Navaratri – giorno 2 – mente stabile e determinata

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Brahmacharini è la seconda forma nella quale si manifesta Durga durante Navaratri. Brahma in sanscrito significa “spirito universale, realtà assoluta, conoscenza sacra”. Charini è il femminile del termine charya, che significa “occuparsi di, essere coinvolto, seguire”. Nei testi vedici, brahmacharini indica una donna che persegue la conoscenza sacra.

Secondo la tradizione Parvatī voleva sposare Śiva, ma la sua famiglia era contraria. Parvatī  era così decisa nella sua risoluzione che fece un Tapasya (ossia un ritiro austero) di 5000 anni. Nel frattempo gli dei chiesero a Kamadeva, il dio dell’amore, di intervenire per avvicinare Śiva a Parvatī. Un potente asura di nome Tarkasur aveva, infatti, guadagnato un favore per cui non avrebbe potuto morire per mano di nessuno, se non per mano di un figlio di Śiva stesso. Così Kama accettò e scagliò una freccia di desiderio contro il dio in meditazione. Durante la meditazione, tuttavia, Śiva aprì il terzo occhio e per sbaglio incenerì il povero Kama riducendolo in cenere. Parvatī non perse la speranza di risvegliare Śiva e attirare la sua attenzione. Si trasferì sulla montagna e si immerse nella meditazione. Proprio questo aspetto di Parvatī viene celebrato in questo giorno di Navaratri; la sua ricerca ascetica attirò finalmente l’attenzione di Śiva che, sotto mentite spoglie, cercò di scoraggiarla , raccontandole delle debolezze e dei problemi del dio. Parvatī si rifiutò di ascoltarlo e proseguì nel suo intento fino a quando Śiva non si rivelò.

Questa forma di Durga ci ricorda la potenza e la forza di una mente stabile, serena e determinata. Quando sappiamo cosa desideriamo, dove vogliamo andare e qual è la nostra vocazione nulla è in grado di fermarci, se non noi stessi e la nostra mancanza di determinazione.

Navaratri – giorno 1 – duri fuori, morbidi dentro

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Oggi è il primo giorno di Navarātri, che cade due volte l’anno, e che potremmo tradurre come le 9 notti della dea.

Queste 9 notti rappresentano la discesa di Śakti, l’energia divina femminile, espressione della coscienza. E’ un energia che arriva dall’alto e tocca la terra.

Il primo giorno è dedicato a Durgā, colei che rimuove le sofferenze, sotto forma di Mā Śailaputrī, la figlia della montagna. Questa fase lunare, chiamata pratipāda è il primo passo di Durgā. Śaila significa colei che appartiene alla montagna ed è un tipo di roccia particolarmente porosa attraverso la quale può scorrere e filtrare l’acqua. A un primo sguardo sembra molto solida, ma è morbida e cedevole al suo interno. E’ un tipo di montagna sulla quale scorrono i fiumi, spesso sotterranei, nelle zone dell’Himalaya. La sua morbidezza interiore non può essere vista dall’esterno.

Questa è la prima forma della Madre che “porta la montagna che contiene il fiume”. Dura fuori, morbida e cedevole dentro. Questa è la forma che ci richiede di assumere questo momento: forti, senza paura, con la mente salda, ma connessi al flusso interiore di empatia e compassione. E’ lì, questo fiume sotterraneo, è sufficiente fare solo il primo passo per entrare in contatto con questa nostra parte, la parte più tenera, per osservarla, nutrirla, innaffiarla e farla crescere. Perché quello che sta accadendo non ci indurisca, ma ci apra agli altri e ci unisca.

Vasistha e la luce

 

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Vasistha fu un grande saggio che decise di raccogliere l’enorme impegno di diventare insegnante di re Rāma, uno degli avatara di Vishnu. Rāma apparve sulla terra per riportare il Dharma in risposta alla corruzione dilagante.
Il padre di Rāma, re Dasharatta, era preoccupato per il giovane figlio. Al ritorno da ognuno dei suoi viaggi Rāma appariva sempre più deluso. La sua crescente apatia preoccupava il re che decise di chiedere aiuto al saggio Vasistha. Quando Dasharatta descrisse lo stato d’animo in cui versava il figlio Vasistha se ne rallegrò: il tipo di disillusione che Rāma stava vivendo era, in realtà, un segno del suo percorso spirituale.
E’ necessario vedere la crepa sul soffitto prima di cominciare a vedere la luce brillarvi attraverso. Vasistha vide nello sconforto di Rāma un’opportunità e andò da questi a presentarsi. Rāma espresse scetticismo. Era molto depresso e gli sembrava che l’intero mondo non avesse speranze.
Vasistha cominciò a spiegare che questa visione era proprio ciò che gli sarebbe servito per ritrovare chiarezza e che il suo percorso spirituale era già cominciato. Aveva solo bisogno di una guida.

Bala, il bambino

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Da piccolino Krishna era un bambino difficile e la madre aveva il suo bel da fare  affinché lui le ubbidisse. Era sempre preoccupata che i suoi atteggiamenti lo potessero mettere in pericolo. Quando ancora era un bambino, un giorno, stava giocando nella foresta con suo fratello e altri bambini. Krishna era il più piccolo e, mentre tutti gli altri riuscivano a cogliere dagli alberi i frutti per mangiarli, Krishna non ci riusciva. Nessuno si accorse delle sue difficoltà, tanta era la gioia e il divertimento, così il piccolo decise di prendere una manciata di fango e mangiarla. Quando il fratello se ne accorse si spaventò e cercò di far sputare a forza il fango, ma era troppo tardi. Gli altri bambini corsero ad avvisare la madre e quando i due fratelli tornarono a casa la trovarono su tutte le furie. La madre chiese spiegazioni, ma Krishna negò scuotendo la testa.

“Allora apri la bocca” disse la madre “e fammi vedere”.

Così Krishna aprì la bocca e la madre rimase sconvolta. Nella bocca non trovò il fango; non trovò neanche la lingua o i denti. Nella bocca di Krishna vide tutti i pianeti, le costellazioni e le stelle. La donna rimase sconvolta e si rese conto che suo figlio aveva la forza e la saggezza dell’universo in sé.

La nascita dell’arco

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In alcune scrittura hindū Viśvakarmā viene presentato come il creatore dell’universo, la personificazione della creazione. Un giorno, mentre lavorava alla creazione dell’universo, si rese conto di quanto complesso e imprevedibile fosse tale progetto. Per poter assicurare vita a tale creazione era necessario creare un sistema in equilibrio, affinché non si autodistruggesse. Così, con questa intenzione, decise di fornire uno strumento che potesse aiutare i guerrieri onesti e valorosi a proteggere la sua creatura. Creò due archi (dhanura in sanscrito) invincibili che avrebbero reso invincibili i possessori. Viśvakarmā decise di darne uno a Śiva e uno a Viṣṇu. L’arco del primo fu chiamato Pinaka, mentre l’altro Śaranga. Nel tempo questi due archi giocarono un ruolo fondamentale per far prevalere i giusti.

Tripura

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Esisteva una città chiamata Tripura, formata da 3 città. La parte più bassa, con i muri di ferri, si trovava sulla terra; la seconda parte, con i muri d’argento, si trovava in cielo; la terza parte, con i muri d’oro, si trovava in paradiso. Queste 3 città erano mobili e si allineavano solo 1 volta ogni 100 anni, momento in cui diventavano vulnerabili alla freccia di Śiva che, colpendole tutte e tre in un colpo solo, aveva il potere di distruggerle.

Tripura era abitata dagli Asura che, dopo un primo momento di pace e tranquillità, cominciarono a manifestare le loro tendenze maligne, attaccando saggi e demoni. Indra e gli altri Deva decisero di rivolgersi prima a Brahma poi a Śiva. Quest’ultimo decise di aiutarli e i Deva tornarono per combattere gli Asura in una feroce e terribile guerra.

Un giorno le 3 città si allinearono. Prithvi allora si fece carro con Surya e Chandra come ruote. Brahma teneva le redini del carro mentre il Monte Meru si fece arco e il serpente Śeśnag corda. Vishnu si fece freccia, Agni la sua punta e Vayu fu il vento delle piume. Tutti gli altri Deva avevano il proprio posto nel carro. Non appena le 3 città si allinearono Shiva fece per scoccare la freccia. I Deva gioirono, ma il Dio si fermò e sorrise. Le città presero improvvisamente fuoco e solo allora Śiva scoccò la freccia sulle città fiammeggianti. Una volta distrutta Tripura Śiva cominciò a danzare la tandava.

Storia tratta dal Mahābhārata

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Un giorno, Parvātī e Śiva stavano parlando tra di loro mentre la dea giocherellava con un pezzo di argilla. A un certo punto si rese conto di aver dato forma a un animale con un lungo collo e grandi occhi, la coda e delle gambe lunghe. L’animale aveva 5 zampe, ma a Parvātī piacque comunque. Più lo guardava, più desiderava che l’animale prendesse vita.

“Śiva, guarda che bello. Mi sento come se avessi creato un altro figlio. Puoi fare qualcosa per portarlo in vita?”

“Parvātī, la tua creazione è davvero bellissima, ma temo che avrà problemi a muoversi con quelle 5 zampe. Osserva tutte le creature intorno a te, nessuna di loro ha 5 zampe, e per una ragione ben precisa; è quasi impossibile camminare su un numero dispari di zampe.” Rispose Śiva.

“Per favore infondi vita in questa creatura, sono sicura che sarà in grado di camminare e sarà in grado di portare pesi ed essere utile”

Śiva era ancora dubbioso, ma decise di assecondare la moglie. L’animale era bellissimo, forte e aggraziato, ma non poteva muoversi; ondeggiava avanti e indietro, a destra e sinistra. Il dio realizzò che sarebbe stato crudele lasciar vivere un animale del genere, poiché aveva delle possibilità davvero limitate di sopravvivenza: non avrebbe potuto scappare dai pericoli o procurarsi del cibo.

“Parvātī, credo che dovremo intervenire sulla creatura per renderla autosufficiente”

Dopo qualche riflessione Śiva ebbe l’idea di spingere la gamba in più verso il corpo e così fecero, ma sul dorso dell’animale comparvero due protuberanze. Le due divinità erano sconcertate, ma si accorsero che queste due protuberanze sarebbero servite all’animale per raccogliere e trasportare acqua e cibo, potendo camminare per giorni interi senza soffrire di fame e sete.

Gaṇeśa – superare gli ostacoli

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Il saggio Vyasa fu testimone degli eventi contenuti nell’epica conosciuta come Mahābhārata, tuttavia i suoi ricordi erano mescolati e confusi nella sua mente. In profonda meditazione ricevette da Brahma il suggerimento di chiedere a Gaṇeśa di fare da scrivano del poema. Così decise di invocare il dio dalla testa di elefante affinché questi lo aiutasse a fare chiarezza, dipanando i nodi dei suoi ricordi, organizzando i suoi pensieri e, infine, mettendoli nero su bianco. Gaṇeśa si prestò, dunque, a fare da scriba a Vyasa, impegnandosi a riportare, sotto dettatura e senza interruzioni, la grande opera epica che contiene ogni conoscenza.

Durante la dettatura, tuttavia, la penna con la quale stava scrivendo Gaṇeśa si ruppe improvvisamente. Il dio, non avendone un’altra a portata di mano e avendo promesso di non interrompersi, decise di sacrificare una propria zanna. Senza pensarci due volte ne spezzò una e la intinse nell’inchiostro per portare avanti il proprio compito, anteponendo la conoscenza e la saggezza alla bellezza.

Si dice che questo episodio sia accaduto nel giorno conosciuto come Akshayya Tritiya, ossia il terzo giorno di luna calante del mese conosciuto come Vaishaka.

Il saggio Vasistha

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Brahma fu creato all’inizio del tempo ed ebbe il compito di creare il resto dell’universo. Davanti all’enormità di tale compito decise di chiedere aiuto. Creò, così, qualcuno su cui poter fare affidamento.  Iniziò da quattro figli e, attraverso fatica e lavoro, e qualche sofferenza, Brahma riuscì a portare a termine il proprio compito e creare l’universo.

Il saggio Vasistha era uno dei saptariśi, i 7 saggi, che aiutarono. Era molto saggio e Brahma decise di rivelargli il grande segreto della vita mortale. Sperava che Vasistha potesse comprendere il dolore umano e le emozioni poiché questo gli avrebbe donato empatia e saggezza. “Vasistha, ti manderò sulla terra in un corpo malato. Solo allora capirai il dolore e dunque sarai in grado di trascenderlo per raggiungere la vera saggezza. Vasistha acconsentì immediatamente, senza immaginare cosa potesse significare una cosa del genere.

Il dolore si impadronì di lui progressivamente e il saggio cercò di sopportarlo il più possibile, ma, alla fine, il dolore divenne intollerabile. Vasistha giunse a desiderare di liberarsene, ma non sapeva come. Pensò che attraverso il tapas e la pratica austera Brahma avrebbe potuto mostrargli la via e così fece, sperando che il dio lo notasse e lo liberasse.

Alla fine Brahma lo notò e decise che Vasistha era pronto per imparare il grande segreto della vita mortale. “Vasistha, il segreto per sopportare il ciclo di nascita e morte è la tua relazione col dolore. Più lo combatti, più ti piega. Accettare il dolore e vivere con esso ti aiuterà a tollerarlo. Allora imparerai dal dolore, lo trascenderai e raggiungerai l’illuminazione”

Nella posizione dedicata a questo saggio dobbiamo trovare il nostro equilibrio attraverso il corpo, ma anche grazie alla mente, unendoli in un’unica essenza.

Hridaya Mudrā

 

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Hridaya in sanscrito significa cuore, centro, essenza e Hridaya mudrā è la mudrā del cuore, il suo sigillo, il sigillo energetico dell’amore incondizionato e della compassione. Si dice che aumenti la nostra capacità di entrare in empatia con gli altri e sblocchi l’energia del cuore.

In questa mudrā, l’indice si appoggia alla base del pollice, mentre medio e anulare si appoggiano sulla punta del pollice. Il pollice è il dito di Agni, il fuoco, che aiuta ad “aumentare” o “diminuire” gli altri elementi. Con questa mudrā, poiché sulla punta del pollice sono appoggiati il medio, che è il dito di Ākāśa, lo spazio, e l’anulare, che è il dito di Prithvi, la terra, portiamo equilibrio tra la pesantezza della nostra parte più fisica e l’impalpabile leggerezza della nostra parte più sottile. L’indice è il dito di Vayu, il vento o aria, la parte più instabile e in movimento del nostro essere che cerchiamo di calmare e placare abbassando il dito alla base del pollice. L’indice alla base del pollice rappresenta anche la nostra capacità di “sacrificare” il nostro ego a quanto di più grande ci sia intorno a noi.