L’oca selvatica e il respiro

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Qualche giorno fa sono andata a Firenze a seguire un seminario di Diego Manzi sulle divinità indiane. Tra le tante meraviglie che ci ha raccontato, una ha risvegliato il mio lato nerd in modo particolare.

Hamsa è l’oca selvatica nonché il vahana o cavalcatura del dio Brahmā. Si dice che sia in grado di dividere il latte dall’acqua e, in maniera traslata, il bene dal male. Al caso nominativo, in sanscrito, si scrive Hamsaḥ. Saḥ, sempre in sanscrito, significa Quello e indica l’Assoluto o Paratman. Ham indica l’Io o Jivatman. Ripetendo di seguito Hamsaḥ-Hamsaḥ, il visarga, ossia ḥ fa sì che aḥ si trasformi in o, per cui il suono diventa il mantra HamsoHamsoHamso, mantra legato al nostro respiro e che significa “Io [sono] quello”. Si tratta di un Ajapa Mantra, ossia di un mantra non recitato, ma interiorizzato, che ripetiamo circa 21.400 volte la giorno, tanti sono, più o meno i nostri respiri.

Grazie Diego 🙂

Perché si canta Śanti 3 volte?

Unknown

 

Śanti (Shanti) in sanscrito significa pace, armonia. Dove troviamo pace e armonia troviamo, indiscutibilmente, felicità. Avere la fortuna di vivere in un tempo e in un luogo di pace, tuttavia, non è sinonimo di felicità. Già, perché la pace può essere esteriore o interiore. Nonostante possa condurre una vita apparentemente pacifica e piena di agi, una persona può non essere in pace con se stessa. La pace interiore può essere turbata da paure e preoccupazioni. I rishi dell’antica India analizzarono i motivi che disturbano l’equilibrio mentale dell’uomo e giunsero alla conclusione che tutti i turbamenti e le sofferenze provengono da 3 origini.

La prima comprende le forze della natura sulle quali l’uomo non può nulla, come terremoti, allagamenti, uragani, eruzioni vulcaniche etc.

La seconda comprende fattori come gli incidenti, i crimini, le relazioni umane “malate”, la gelosia.

La terza comprende le azioni passate che non sono state ripagate dall’uomo nelle sue vite precedenti.

Nella loro ricerca della pace i rishi scoprirono il principio di trivaram satyam, ossia “ciò che viene ripetuto sinceramente per tre volte si realizza”. Così, quando si canta 3 volte Śanti, la pace prevale sulle tre fonti di disequilibrio nella nostra vita. Il primo Śanti viene cantato in tono più alto, verso le forze della natura. Il secondo, un po’ più basso, è diretto a ciò che ci circonda. L’ultimo, il più basso, è rivolto a se stessi.

Pace in cielo, in terra e dentro di noi.

Il potere del suono e della parola

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Sono sempre stata convinta che attraverso le parole la nostra mente riesca a chiarirsi maggiormente le idee. Quando racconto a qualcuno qualcosa o comunque parlo ad alta voce, i concetti si mettono in ordine, le idee prendono una forma più concreta, come se tutte le componenti dell’idea, fino ad allora rimasta fumosa e non ancora ben definita, andassero a posto e il puzzle si ricomponesse formando e mostrando la figura finale. Per questo non amo molto le “trasformazioni” linguistiche a causa delle quali vengono accettate brutture come “a me mi” o “ma però” semplicemente in virtù del fatto che sono diventate di uso comune nella parlata. Parlare bene ordina le idee, ordina i concetti e crea chiarezza mentale, secondo me.

Reduce da un altro meraviglioso incontro di Sanscrito, mi trovo a riflettere. In particolar modo quest riflessione è nata dallo studio dei pronomi personali e dei verbi in Sanscrito, perché questa volta ho scoperto che in questa lingua, ma anche nelle moderne lingue indiane l’ordine non è prima, seconda e terza persona singolare e plurale, terza, seconda e prima persona, singolare e plurale. La cosa potrebbe sembrare di poco conto, effettivamente è solo una convenzione. Che importanza può avere l’ordine col quale enuncio un verbo? Tuttavia dietro a questo “ordine al contrario” si nasconde un concetto che io trovo affascinante e molto vero: la nostra conoscenza parte dal mondo che ci circonda, col quale entriamo in contatto attraverso i sensi e dalla periferia, piano piano, ci muoviamo verso il centro. Dalla terza persona passiamo alla seconda per poi approdare alla prima, noi stessi. Capisco che possa apparire un concetto un po’ da “nerd della linguistica”, ma questa scoperta è stata, per me , illuminante. Per la filosofia indiana (e non solo) l’origine di tutto è il suono primordiale om (aum). Il suono crea, il suono illumina.