadono e rinascono

– lo yogi che nasce, vive e rinasce quando decide di intraprendere il proprio cammino yogico

Ogni volta che srotoliamo il tappetino e pratichiamo abbiamo l’occasione di rinascere, assaporando il paradiso, anche nel mezzo del caos della vita. Ogni pratica ci dona una nuova prospettiva.

Il corvo e il cocco

  
Nello Yoga Vasistha si racconta del rapporto tra il giovane Ram (reincarnazione di Vishnu e futuro re) e il suo precettore Vasistha. Un giorno Vasistha racconta questa breve storia al proprio allievo: un corvo stava volando nel cielo quando, stanco, decise di fermarsi e posarsi sul ramo di una palma da cocco. Nel preciso istante in cui il corvo atterrò sul ramo, una noce di cocco si staccò e cadde a terra. I due eventi sembrano connessi tra di loro. L’arrivo del corvo sembra aver provocato la caduta del cocco. In realtà tra le due cose non esiste alcune relazione. La nostra mente spesso crea delle relazioni tra 2 eventi per soddisfare l’insito bisogno dell’uomo di spiegazioni logiche. 

“Comportati come se tutto quello che fai facesse un mondo di differenza, tenendo a mente che tutto quello che fai non fa nessuna differenza per il mondo” Siamo destinati ad agire con fede, fiducia, devozione, interesse ed entusiasmo, usando tutta la nostra saggezza, la nostra abilità, tenendo a mente che questo non fa alcuna differenza.La parte importante è quello che accade dentro di noi mentre lo facciamo. 

Ultima notte di Navaratri

  

Oggi entriamo nell’ultimo giorno di Navaratri, dedicato a Sarasvati. Sarasvati è la dea della conoscenza e delle arti (letteratura, musica, pittura, poesia) ma anche della verità, del perdono e delle nascite.
Solo attraverso la conoscenza, infatti, è possibile giungere alla liberazione dal Samsara, il ciclo della morte e delle rinascite, e arrivare all’illuminazione. Nei Rig Veda Sarasvati è un possente fiume le cui acque sono ritenute creatrici, purificanti e nutrienti, proprio come la conoscenza.

Di solito è rappresentata vestita di bianco, colore della purezza della vera conoscenza, seduta su un loto (simbolo di umiltà ma anche di regalità nel senso più alto del termine) o su un’oca selvatica ( simbolo di discernimento tra bene e male e tra etrno ed effimero).

Ha 4 braccia, che rappresentano i 4 aspetti coinvolti nell’apprendimento:

1. La mente

2. L’intelletto

3. La coscienza

4. L’ego

Le mani reggono:

1. I Veda, ossia la conoscenza universale ed eterna

2. Una mala di perle bianche che reppresenta il potere della meditazione e della spiritualità

3. Un’ampolla piena di acqua purificatrice e creatrice

4. Una vina ( lo strumento musicale dal quale discende il sitar) che rappresenta le arti

Nel nono giorno di Navaratri tutti i libri e gli strumenti vengono deposti presso le statue di Sarasvati in modo da essere venerati.

Janaka e l’aratro

  
Re Janaka era un governante compassionevole e retto. Aveva profondamente a cuore il suo regno ed era amato e riverito da tutti i suoi sudditi. Tuttavia, una grande tristezza affliggeva il re e sua moglie. Erano senza figli e ne desideravano disperatamente uno. Per molti anni avevano cercato di rendere propizi gli dei, ma in vano. 

Vedendo regina e re così tristi, anche i sudditi soffrivano profondamente. La preoccupazione del re interferì anche sull’amministrazione del regno. Presto, i campi cominciarono a seccare e il regno, un po’ alla volta, cominciò a decadere. Quando giunse anche un’alluvione, Janaka capì di dover intervenire, per evitare che il suo regno scomparisse per sempre. Sentendosi colpevole delle condizioni nelle quali il regno versava, si buttò anima e corpo nell’impegno di controllare i danni e porre rimedio. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, le cose non sembravano migliorare, così Janaka decise di ripartire da zero, occupandosi di persona delle terre. Il re prese un aratro e decise di arare la terra, ormai arida, fino a quando gli dei non fossero stati soddisfatti, mandando l’acqua necessaria a farla rinascere. Il re era ignaro della sorpresa che lo attendeva, mentre lavorava sotto il sole cocente. Impegnato com’era dal lavoro e dai pensieri, Janaka quasi non si accorse del pianto di un neonato, proveniente dalla terra che stava arando. Il pianto divenne sempre più forte, fino a quando Janaka non lo sentì. Il re cominciò a cercare e trovò una bellissima bambina nascosta in uno dei solchi da lui arati. Il suo cuore esplose di gioia, mentre osservava i piedini e le manine della piccola. Prese allora la neonata tra le sue braccia e cercò di calmarla, confortandola e asciugando le sue lacrime. Decise di portarla a palazzo alla moglie. La bambina rimase con loro e fu chiamata Sita.

Hampi giorno 11

  
È arrivato il momento di partire. La mattina abbiamo la cerimonia di chiusura e la consegna dei diplomi per i partecipanti. Alla vigliacca Patil ci chiede di dire qualcosa sui giorni passati insieme. Ognuno dice la propria. Li guardo mentre parlano sorridenti. Un gruppo assortito, un misto particolare, di età, gusti, provenienze. Eppure, ognuno, con la propria diversità e le proprie peculiarità, si è amalgamato nel grande tutto che era il nostro gruppo. Ci siamo aiutati nelle difficoltà, abbiamo riso, ci siamo emozionati. L’India mette a nudo, ti mette in difficoltà, ti ribalta il corpo, il cuore, la mente. E loro ora sono lì, che parlano sereni e sorridenti di questi 10 giorni passati insieme, che potrebbero essere 30, 1 mese, 1 anno, tanto il tempo qui in India si dilata, perde di valore e si trasforma in esperienze, sguardi, emozioni, parole non dette per mancanza di parole, momenti sospesi all’alba, su un sasso, in silenzio, in mezzo al nulla, lo sguardo all’orizzonte. Ogni volta che vengo in India mi chiedo cosa sia la felicità. Qui in occidente è più facile per me descrivere e definire le emozioni. È tutto più netto, delineato, a fuoco. Quando vado di là, in India, ma mi è capitato anche in Vietnam, la mia certezza su cosa sia la felicità vacilla. In occidente potrei dire che la felicità è stare bene. In oriente il concetto stesso di stare bene si trasforma. Tutte le volte che ci vado cerco di osservarmi all’arrivo e alla partenza. Osservo il fastidio che mi danno certe cose all’inizio e il fatto che le stese cose alla fone siano diventate normalità del quotidiano. La doccia è un momento-soglia in questo senso. In India, negli alberghi per il turismo indiano, non internazionale, la doccia e composta da un rubinetto, un secchio grande e uno piu piccolo. Fai scendere l’acqua, che raccogli nel secchio grande per non sprecarla, e ti lavi gettandoti addosso l’acqua (spesso fredda) col secchio più piccolo. All’inizio e scomodo, è sicuramente più comodo il getto d’acqua che ti cade addosso a casa, ma dopo qualche giorno, dopo che il momento-soglia e passato, ecco che il piccolo secchiello diventa casa, quando torni in camera dopo una giornata in giro tra polvere e sudore. Sono sempre io, ePpure sono un’altra io, che ritrovo tutte le volte che vengo qui, da questa parte del mondo. E cosi anche il viaggio in mini-bus di 8 ore da Hampi a Bangalore diventa una benedizione. Tutti insieme. Chi dorme, chi chiacchiera, chi ascoltala musica, chi riguarda le foto di questi giorni. Grazie India, grazie anche a questo gruppo. Bello, tanto bello, che si è accettato cosi com’era, così com’è ora e che mi ha fatto commuovere quando ho dovuto parlare io davanti a tutti. Ecco, questo volevo dire quando mi sono fermata e non sono più riuscita ad andare avanti. Namaste, uno dei Namaste più sentiti di sempre, perché la luce, in ognuno di voi, l’ho vista davvero.

Hampi giorno 10

  
Ultimo giorno, gran finale. Questa mattina siamo finalmente andati a visitare il tempio che mi ha folgorata e per il quale ho voluto organizzare il viaggio qui ad Hampi. Vitthala Temple, il tempio dove si trova il famoso carro di pietra. Arriviamo lì molto presto, è domenica, ci sarà tanta gente. Entriamo, siamo da soli! Ma proprio soli soli. Silvestro comincia a raccontarci e a spiegare tutte le parti del tempio. Un tempietto riservato al canto dei mantra, uno più grande riservato ai balli e alle danze, uno per mangiare. In tutti i templi le colonne sono costruite in modo che ognuna, se percossa, suoni una nota differente. Nel tempio della danza ci sono numerose statue di suonatori con diversi strumenti. Il carro di pietra è semplicemente meraviglioso ed essere qui  da soli va oltre ad ogni mia aspettativa. Come sempre in questi giorni ci prendiamo tutto il tempo che ci serve. Ci sediamo tutti insieme nel tempietto dei mantra  al fresco, ci riposiamo, in silenzio. 

Usciamo dopo 1 ora, nel frattempo sono entrate 4 persone. Camminiamo in mezzo a questi massi immensi, accatastati uno sull’altro in posizioni improbabili che sembrano sfidare la gravità. Raccontano che la loro posizione sia il risultato della guerra tra le scimmie narrata nel Rāmāyana. A un certo punto notiamo una serie di piccole pile di sassi, anch’essi messi in bilico uno sull’altro. Silvestro ci racconta che i senza tetto usano creare queste piccole costruzioni come voto per richiedere alle divinità la grazia di ottenere una casa. Ce ne sono davvero tante. 

Tra le nostre mete c’è anche il luogo dove, nel palazzo del re, venivano tenuti gli elefanti. Una vera e propria scuderia, dove ogni elefante aveva il proprio “garage”, ampio e fresco. Edoardo decide di farci fare una visita guidata della struttura dove abitavano color che si occupavano degli elefanti. Statua per statua, ci racconta le caratteristiche di ognuna e, quando non sa bene chi o cosa si la statua improvvisa: “Ecco, qui vediamo una divinità metà uomo e metà pesce.” Dice osservando perplesso un bassorilievo che sembra ritrarre un busto di uomo con la coda da sirena. “La parte sopra è Shiva, quella sotto una sirena. Per questo si chiama Shivanetta”.

Dopo una lunga camminata sotto al sole che comincia a scaldare parecchio arriviamo la nostro pullman che ci porta a fare colazione. Comincio a distinguere i luoghi da cui siamo passati nelle gite precedenti. Dopo colazione continuiamo i nostri giri e, a un certo punto, capitiamo in un tempio sotto terra dedicato a Shiva. Silvestro ci porta verso la parte centrale dove si trovava un tempo, la statua del dio. Ormai il mio naso è diventato sensibile a certi odori e riconosco la presenza di pipistrelli. E infatti, entrando in un antro buio sento strani movimenti. Gli occhi ci impiegano un po’ ad abituarsi al buio, ma, quando lo fanno, sul basso soffitto scorgo un tappeto di animaletti pelosi. Alcuni si mettono a volare in tondo. Da una parte mi affascinano, ma ammetto che dall’altra mi fanno una certa impressione. Siamo stanchi e chiediamo di poter tornare in albergo a riposare un po’.

Hampi giorno 9

  
Oggi giornata di riposo. Abbiamo la nostra solita pratica alle 6, poi una lezione di Pranayama, colazione e una di Ayurveda (che io salto per stare con Lorenzo ed Edo, ci va Max questa volta). Noi decidiamo di fare un giretto appena fuori all’albergo e troviamo un posto dove vendono nientepopodimenoche le Lays! Le patatine preferite di Edo. Ne facciamo una piccola scorta per i momenti difficili. Il resto del giorno scorre pigramente fino alla sera quando arriva la pratica serale, che però fa Max perchè tocca a lui. Mentre tutti fanno Ashtanga sul prato sottostante noi ci mettiamo sul balconcino a guardare, bere una pepsi e mangiare patatine. Che meraviglia, piccoli momenti magici. Una giornata di completo riposo.

Il momento clou arriva dopo cena. Patil ci regala un sari a testa e ci viene spiegato come indossarlo. Ci chiudiamo in una stanza, ognuna con la propria striscia di tessuto colorato. Sono uno più bello dell’altro, luminosi e coloratissimi. Ci viene spiegato che la prima parte, che per tutti è diversa rispetto al motivo del resto del sari, serve a far fare la casacchina che si mette sotto al sari e che lascia la pancia scoperta. Il resto della stoffa serve a imbalsamarsi e arrotolarsi. Loro la fanno facile, con gesti sicuri e veloci fanno una serie di vestiti bellissimi, con pieghe perfette, io ci provo, ma sembro una appena scappata di casa. La parte di sorto ha una foggia che potremmo definire standard, favile da eicordare,ma difficle da eseguire, perchè la pieghe davanti non devono essere troppe, altrimenti invece di una bella indiana sembri Pattabhi Jois nel famoso video dei mutandoni. Esiste una versione un po’ più semplice nella quale fissi dei pinti di riferimento con le spillette e poi con calma fai le pieghe per poi fermare anche queste con una spilla da balia. In realtà alla seconda spilla da balia mi sono già persa e sembro San Sebastiano. Opto per la versione piu “difficile” ma sicura. Le pieghe vengono un po troppo gonfie e, effettivamente, sembro un signore con problemi di prostata, ma per essere la prima volta ci può stare, dai… vengo sistemata da due mani indiane sapienti, che si muovono con fare sicuro tra le pieghe del tessuto e mi appiattisxono un po’ l’enorme bozzo frontale. Ora possiamo passare alla parte superiore. Tira di qui, gira di là, plissetta  anche qui ed eccoci. Se respiro rimango in mutande. Mi sento come una statua greca. Mentre cerco una posizione che sembri disinvolta parte una nuova spiegazione. Attenzione! Non esiste mica un solo modo per sistemare il sari nella parte superiore. Ne esistono almeno almeno altre 6 o 7. La confusione aumenta, non so più dove mettere cosa e soprattutto come: variante con velo sulle spalle, davanti, sulla testa, alla ciato davanti come una cintura, da gran festa (dove probabilmente vieni servita, riverita e imboccata perché, dovendo tenere i lembi del sari nelle due mani, ogni azione ti viene preclusa), da lavoro (dove hai le mani libere e puoi fare anche i labori più impegnativi e pesanti senza rimanere nuda). Alla fine decidiamo che per quanto riguarda la parte superiore possiamo lavorare di fantasia e inventarci nuove fogge. È piu semplice…

E comunque jeans e t-shirt sono più facili da mettere.