Guardarsi da fuori

 

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Uno dei regali più belli che mi fa ogni volta l’India è la possibilità di guardarmi da fuori, di osservarmi come se fossi un’altra persona. Mi è successo la prima volta, quando un bel giorno, durante la sfiancante pratica di Ramesh Ji, mi sono ritrovata a non sentire più il caldo, la fatica e lo sforzo. Il mio corpo andava e si muoveva seguendo le indicazioni, mentre io mi trovavo al di fuori di esso. Non è una sensazione facile da descrivere senza rischiare di passare per pazza o esaltata, ma l’unico modo che trovo per descriverla è questo: avete presente quando nei fumetti di paperino compare sulla sua spalla il paperino-mini diavoletto o angelo? Ecco, tralasciando la questione diavolo/santo, la sensazione è stata proprio quella. Era come se mi osservassi dalla spalla destra, senza partecipare a fatica, dolore, caldo, stanchezza.

L’anno seguente, sempre a Mysore, sempre con Ramesh Ji, mi ero leggermente abituata alla sua guida per cui questa sensazione non mi si è più presentata durante la pratica, ma qualcosa ha iniziato a lavorare in maniera più profonda. L’occasione mi è arrivata dalle dinamiche che si erano create nel gruppo col quale ero andata. L’India non è un posto qualunque e per molti non è facile adattarsi al loro modo di concepire la vita, di tutti i giorni e in generale.  Più resistenze si hanno più è difficile adattarsi. Credo che sia per questo che sia così importante il concetto di “lasciar andare” nella filosofia indiana. Se non lasci andare, se non accetti quel che ti trovi davanti come un dato di fatto, spogliandoti dai tuoi giudizi e pregiudizi, rischi di impazzire. Non è possibile, credo, vivere in modo equilibrato e serena l’esperienza indiana se applichi i filtri occidentali a quello che vedi.

Quest’anno, a Varkala, ho avuto la fortuna di compiere un altro passettino in avanti lungo questo percorso. Varkala è un posto più facile da vivere rispetto a Mysore, che già come India non è assolutamente delle più estreme. E’ un posto di vacanza, dove i ritmi rilassati sono giustificati anche dall’occidentale grazie alla presenza dell’oceano che ricorda, appunto, una vacanza al mare. A Mysore c’è sempre comunque il demone della città, che risveglia il milanese imbruttito dentro di noi e che ci irrita se qualcuno ci fa perder tempo con ritardi o cambi repentini di programma (aspetto tipico indiano). A Varkala ti senti già in ciabatte e costume non appena arrivi. Non c’è fretta, sei in vacanza sembrano dire le palme da cocco che ondeggiano al vento e il suono dell’oceano indiano.

Eppure questa esperienza mi è entrata dentro, tanto. La pratica è stata piuttosto blanda, nulla di trascendentale, mentre il pranayama e la meditazione questa volta sono stati più “impegnativi”, importanti e profondi. Questa volta siamo andati al di là della tecnica, del come si fa, dando per scontate alcune cose, e abbiamo “semplicemente” fatto. Facendo mi è comparso ancora più chiaro e lampante quello che Patanjali intende negli Yoga Sutra. Siamo andati oltre la pratica fisica e, attraverso il respiro, siamo arrivati alla mente. Quello che poi trovi nella mente è tutta un’altra questione, ovviamente, ed è proprio qui che, secondo me, inizia il vero viaggio. Se riesci a rimanere a osservare quello che salta fuori, come se stessi aprendo una scatola per scoprirne il contenuto, tirando fuori un oggetto alla volta, un pensiero alla volta, un’emozione alla volta potrai scoprire cose incredibili. Potresti scoprire di non essere quello che pensavi di essere. Né meglio, né peggio, attenzione. La parte interessante è quella che ci permette di osservare quello che salta fuori come se non ci riguardasse, come se non fosse una nostra parte che ci definisce, ma come se fosse un accessorio o un vestito che possiamo decidere di mettere, ma anche di togliere, possiamo decidere che sia parte fondamentale del nostro “outfit” mentale o inutile e superfluo, addirittura fastidioso.

L’ultimo giorno Deepa ci ha fatto fare una pratica molto bella. Una meditazione dopo la quale ci ha fatto scrivere su un foglietto, che avremmo tenuto solo noi e che non avrebbe letto nessuno, tutto quello di cui vorremmo liberarci nella nostra vita. Non solo le cose che ci danno fastidio del mondo esterno, ma soprattutto quello che vorremmo cambiare di noi stessi e dei nostri atteggiamenti. Ci ha fatto stracciare questo foglietto e lo abbiamo bruciato in un piccolo braciere. So che per molti potrebbe essere solo un rito sciocco, magari anche ridicolo, ma trovarsi a mettere nero su bianco quello che non piace di se stessi prendendo l’impegno di cambiarlo trovo che sia un gesto molto forte, che ci permetta di cambiare prospettiva. Un sankalpa, un buon proposito per il nuovo anno, amplificato all’ennesima potenza.

Non so bene cosa mi abbia portato a questo punto; se il tempo, la pratica, l’età, il luogo, le persone, ma so che è uno stato di costante beatitudine, che continua ad accompagnarmi. Paperino è sempre seduto sulla mia spalla destra, pronto a farmi notare quello che sta accadendo dentro di me per darmi la possibilità di scegliere cosa fare.

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