Varkala – giorni 1 & 2

  
Mi sembra di essere tornata in India da mesi, ma sono passati solo due giorni. Due giorni intensi e pregni, confusi, così confusi da farti perdere la nozione del tempo. Siamo arrivati a Varkala con un abbondantissimo ritardo, stravolti perché non siamo riusciti a dormire in aereo. Sembrava che i bambini più capricciosi del globo si fossero dati appuntamento sui nistri due voli. Che coincidenza simpatica…

Il primo ostacolo da superare è il controllo del visto. Visto elettronico, ottenuto in pochi giorni in Italia. L’India si iriprende i giorni guadagnati facendoci agonizzare in coda. I vecchi visti avanzano velocemente, la fila si sfoltisce. I visti elettronici, che nella mia sciocca mente avrebbero dovuto essere super- veloci, vengono ricopiati al computer a mano. Dobbiamo farci scattare l’ennesima foto ( e sono ancora incredula che mi abbiano fatto passare, essendo più vicina al panda che all’essere umano, visto le occhiaie), lasciare le impronte digitali e aspettare. Il risultato di tanta attesa è una scena da apocalisse al nastro per la restituzione delle valigie. Mi sono sempre domandate perché gli indiani abbiano questa passione viscerale per gli scatoloni, al posto delle valigie. Alla partenza del nastro compaiono scatoloni su scatoloni, chiusi nei modi più fantasiosi e bizzarri, alcuni deformati e panciuti, in procinto di esplodere, altri imbalsamati con lo spago. Ovviamente le nostre sono le ultime valigie. Il ritardo accumulato sale a 2 ore.

Fuori dall’aeroporto troviamo l’autista del pulmino che ci porterà a destinazione. Riconosco subito l’inconfondibile stile di guida, ma mi accorgo che i clacson non sono vispi e ingombranti come quelli di Mysore. Qualche suonatina qua e là, ma si capisce subito che i clacson di Mysore sono di un altro livello.

Dopo una buona ora e mezza di viaggio, durante la quale le nostre teste hanno ciondolato a destra e sinistra, il pulmino gira bruscamente a sinistra, la pila di valigie sull’ultimo sedile (no, non usiamo il bagagliaio per trasportare le valigie, è noioso) ci troviamo in una vietta polverosa e, se possibile, ancora più sconnessa  e malmessa della strada principale. Ci fermiamo e siamo finalmente arrivati!

Per il nostro arrivo hanno organizzato una piccola cerimonia di benvenuti/purificazione, ci danno le camere e ci nutrono. A noi, Lorenzo a me, Patil ha riservato una casetta adorabile in giardino, distaccata dal corpo centrale. Mi piace, è bella e lui è stato molto gentile, eppure ho delle resistenze ad accettare la sistemazione. Più tardi scoprirò anche il perché. 😣

Il posto è da vero incantevole. Siamo in cima alla costa che dà sull’oceano. Il panorama è bellissimo. Palme da cocco ovunque, l’azzuro di cielo e oceano che si incontrano e una passeggiata lungo la costa popolata da localini, baretti e negozietti coloratissimi. È un’India differente da quella che ho in testa, quella di Mysore, fatta di mucche sdraiate in mezzo alla strada, venditori di noci di cocco, marciapiedi sventrati e cumuli di spazzatura. Qui è tutto più “ordinato”. Sembra di essere in vacanza, cose che effettivamente è, ma mi devo ancora abituare ad associare l’India a questo. Certo, c’è sempre della spazzatura gettata qua e là a ricordami dove mi trovo, ma è un’altra cosa.

Non domi decidiamo di andare in spiaggia e facciamo persino il bagno. Con mia grande gioia scopro che l’acqua è calda, così faccio il bagno anche io e rimango in acqua anche un bel po’. Lorenzo e al settimo cielo mentre salta tra le onde. Si dice che bagnarsi in queste acque purifichi da ogni peccato. Siamo a posto per i prossimi due secoli, credo. Alle 3 torniamo indietro per la cerimonia del fuoco che Patil ci ha organizzato. Quello che sarà uno dei nostri insegnanti di asana (che ci ha torturato giusto questa sera) ci spiego cosa getterà nel fuoco, che tipo di legno usa e cosa dovremo fare. Il focolare è guarnito con fiori gialli e rosa, in mezzo un mucchietto di legnetti, davanti a lui piattini con diverse polveri. La cerimonia dura 55 minuti tra lanci di polveri e legnetti, canti, tamburi, ghirlande. Ora siamo purificati oltre ogni livello possibile immaginabile. A suggellare la nostra ormai imminente santità, il nostro insegnante-torturatore, che d’ora in poi per comodità chiamerò Adolf, ci porta al vicino tempio dedicato a Shiva. Si tratta di un tempietto moderno, di modeste dimensioni. Sopra l’ingresso uno Shiva pieno ditesca ci accoglie minaccioso. Mentre entriamo, dopo aver rigorosamente lasciato le ciabatte fuori, suona la campana. Siamo arrivati giusto in tempo per la pooja. Una scampanellata al centro, giro di fuoco per la statuta di Kali, una scampanellata a destra, firo di fuoco per la staitua di Parvati e unascampanellata a sinistra, con giro di fuoco per la Lingam. Tutti fuori, il tempio sta chiudendo. La mia mente corre ai nostri aperipooja del primo anno da Ramesh e ridacchio da sola. Quanto mi mancano.

Torniamo indietro per la cena. I miei occhi sembrano ormai due vongole. Non mi ricordo più quando sono riuscita a dormire l’ultima volta. Finito di mangiare decido di farmi unabella doccia. La mia fronte assume espressioni proprie, grazie anche alla crosta salata e a tutte le sostanze che mi ci hanno spalmato sopra durante la giornata nei vari riti. Mi sembra di essere un beluga, con la fronte bombata e prominente.

Entro in bagno ed eccolo lì che mi aspetta, il secchio per rovesciarsi addosso l’acqua. Dal muro spunta una sola manopola. Come sarà questa acqua?! Beh, siamo in India, come vuoi che sia? Fredda, ovviamente! A onor del vero non è proprio fredda, è diversamente calda. Mi infilo finalmente a letto, col pensiero che la mattina dopo sarò sul tappetino alle 5.30. Spegniamo la luce e ci addormentiamo sotto una zanzariera da bella addormentata.

Mi sveglio improvvisamente, sento grattare alla finestra. Non proprio sollevata dalla cosa mi alzo e a tentoni raggiungo la luce. Dietro la tenda scorgo qualcosa di peloso cheraspa contro la zanzariera per entrare. Davanti a me si parano una serie di animali tra lo schifoso e il potenzialmente letale. Con aria coraggiosa e cuore tremebondo mi avvicino alla finestra, apro la tenda pronta ad affrontare il temibile ratto che tenterà di attaccarmi unamalattia incurabile. Niente. È un gattino che quando mi vede scappa a gambe levate. Torno a letto sollevata, ma dopo un po’ si sveglia Lorenzo per ancare in bagno. Riaccendo la luce e rimango sdraiata nel letto, sempre sotto la zanzariera della bella addormentata, mentre Lorenzo si alza. To my horror, DENTRO alla zanzariera, proprio in coma, sopra la mia testa, mi osserva lo scarafaggio più grosso che abbia mai visto. É così grosso che stento a riconoscerlo come scarafaggio. Zompo fuori dal letto e cerco di farlo uscire dalla zanzariera per eliminarlo, ma, nonostante la mole, l’essere orripilante si infila tra le assi del letto e… ciao notte, ciao sonno. Lorenzo e io ci rannicchiamo sull’altro letto, alle 3, in attesa delle 5.30. Chiacchieriamo di tante cose, giochiamo a fare i draft con il suo telefono (non so bene di cosa si tratti, me ci siamo divertiti).

Alle 5.15 ci avviamo verso la sala da pratica. Lorenzo, ovviamente, non e rimasto a letto, così lo sistemo su una poltroncina dove pisola mentre noi pratichiamo.

Arriva il nostro insegnante, un giovane ipertricotico vestito di arancione, con un sorriso contagioso. Iniziamoa fare movimenti di riscaldamento e, proprio quando arriva la parte del saluto al sole, arriva un insetto volante, ipertricotico come il nostro insegnante, che p, sbandando a destra e a manca, crea scompiglio nel gruppo. La scena è surreale. Gente che corre in giro per la sala facendo versi e smorfie, lui con le braccia alzate e l’aria incredula che dice: it’s not dangerous. Sorridendo.

Riusciamo a riportare la calma e cominciamo a praticare. Due ore che filano via lisce, alternando asana rilassanti ad altri un po’ più imoegnativi, ma tutti nei limiti di un povero e massacrato essere umano, minato nel fisico e nel mirale dalla mancanza di sonno. Una meraviglia davvero. Al termine della pratica tenta addirittura di farci cantare un mantra, ma come era gia successo il giorno prima alla pooja, il risultato va oltre il raccapricciante e l’ipertricotico rischia la calvizie. 

Arriva la nostra insegnante di Instant healing (fa molto power ranger mystic force, lo so) e mudra. Una delizia che ci dona subito, con una semplicità disarmante, il primo trucco verso pace e serenità. Si tratta di una tecnica che merita un video da “I segreti di nonna papera” che farò prossimamente.

Vi spoilero solo il risultato: ci ritroviamo con un respiro cosi ampio e arioso che le fisherman’s friends in confronto sono Zigulì.

Il pomeriggio è dedicato, giustamente al nulla spinto: spiaggia, purificazione oceanica, shopping e trasloco in una camera senza ospiti.

E arriviamo alla pratica di Adolf, dalla quale usciamo tutti ciucciati. Il cipiglio col quale ci dice di fare le cose è a tratti inquietante, ma noi seguiamo ubbidienti. Così dopo aver fatto fare cose piuttosto semplici, ma a un ritmo da timelapse, lui ci guarda e sentenzia: now we do pincha. Uno alla volta ci aspetta sul suo tappetino, per l’occasione trasformato in patibolo (rosa), per un pincha seguito da un adho mukha vrksasana, aka verticale sulle mani), e un aggiustamento in adho mukha svanasana che a momenti mi fa uscire dallo sterno le vertebre.

Finiamo con uno savasana durante il quale, purtroppo, ho perso i sensi a tratti. Tutti sdraiati mentre lui gorgheggia dei mantra che non avevo mai sentito (o forse non li riconosco, saltellando tra i tappetini. 

Ecco, finito, posso andare a turarmi addosso la mia secchiata d’acqua in pace. Mi giro per arrotolare il tappetino, ma no, e arrivato il guru di meditazione. Ma di lui vi racconto domani. Stasera mi aspetta un letto libero.

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