Go-mata, la madre terra

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Nell’induismo antico gli uomini credevano che la divinità si trovasse ovunque: Yaksha  (spiriti benevoli) nelle rocce e nei sassi, Apsara (ninfe dell’acqua) nei corsi d’acqua e nei fiumi e Gandharva nelle piante. Nel Bhagavata Purana Krishna sradica un albero e lo spezza in due per liberare due Gandharva. Le mucche sono adorate come madri, go-mata; la natura, Prakriti, è raffigurata sotto forma di mucca perché ciò che la terra produce è ciò che ci nutre, come il latte della vita.

Koundinya, uscire da sé per entrare in sé

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Quando il re Suddhadana e la regina Maya ebbero il loro figlio Siddharta, molti saggi e personaggi illustri andarono a palazzo per rendere omaggio al piccolo e prezioso principe. Tutti i saggi manifestarono la propria gioia e il proprio augurio con profezie di grandezza, prevedendo che il principe avrebbe espanso il regno e governato con saggezza e magnificenza. Tutti tranne uno. Quando fu il turno di Koundinya di dare la propria profezia, disse che certamente il principe sarebbe diventato il più celebre re mai esistito e che avrebbe regalato la felicità e la libertà al genere umano, liberandolo dalla sofferenza e dalla paura della morte, ma per fare questo avrebbe anche rinunciato al regno paterno e al trono. Disse che tutti lo avrebbero chiamato il Buddha, l’illuminato, e che lui, Koundinya, sarebbe stato il primo a chiamarlo così.

A queste parole il re andò su tutte le furie e spese ogni suo sforzo nel tentativo di proteggere il figlio dalla vista di qualunque traccia di sofferenza o invecchiamento umano che potesse ricondurlo all’idea di morte e dolore.

Tuttavia, come ben tutti sanno, il giovane Siddharta volle visitare il mondo e, nonostante gli sforzi paterni nel tentare  di evitargli la vista di sofferenza e morte, ebbe la possibilità di vederle e ne fu così colpito da decidere di lasciare di nascosto il palazzo per intraprendere il suo cammino nel mondo e realizzare il suo ineluttabile destino. Fuori dal palazzo Koundinya attendeva il suo giovane discepolo per portarlo alla scoperta del mondo e della scelta ascetica che, a suo parere, conteneva la chiave per la liberazione dalle sofferenze. Tuttavia Siddharta scoprì, dopo un lungo periodo di ascetismo, come la vera realizzazione non fosse nella mortificazione della vita umana, ma in una sempre maggiore consapevolezza della possibilità di esprimersi in maniera giusta, vivendo l’esperienza umana in ogni aspetto.

Shiva e il punto

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Shiva è la divinità della fine e dell’inizio; è il punto verso cui tutto converge, ma anche il punto da cui tutto ha origine e inizio. Senza il punto non potrebbe esistere il cerchio, così come non avrebbe origine il quadrato. Il punto è la forma più elementare e semplice. Per questo rappresenta la nostra forma più semplice ed elementare, l’anima, il quid che ci permette di osservare, testimoniare ed esperire il mondo. La forma senza forma che ci anima. Così Shiva è l’asceta in meditazione sul monte Kailash, ma anche il padre di famiglia e Shakti si manifesta in Kali, ma anche in Gauri; la prima selvaggia, libera, vicina alla natura, l’altra gentile, protettiva e disciplinata.

Vishnu e il quadrato

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Vishnu è la divinità blu, con 4 braccia, che riposa sulle spire di un serpente fino a quando le forze del disordine non lo risvegliano per portarlo in battaglia a cavallo della sua aquila, Garuda, per riportare l’ordine. Il serpente di Vishnu rappresenta una terra stabile, che segue il proprio ciclo di stagioni, rigenerandosi da sola. L’aquila è invece il vento del cambiamento, la rivoluzione che riporta speranza. Il serpente e l’aquila, dunque, non vanno d’accordo.

Vishnu è la divinità che organizza il mondo, portando un ritmo regolare e prevedibile nella natura; la sua compagna, la Dea, di presenta sotto due forma:

Lakshmi – l’onda fertile e favorevole della natura che si manifesta come il giorno, la luna crescente, l’alta marea, la primavera, le piogge e i raccolti.

Alakshmi – l’aridità, la notte, la luna calante, la bassa marea, il caldo, le estati torride e gli inverno rigidi.

Il simbolo del quadrato rappresenta la funzione di Vishnu di addomesticare la natura attraverso la cultura. Nella cultura l’uomo può sopravvivere ed esplorare il proprio potenziale, generando ricchezza e bellezza. La società nasce dalle regole, dai ruoli e dalle responsabilità che danno alla vita una direzione. In cima a questa società gerarchica c’è Lakhsmi, della della prosperità e del potere, che i più ammirano; alla base c’è Alakshmi, dea della povertà e della sfortuna.

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Il cerchio, il quadrato e il punto

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La mitologia indiana usa tre simboli geometrici per rappresentare le divinità della Trimurti e della Tridevi. Molto spesso il concetto di divino viene rappresentato da un simbolo, più che dalla forma “umana” della divinità, negli yantra.

Il primo simbolo è quello associato a Brahma e Saraswati: il cerchio. Il cerchio è la forma più spontanea e naturale della natura e rappresenta al meglio l’universo Hindu: senza inizio né fine, senza confini, ciclico e infinito. L’universo è il mezzo attraverso il quale il divino di presenta, dunque ogni elemento dell’universo può essere un mezzo di contatto tra umano e divino. Attraverso il cerchio di Brahma e Saraswati viene esplorata la natura dell’universo.

Il secondo simbolo è quello associato a Vishnu e Lakshmi: il quadrato. Il quadrato, con i suoi profili appuntiti, è la forma più artificiale. Quando viene disegnata all’interno del cerchio dell’universo rappresenta la meglio la cultura. Culture diverse hanno valori diversi, dunque il quadrato della cultura può essere orientato in diversi modi, ma sempre all’interno del cerchio poiché tutte le culture dipendono dalla natura per la propria sopravvivenza. Col quadrato distinguiamo il codice culturale dalle leggi naturali.

Il terzo simbolo è associato a Shiva e Shakti: il punto. Il punto è privo di dimensioni ed è la figura geometrica più elementare. Senza il punto non si potrebbero tracciare il cerchio e il quadrato. Il punto rappresenta al meglio il concetto di anima, la parte senza forma che abita nella nostra forma, il nostro corpo. Proprio come l’esistenza del cerchio presuppone l’esistenza di un punto centrale attorno al quale il cerchio si sviluppa, l’esistenza del mondo presuppone l’esistenza di un testimone del mondo. Nel punto l’anima si realizza e la materia trova una sua validazione.

 

Devduut Pattanaik – Myth=Mithya – Penguin Books

 

 

Kshir Sagar

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Kshir significa latte in sanscrito e il termine Kshir Sagar si riferisce all’oceano di latte dal quale tutto esce al momento della creazione del mondo. Si tratta, ovviamente, di un concetto, non di un oceano reale. Il latte era ed è fondamentale per l’economia indiana; le mucche sono adorate e il latte è considerato una fonte fondamentale di nutrimento; da esso vengono ricavati il burro e il ghee.

Un caratteristica importante dello Kshir Sagar è la sua illimitatezza: in un oceano normale ci sono le terre a creare dei limiti, ci sono i porti ai quali attraccare, nello Kshir Sagar non si trovano confini. Alcuni lo considerano una metafora per Bhudevi, la dea Terra: quando la rigiri e la rivolti ottieni grano, metallo e ricchezze.

Un’altra metafora è quella che lega lo Kshir Sagar alla mente: se meditiamo molte cose buone appariranno. Le prime saranno le più disturbanti, che cercheranno di confonderci e di distrarci. Il concetto di manthan, nel quale due forze opposte si trovano a dover collaborare, rimane centrale anche in questa metafora: possiamo pensare all’emisfero sinistro e a quello destro del nostro cervello: quando una parte lavora, l’altra riposa, così come, nel mito dell’Amrita manthan, quando gli asura lavorano i deva riposano e viceversa. La ricerca dell’equilibrio, che noi spesso dimentichiamo è fondamentale.

Amrita Manthan – l’inizio

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Indra vive in paradiso e possiede tutto: Kalpataru (l’albero che esaudisce ogni desiderio), Kamadhenu (la mucca che esaudisce ogni desiderio) e Chintamani (il gioiello che esaudisce ogni desiderio). E’ un re così egocentrico che un giorno, quando il Rishi Durvasa va da lui, Indra non gli presta nessuna attenzione. Il rishi porta in dono una bellissima collana per i deva. Indra la prende e la getta a terra e il suo elefante, Airavata, calpestandola la distrugge. Sconcertato dall’insolenza di Indra, il rishi lo maledice: perderà ogni ricchezza. Lakshmi, la dea della ricchezza e della prosperità, si è dissolta nello Kshir Sagar, il mare di latte che circonda tutte le terre.

Disperato Indra va da suo padre Brahma, che lo porta da Vishnu. Questi gli dice che ogni cosa si è dissolta nello Kshir (latte) Sagar, per cui sarà necessario lavorare per far tornare tutto al proprio posto. Prima di tutto Indra dovrà cominciare a mescolare (manthan) mettendo d’accordo deva e asura: quando i deva tirano, gli asura aspettano, quando gli asura tirano i deva aspettano, collaborando alla riuscita dell’operazione. Amrita manthan è  la prima occasione nella quale gli asura e i deva collaborano per uno scopo comune.

Durante l’operazione, dal mare di latte, escono:

  • l’elefante bianco Airavata, il cavallo Ucchaishrava e l’arco Saranga, simboli del Dharma (ordine e leggi)
  • la mucca Kamadhenu, l’abero Kalpataru e il gioiello Chintamani, simboli dell’Artha (ecomnomia)
  • Chandra, il dio della luna, le bellissime apsara o ninfe e i gandharva o musicisti, simboli del Kama (piacere)

Tutti questi doni vengono distribuiti tra i deva e gli asura. Anche Lakshmi emerge dallo Kshir Sagar, combinando Dharma, Artha e Kama. Manca solo la comparsa di Amrita, il nettare dell’immortalità, a questo punto, ma, a sorpresa, è un veleno potentissimo a emergere e a mettere in pericolo tutti. La comparsa del veleno è simbolica di ciò che accade quando cominciamo o ricominciamo a praticare; i primi risultati sono le tossine e i veleni che cominciamo a eliminare: la prima acqua che viene fuori dai tubi non è proprio limpida e cristallina.

Dhyana e Darshan

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La parola darshan in sanscrito significa “vedere, guardare, osservare, contemplare”. Gli Induisti “fanno darshan” quando vanno al tempio e contemplare la divinità. Ma attraverso l’osservazione e la contemplazione siamo in grado di farci poi un’idea e creare un punto di vista.

Dhyana significa focalizzare l’attenzione, concentrarsi, focalizzarsi. Fu la figura di Buddha a rendere il dhyana veramente importante. Buddha affermò che ritirarsi in un eremo e mortificare il proprio corpo non avrebbe portato di per sé conoscenza, a meno che non ci si mediti e lavori su. L’atto di chiudere gli occhi è associato al concetto di dhyana, il suo opposto è darshan, aprire il gli occhi.

Entrambi sono importanti. Il darshan permette di vedere la verità degli altri, il dhyana ci permette di digerire questa verità nella nostra mente. Il primo è legato alla fase dell’acquisizione delle informazioni, il secondo della loro rielaborazione. Alcune persone si fissano su un’idea e non vogliono ascoltarne altre. Queste non sono in grado di fare né darshan né dhyana e diventano violente, convinte che la ragione sia solo dalla loro parte. Il dhyana da solo non permette di vedere altre verità, perché al nostro interno non possiamo trovare tutte le risposte; molte di queste si trovano all’esterno.

Un tempo un devoto di Krishna voleva fare darshan presso un tempio. Il sacerdote non lo riteneva, però, all’altezza, così lo cacciò in malo modo. Il devoto allora piantò una tenda davanti al tempio e cominciò a cantare e fare riti in onore di Krishna. Un altro sacerdote uscì e lo cacciò con violenza, facendogli sbaraccare la tenda. Durante la notte ci fu un violento terremoto; la mattina successiva si scoprì che aveva fatto crollare una parete del tempio, proprio dove si trovava la statua di Krishna, che ora era esposta e visibile a tutti.

Proviamo a a fare dhyana e a meditare su come ci esponiamo e ci mostriamo agli altri. Come trattiamo le persone intorno a noi e come interagiamo? E ancora, com’è il nostra darshan, il nostro sguardo sugli altri? Costruiamo muri intorno a noi per evitare di mostrarci? Mostriamo solo un aspetto della nostra personalità?

Il darshan ci dà gli elementi su cui riflettere; il dhyana il mezzo per trovare un significato.