Hampi giorno 11

  
È arrivato il momento di partire. La mattina abbiamo la cerimonia di chiusura e la consegna dei diplomi per i partecipanti. Alla vigliacca Patil ci chiede di dire qualcosa sui giorni passati insieme. Ognuno dice la propria. Li guardo mentre parlano sorridenti. Un gruppo assortito, un misto particolare, di età, gusti, provenienze. Eppure, ognuno, con la propria diversità e le proprie peculiarità, si è amalgamato nel grande tutto che era il nostro gruppo. Ci siamo aiutati nelle difficoltà, abbiamo riso, ci siamo emozionati. L’India mette a nudo, ti mette in difficoltà, ti ribalta il corpo, il cuore, la mente. E loro ora sono lì, che parlano sereni e sorridenti di questi 10 giorni passati insieme, che potrebbero essere 30, 1 mese, 1 anno, tanto il tempo qui in India si dilata, perde di valore e si trasforma in esperienze, sguardi, emozioni, parole non dette per mancanza di parole, momenti sospesi all’alba, su un sasso, in silenzio, in mezzo al nulla, lo sguardo all’orizzonte. Ogni volta che vengo in India mi chiedo cosa sia la felicità. Qui in occidente è più facile per me descrivere e definire le emozioni. È tutto più netto, delineato, a fuoco. Quando vado di là, in India, ma mi è capitato anche in Vietnam, la mia certezza su cosa sia la felicità vacilla. In occidente potrei dire che la felicità è stare bene. In oriente il concetto stesso di stare bene si trasforma. Tutte le volte che ci vado cerco di osservarmi all’arrivo e alla partenza. Osservo il fastidio che mi danno certe cose all’inizio e il fatto che le stese cose alla fone siano diventate normalità del quotidiano. La doccia è un momento-soglia in questo senso. In India, negli alberghi per il turismo indiano, non internazionale, la doccia e composta da un rubinetto, un secchio grande e uno piu piccolo. Fai scendere l’acqua, che raccogli nel secchio grande per non sprecarla, e ti lavi gettandoti addosso l’acqua (spesso fredda) col secchio più piccolo. All’inizio e scomodo, è sicuramente più comodo il getto d’acqua che ti cade addosso a casa, ma dopo qualche giorno, dopo che il momento-soglia e passato, ecco che il piccolo secchiello diventa casa, quando torni in camera dopo una giornata in giro tra polvere e sudore. Sono sempre io, ePpure sono un’altra io, che ritrovo tutte le volte che vengo qui, da questa parte del mondo. E cosi anche il viaggio in mini-bus di 8 ore da Hampi a Bangalore diventa una benedizione. Tutti insieme. Chi dorme, chi chiacchiera, chi ascoltala musica, chi riguarda le foto di questi giorni. Grazie India, grazie anche a questo gruppo. Bello, tanto bello, che si è accettato cosi com’era, così com’è ora e che mi ha fatto commuovere quando ho dovuto parlare io davanti a tutti. Ecco, questo volevo dire quando mi sono fermata e non sono più riuscita ad andare avanti. Namaste, uno dei Namaste più sentiti di sempre, perché la luce, in ognuno di voi, l’ho vista davvero.

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