Gli elementi e le Mudra

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Un giorno un bodhisattva (o illuminato), vedendo una donna, fece un gesto per sapere se fosse sposata. La donna rispose a gesti e i due si capirono, dimostrando come i due stessero usando un linguaggio condiviso e codificato.

Nelle Hasta Mudra, o mudra delle mani, le dita vengono chiuse e appoggiate le une alle altre, formando figure più o meno complicate. Potremmo considerare le mudra come la chiusura di una sorta di circuito energetico che permette di non disperdere l’energia, o prana, che percorre il nostro corpo. Attraverso le mudra questa energia viene , mantenuta, raccolta e diretta. Ado ogni dito della mano viene associato uno dei 5 elementi (sull’associazione dito-elemento si possono trovare alcune differenze, a seconda della scuola che si segue):

  • Pollice – Agni – fuoco
  • Indice – Vayu – aria
  • Medio – Akasha – spazio, etere
  • Anulare – Prithvi – terra
  • Mignolo – Ap o Apas – Acqua

Toccando con il pollice (fuoco) le altre dita cominciamo a lavorare sulla magia degli elementi. In particolare appoggiando il polpastrello del pollice sul polpastrello di una altro dito aumentiamo la forza di quell’elemento. Agni, il fuoco, è considerato il motore volitivo delle nostre azioni ed è associato al concetto di Tapas, o fuoco interiore, forza di volontà, che spesso sentiamo nominare relativamente alla pratica degli asana.

 

Uttarabodhi Mudra

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E’ la mudra dell’illuminazione, incarnando le forze del risveglio. Questa mudra dona chiarezza e il potere di ricordare  l’impegno che ci siamo presi lungo il nostro cammino.

Si dice che, se praticata per lungo tempo e con costanza, porti un senso di positività e leggerezza, facendoci capire quanto non ci sia bisogno di preoccuparsi o stressarsi per nulla, perché nel lungo periodo tutto passa e tutto finisce. Praticare questa mudra aumenta il nostro contatto con la terra e la leggerezza con la quale possiamo abitarla, aumentando la nostra chiarezza mentale e i sentimenti di gioia.

Sankalpa Mudra

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In sanscrito Sankalpa indica l’intenzione che mettiamo nel fare qualche cosa. E’ la direzione verso la quale vogliamo muoverci, ma anche l’energia che ci muove in quella determinata direzione.  In Sankalpa Mudra, ovvero il sigillo dell’intenzione, la mano sinistra è appoggiata sulla coscia destra, passando davanti alla linea centrale del corpo, il centro dell’energia del cuore, con il palmo rivolto verso l’alto, dunque in ricezione. La mano destra si appoggia sopra alla sinistra a palmo in giù, in radicamento.

Quando uniamo le nostre mani, palmo contro palmo, mettiamo in connessione i due emisferi del nostro cervello; l’attenzione cosciente e l’intenzione chiara e lucida si uniscono, generando un campo magnetico.

La mano sinistra simboleggia Kali, ossia chi siamo genuinamente;  passando davanti al cuore, dona coraggio alla nostra intenzione.

La mano destra  simboleggia Lakshmi, ossia l’abbondanza, l’amore e la generosità; posandosi sulla mano sinistra, si unisce al potere della verità autentica.

L’unione delle due mani che si chiudono e si uniscono, sigillando l’autenticità al potere dell’amore simboleggiano il potere di Saraswati, colei che fluisce, ossia l’energia creativa della mente e del cuore, la grazia e l’intuizione.

Questa mudra rappresenta la tripla fiamma di potere (Kali), amore (Lakshmi) e saggezza (Saraswati).

Bhumisparsha Mudra

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Il gesto di toccare la Terra – Questo gesto rappresenta il momento del risveglio del Buddha mentre rivendica la Terra come testimone della propria illuminazione.

Si narra che, immediatamente prima dell’illuminazione, l’asura Mara cercò di spaventarlo con il suo esercito, mentre si trovava sotto l’albero Bodhi.

Mentre il re degli asura Mara rivendicava il trono dell’illuminazione per sé, il suo esercito rivendicava di esserne il testimone.

Mara allora chiese a Siddharta chi fosse il suo testimone. Questi toccò con la mano destra la Terra, che rispose “Io testimonio per te”. Sentendo, l’asura scomparve.

Questa mudra rappresenta la fermezza mostrata dal Buddha mentre era alla ricerca dell’illuminazione attraverso la meditazione. Rappresenta anche l’unione di abilità, simboleggiate dalla mano destra appoggiata a Terra, e dalla saggezza, rappresentata dalla mano sinistra, posata in grembo.

Sirsa, cambiare punto di vista

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Finita la guerra e sconfitto Ravana, Ram poté finalmente riunirsi con Sita e riprendersi il regno di Ayodhya dopo 14 anni di esilio. Al loro incontro Ram sembrava scontento di Sita, raggiante e risplendente di gioia. La guardava senza sorridere, con un’espressione severa e pensierosa. In cuor suo Ram era lacerato; voleva mostrare il proprio amore a Sita e accoglierla subito, ma temeva le critiche del popolo. Come re doveva dare l’esempio più elevato ai suoi sudditi; Sita era stata nella casa di un altro uomo per quasi un anno. Qualsiasi fossero state le circostanze, qualcuno avrebbe potuto avere qualcosa da ridire e mettere in dubbio la sua castità. Così Ram chiese una prova, non per sé, ma per il popolo, della castità di Sita: avrebbe dovuto superare la prova del fuoco. Ordinò a Lakshmana di accendere una pira dove Sita sarebbe salita. Se fosse uscita intatta la sua purezza sarebbe stata provata. Sita affrontò la prova senza paura e fu portata fuori dal fuoco da Agni stesso, il dio del fuoco, che la reggeva tra le braccia vestita di una tunica rossa, con una ghirlanda di fiori celesti e ornata di gemme scintillanti, splendente come il sole nascente.

“Ecco tua moglie Sita. E’ senza peccato. Non ti è mai stata infedele, né con le parole, né con le azioni, né con i pensieri e nemmeno con lo sguardo. Quindi, Ram, riprendila a cuore aperto”.

Ram dichiarò che Sita era inseparabile da lui, così come la luce non si può separare dal sole.

Dopo due anni di regno felice, un giorno, Ram chiese a Bhadra, il suo ministro, cosa la gente dicesse di lui. “Il popolo dice di te cose meravigliose” rispose Bhadra, ma il suo volto diceva altro, così, sotto insistenza di Ram, Bhadra dovette ammettere che alcuni sudditi avevano dubbi sulla purezza di Sita, nonostante la prova data.

Ram si fece pensieroso e, dopo una lunga e dolorosa riflessione, convocò Lakshmana per chiedergli di portare la regina Sita nella foresta e abbandonarla al proprio destino.

Un servo che aveva udito lo scambio tra Ram e Lakshamana, non riuscendo a comprendere la decisione del proprio re, provò allora a mettersi a testa in giù per vedere se, cambiando il proprio punto di vista, potesse giungere a una comprensione più chiara e limpida.

Go-mata, la madre terra

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Nell’induismo antico gli uomini credevano che la divinità si trovasse ovunque: Yaksha  (spiriti benevoli) nelle rocce e nei sassi, Apsara (ninfe dell’acqua) nei corsi d’acqua e nei fiumi e Gandharva nelle piante. Nel Bhagavata Purana Krishna sradica un albero e lo spezza in due per liberare due Gandharva. Le mucche sono adorate come madri, go-mata; la natura, Prakriti, è raffigurata sotto forma di mucca perché ciò che la terra produce è ciò che ci nutre, come il latte della vita.

Koundinya, uscire da sé per entrare in sé

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Quando il re Suddhadana e la regina Maya ebbero il loro figlio Siddharta, molti saggi e personaggi illustri andarono a palazzo per rendere omaggio al piccolo e prezioso principe. Tutti i saggi manifestarono la propria gioia e il proprio augurio con profezie di grandezza, prevedendo che il principe avrebbe espanso il regno e governato con saggezza e magnificenza. Tutti tranne uno. Quando fu il turno di Koundinya di dare la propria profezia, disse che certamente il principe sarebbe diventato il più celebre re mai esistito e che avrebbe regalato la felicità e la libertà al genere umano, liberandolo dalla sofferenza e dalla paura della morte, ma per fare questo avrebbe anche rinunciato al regno paterno e al trono. Disse che tutti lo avrebbero chiamato il Buddha, l’illuminato, e che lui, Koundinya, sarebbe stato il primo a chiamarlo così.

A queste parole il re andò su tutte le furie e spese ogni suo sforzo nel tentativo di proteggere il figlio dalla vista di qualunque traccia di sofferenza o invecchiamento umano che potesse ricondurlo all’idea di morte e dolore.

Tuttavia, come ben tutti sanno, il giovane Siddharta volle visitare il mondo e, nonostante gli sforzi paterni nel tentare  di evitargli la vista di sofferenza e morte, ebbe la possibilità di vederle e ne fu così colpito da decidere di lasciare di nascosto il palazzo per intraprendere il suo cammino nel mondo e realizzare il suo ineluttabile destino. Fuori dal palazzo Koundinya attendeva il suo giovane discepolo per portarlo alla scoperta del mondo e della scelta ascetica che, a suo parere, conteneva la chiave per la liberazione dalle sofferenze. Tuttavia Siddharta scoprì, dopo un lungo periodo di ascetismo, come la vera realizzazione non fosse nella mortificazione della vita umana, ma in una sempre maggiore consapevolezza della possibilità di esprimersi in maniera giusta, vivendo l’esperienza umana in ogni aspetto.

Shiva e il punto

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Shiva è la divinità della fine e dell’inizio; è il punto verso cui tutto converge, ma anche il punto da cui tutto ha origine e inizio. Senza il punto non potrebbe esistere il cerchio, così come non avrebbe origine il quadrato. Il punto è la forma più elementare e semplice. Per questo rappresenta la nostra forma più semplice ed elementare, l’anima, il quid che ci permette di osservare, testimoniare ed esperire il mondo. La forma senza forma che ci anima. Così Shiva è l’asceta in meditazione sul monte Kailash, ma anche il padre di famiglia e Shakti si manifesta in Kali, ma anche in Gauri; la prima selvaggia, libera, vicina alla natura, l’altra gentile, protettiva e disciplinata.

Vishnu e il quadrato

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Vishnu è la divinità blu, con 4 braccia, che riposa sulle spire di un serpente fino a quando le forze del disordine non lo risvegliano per portarlo in battaglia a cavallo della sua aquila, Garuda, per riportare l’ordine. Il serpente di Vishnu rappresenta una terra stabile, che segue il proprio ciclo di stagioni, rigenerandosi da sola. L’aquila è invece il vento del cambiamento, la rivoluzione che riporta speranza. Il serpente e l’aquila, dunque, non vanno d’accordo.

Vishnu è la divinità che organizza il mondo, portando un ritmo regolare e prevedibile nella natura; la sua compagna, la Dea, di presenta sotto due forma:

Lakshmi – l’onda fertile e favorevole della natura che si manifesta come il giorno, la luna crescente, l’alta marea, la primavera, le piogge e i raccolti.

Alakshmi – l’aridità, la notte, la luna calante, la bassa marea, il caldo, le estati torride e gli inverno rigidi.

Il simbolo del quadrato rappresenta la funzione di Vishnu di addomesticare la natura attraverso la cultura. Nella cultura l’uomo può sopravvivere ed esplorare il proprio potenziale, generando ricchezza e bellezza. La società nasce dalle regole, dai ruoli e dalle responsabilità che danno alla vita una direzione. In cima a questa società gerarchica c’è Lakhsmi, della della prosperità e del potere, che i più ammirano; alla base c’è Alakshmi, dea della povertà e della sfortuna.

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Il cerchio, il quadrato e il punto

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La mitologia indiana usa tre simboli geometrici per rappresentare le divinità della Trimurti e della Tridevi. Molto spesso il concetto di divino viene rappresentato da un simbolo, più che dalla forma “umana” della divinità, negli yantra.

Il primo simbolo è quello associato a Brahma e Saraswati: il cerchio. Il cerchio è la forma più spontanea e naturale della natura e rappresenta al meglio l’universo Hindu: senza inizio né fine, senza confini, ciclico e infinito. L’universo è il mezzo attraverso il quale il divino di presenta, dunque ogni elemento dell’universo può essere un mezzo di contatto tra umano e divino. Attraverso il cerchio di Brahma e Saraswati viene esplorata la natura dell’universo.

Il secondo simbolo è quello associato a Vishnu e Lakshmi: il quadrato. Il quadrato, con i suoi profili appuntiti, è la forma più artificiale. Quando viene disegnata all’interno del cerchio dell’universo rappresenta la meglio la cultura. Culture diverse hanno valori diversi, dunque il quadrato della cultura può essere orientato in diversi modi, ma sempre all’interno del cerchio poiché tutte le culture dipendono dalla natura per la propria sopravvivenza. Col quadrato distinguiamo il codice culturale dalle leggi naturali.

Il terzo simbolo è associato a Shiva e Shakti: il punto. Il punto è privo di dimensioni ed è la figura geometrica più elementare. Senza il punto non si potrebbero tracciare il cerchio e il quadrato. Il punto rappresenta al meglio il concetto di anima, la parte senza forma che abita nella nostra forma, il nostro corpo. Proprio come l’esistenza del cerchio presuppone l’esistenza di un punto centrale attorno al quale il cerchio si sviluppa, l’esistenza del mondo presuppone l’esistenza di un testimone del mondo. Nel punto l’anima si realizza e la materia trova una sua validazione.

 

Devduut Pattanaik – Myth=Mithya – Penguin Books